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Amianto-killer: Eternit da processare

Autore: . Data: venerdì, 17 ottobre 2008Commenti (0)

Chiesto il rinvio a giudizio dei padroni della multinazionale: in Italia 2.000 morti. Cgil e familiari: vogliamo giustizia.

Chissà quanti, tra i lettori di InviatoSpeciale, avranno sentito parlare di  “eternit” almeno una volta nella vita.

Quel nome richiama alla memoria un materiale utilizzato come rivestimento isolante in edilizia, trattato in tutti quegli stabilimenti italiani (in Piemonte, in Emilia e in Campania) che lavoravano il particolare composto tra amianto e cemento.

A produrlo in giro per il mondo ci pensava una grande multinazionale svizzero-belga (fallita nel nostro Paese dal 1986), oggi sotto accusa per disastro doloso e omissione volontaria di cautele, in seguito alla morte di duemila persone. Il rinvio a giudizio è stato chiesto dalla Procura di Torino e gli indagati sono davvero eccellenti: Ernest Schmidheiny, 61 anni, miliardario svizzero, e Jean Louis Marie Ghislain De Cartier De Marchienne, 87 anni, nobile belga. I due padroni. I quali, secondo l’accusa, pur conoscendo la portata della minaccia-amianto in relazione alla salute di operai e cittadini, avrebbero volontariamente omesso di assumere tutte quelle cautele e quegli accorgimenti che sarebbero stati necessari per impedire che dipendenti e abitanti delle zone interessate si ammalassero e morissero.

L’amianto, infatti, ha una struttura fibrosa e le sue polveri – respirate da chi vi entra in contatto – sono molto tossiche. Ne sanno qualcosa a Casale Monferrato, un’ora di automobile da Torino, dove ha avuto sede lo stabilimento italiano più significativo della multinazionale. Moltissime delle duemila vittime accertate, alla base dell’inchiesta, hanno insanguinato questa cittadina di 50 mila abitanti. I cui abitanti convivono con una ferita non rimarginabile e che, vent’anni dopo la chiusura della fabbrica della morte, apprendono della volontà dei due capistipite Eternit (diffusa ieri dalle agenzie di stampa) di voler risarcire i familiari delle vittime “mettendo a disposizione alcune decine di milioni di euro”.

Tutto merito del clamore cresciuto intorno ad uno dei più orrendi scandali del Belpaese, che ha indotto la multinazionale a mettere in conto una salatissima multa pur di non perdere completamente la faccia.
La contestazione di Guariniello non si riferisce solo all’insufficienza delle misure all’interno dei quattro stabilimenti (impianti di aspirazione e ventilazione, strumenti di protezione personale come le mascherine, sistemi di lavorazione a ciclo chiuso per evitare la manipolazione manuale delle fibre del minerale, lavaggio delle tute da lavoro all’interno della sede), ma anche a ciò che è accaduto all’esterno, nei centri abitati, dove sono stati registrati numerosi casi di malattie di residenti.

Perchè la fibra si diffondeva nell’aria e inoltre l’Eternit era solita fornire manufatti in amianto per pavimentare strade e cortili o per coibentare i tetti delle case, generando così una “esposizione incontrollata, continuativa e a tutt’oggi perdurante, senza avvertire della pericolosità dei materiali”.

In quel periodo, ricorda Bruno Pesce, storico segretario della Camera del lavoro di Casale Monferrato, “la città contava già i suoi morti, alla fine di una guerra mai dichiarata”. Le prime vittime furono infatti accertate nel corso dell’indagine epidemiologica condotta dal 1985 al 1987: all’Eternit erano morti 200 operai in più rispetto alla media dei decessi in altre zone-campione del nord Italia.

In parallelo, l’ispettorato provinciale del lavoro individuò per conto della Procura 136 decessi per esposizione all’amianto e da lì partì un processo, dopo un’istruttoria di ben otto anni durante i quali la Cgil e l’Associazione delle vittime esposte all’amianto svilupparono una grande mobilitazione.

Con la partecipazione attiva di 1700 ammalati accanto ai familiari delle vittime. Ci fu naturalmente la costituzione di parte civile della stessa Cgil con l’Associazione e con Cisl e Uil. Ma quell’istruttoria trentennale, condotta dal pool di avvocati affiancati alla Camera del lavoro e alla medesima Associazione, era indirizzata ai dirigenti italiani dell’Eternit: per fare piena luce sui risvolti di quel dramma e aprire gli occhi alla politica.

Solo a Casale, negli anni 90, erano stati contati 900 morti tra i dipendenti, 500 tra i cittadini e ancora circa 800 ammalati tra asbestosi e mesotelioma pleurico, le due malattie professionali derivanti dal contatto con la fibra-killer. “Un’ecatombe – la definisce Bruno Pesce – un mostruoso atto d’accusa verso il lavoro ‘sporco’ e verso chi lo ha promosso per un secolo”.

Il Parlamento italiano recepì le conseguenze di un dramma di tali proporzioni soltanto nel 1992, quando varò la legge 257, che ha bandito nel nostro Paese produzione e utilizzo di amianto e ha disposto il riconoscimento di benefici previdenziali per chi ne ha subito gli effetti.

Grazie all’impegno instancabile di alcuni sindacalisti e cittadini casalesi, siamo ora alle soglie di un processo che arriva ai vertici internazionali dell’azienda. Un processo “che arriva con grande ritardo – sottolinea Pesce – e questo è un grande limite. Ma di fronte ad una strage di tali proporzioni è ora di togliere il coperchio.

Per anni è stato considerato normale che un lavoratore potesse morire facendo il suo lavoro e siamo arrivati finalmente a poter mettere sotto accusa la cupola della multinazionale. Non si tratta – aggiunge l’ex sindacalista – soltanto di un segnale forte all’insegna della giustizia, ma anche di un tassello indispensabile nella più complessiva battaglia internazionale contro l’amianto: perché la fibra-killer è stata bandita soltanto da Europa e da pochi altri Paesi, mentre è tuttora utilizzata nel resto del mondo”.

Al versante giudiziario si affianca quello culturale, a cui volentieri Bruno Pesce si presta ancora. Continuano i progetti nelle scuole (l’ultimo, organizzato dalla Provincia di Alessandria, è giunto a compimento pochi mesi fa, in concomitanza con la fine dell’anno scolastico), a sostegno di una memoria che va condivisa e trasmessa alle nuove generazioni.

Libero Panunzio

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