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Confindustria e stipendi a picco

Autore: . Data: sabato, 4 ottobre 2008Commenti (0)

Per l’associazione degli industriali la ‘modernizzazione’ e la ‘collaborazione coi lavoratori’ hanno un senso e la ricetta per l’inflazione, concordata con Cisl e Uil, un effetto: in quattro anni meno 2.000 euro

La perdita dei salari nei prossimi quattro anni, applicando il modello proposto da Confindustria sull’inflazione, ammonterebbe a 2.000 euro. E’ quanto emerge da uno studio dell’Ires (l’istituto di ricerche economico-sociali della Cgil) presentato ieri a Roma.

Il secco “no” alla proposta presentata dalla Confindustria al tavolo per riformare i modelli contrattuali sarebbe dunque supportato dalle cifre.

Se si ripercorressero l’andamento inflazionistico e il suo rapporto con i salari seguendo (a ritroso) il nuovo metodo di calcolo proposto dall’associazione datoriale, spiegano all’Ires, “negli ultimi quattro anni un dipendente chimico avrebbe perduto 1.465 euro, un metalmeccanico circa 1.000. E i salari, già sostenuti a malapena dal modello del 1993 che si cerca di superare in questa trattativa, sarebbero destinati a ridursi ancora di più nel prossimo futuro”.

Il citato modello del 1993 è quello della “concertazione”, introdotto con uno storico accordo firmato il 23 luglio che ha “rifondato” le relazioni sindacali in un’ottica partecipativa (e non più di scontro) tra le parti sociali.

Riguardo all’inflazione, quel modello indicava a priori un tasso presumibile di inflazione “programmata” superando definitivamente la logica della “scala mobile”, cioè del recupero automatico dello scarto con l’inflazione reale.

Qualora alla fine di ogni anno, l’inflazione fosse stata più alta di quella presunta, si sarebbe dovuto “concertare” il recupero della quota regalata all’inflazione. In realtà, dal 1993 ad oggi, la perdita del potere di acquisto delle retribuzioni è stata costante. Da qui risalgono le tensioni che sono sfociate nell’aperta crisi tra Cgil e Confindustria. Tensioni che si sono acquite alla luce della proposta avanzata dalla Marcegaglia per “superare” gli accordi del 23 luglio 1993.

Mentre il sindacato guidato da Epifani chiede di adottare quello che viene definito “indice armonizzato europeo” per provare a difendere i salari, la Confindustria pretende che questo valore non consideri né l’inflazione pregressa né quella sul costo dell’energia.

Ciò significa, di fatto, far pagare due volte ai lavoratori (nel salario e nelle bollette) i costi energetici. Il secondo motivo di disaccordo sta nel cosiddetto “punto di valore”, cioè la base su cui si calcolano gli aumenti contrattuali: “Gli industriali – ha detto Epifani – vogliono ridurre di molto questa base di partenza: ad esempio il 12 per cento in meno per i meccanici, di più per chimici e alimentaristi, un terzo per i trasporti”.

Di fronte a tutto ciò, ribadisce infine l’Ires, la situazione è aggravata dalle decisioni del governo, che non restituisce il fiscal drag (362 euro per l’anno in corso, addirittura a 1.182 euro nel periodo 2002-2008) e nella manovra economica triennale non prevede alcuna detrazione fiscale per lavoratori dipendenti e pensionati.

Dal canto suo, Emma Marcegaglia ha criticato duramente il “no” di Epifani: “La Cgil  – ha osservato – chiede la totale indicizzazione dei salari che non sarebbe accettata dalla Banca centrale europea, dalla Banca d’Italia e neppure dall’Unione europea”. Di fronte ad un’interpretazione forzata (e discutibile) resta comunque una domanda inevasa: per quale motivo, in mezzo a tanti speculatori, i lavoratori e i cittadini più deboli devono perdere ogni anno centinaia di euro di salario?

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