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Il maestro e la Gelmini

Autore: . Data: giovedì, 11 settembre 2008Commenti (0)

Ivan Pucci, un maestro, scrive del ministro e della scuola italiana. Un richiamo alla Costituzione non demagogico o strumentale, ma semplice e diretto. Raro di questi tempi.

Da Orizzontescuola.it rilanciamo:

Premetto: non sono un avvocato. Sono un maestro di scuola elementare. Pardon! Primaria, come ora si suole dire.

In questo periodo ho sentito sbandierare con orgoglio tante “novità” che riguardano la scuola. Una, ad esempio, riguarda la reintroduzione nei programmi delle varie scuole lo studio della Costituzione.

Credo che prima di farla studiare a bambini e ragazzi, gli adulti (coloro che hanno diritto di voto e di decidere del futuro della nazione) debbano averla almeno letta. Non mi riferisco tanto alla classica casalinga di Voghera o all’altrettanto famoso uomo della strada, quanto, piuttosto, a chi con quei principi e con quelle leggi dovrebbe avere una certa familiarità. In primo luogo, i politici (compresi quelli che pretendono di esserlo); poi, gli avvocati e i giornalisti.

Ora, si dà il caso che l’attuale ministro dell’istruzione sia oltre che un membro del parlamento (e quindi politico) anche un avvocato. Non voglio parlare qui del suo concorso di abilitazione conseguito a Reggio Calabria perché non aggiungerei nulla alla notevole caratura che finora ha dimostrato, quanto sulla sua preparazione di avvocato.

Mi sembra lampante e mi meraviglio come non sia stato notato da nessuno! Sto parlando del famigerato decreto legge n. 137 del 1° settembre 2008. Al di là della poca correttezza nell’emanarlo senza consultare le parti sociali e per di più in un periodo morto per via delle ferie, trovo che quest’atto normativo avente forza di legge (come disciplinato dall’articolo 77 della famosa Costituzione) non risponda ad alcun criterio di straordinarietà, necessità e urgenza (come recita sempre la solita Costituzione ed altre leggi, come la 400 del 1988). Per lo meno, io non vedo bambini lasciati a se stessi, scuole in rovina, bulli che fanno il bello e il cattivo tempo terrorizzando i cittadini. Diavolo! È bastato indossare i grembiuli e minacciare di mettere in pagella un 5 che subito il virus del bullismo è bello e scomparso. Caspita, se bastava così poco perché i predecessori della Gelmini non ci hanno mai pensato!

Sarà, forse che i diversi governi Berlusconi ci hanno abituato a vedere che basta legiferare su una qualsiasi materia e subito, magicamente, il problema si risolve. Tutti contenti e soddisfatti. Io non lo sono. E come me, centinaia di migliaia di persone, anzi milioni di italiani (ogni tanto piace anche a me applicare un po’ di retorica berlusconiana) non pensano che così si risolvano i problemi della scuola e che così si possa garantire un’istruzione pubblica degna di questo nome e di questo aggettivo.

L’unico effetto pratico che il summenzionato decreto ha ottenuto è stato quello di mandare al macero tonnellate di schede di valutazione e registri già pronti per il nuovo anno scolastico e di spendere soldi pubblici per stamparne di nuovi che avessero lo spazio per contenere i voti. Se questo è modo di contenere le spese!

Ritengo che tutto il mondo della scuola (insegnanti, personale ATA, genitori e studenti) abbiano il dovere di avvisare che la signora Mariastella Gelmini è ministro dell’Istruzione, non della Distruzione.

Ma lei non è paga del terrore e dell’incertezza che sta seminando e annuncia che tutti gli istituti scolastici verranno trasformati in fondazioni, cosicché i rispettivi dirigenti abbiano maggiore autonomia. anche nell’assunzione del personale. Ma l’articolo 97 di quei fogli messi insieme alla buona 60 anni fa e chiamati “Costituzione” non diceva che “agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso”? Ah! Già se le scuole pubbliche saranno trasformate in fondazioni private questo concetto non si applica. Chissà se ci saranno i saldi di fine stagione.

Sempre da quelle paginette ingiallite della Costituzione trovo all’articolo 31 che la Repubblica italiana “protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo”. Ah, sì? Se è così perché la signora Gelmini e il suo entourage non ci spiegano chiaramente (magari come noi maestri facciamo ai bambini) come si fa a ripristinare l’insegnante unico nella primaria e al contempo garantire il tempo pieno, senza contare che lei stessa ha assicurato che le ore di lezione saranno ridotte a 24 o 27, ma che italiano e matematica non subiranno alcun taglio. Ebbene, signori: o si reintroduce il doposcuola o siamo di fronte al terzo segreto di Fatima!

Già, perché la scuola a tempo pieno in un certo qual modo garantisce la maternità e l’infanzia: ai genitori si assicura uno spazio sicuro e pieno di stimoli dove far crescere i loro figli e a questi ultimi l’istruzione. Ai giovani, infine, a quei giovani che vorrebbero diventare insegnanti si dà la speranza di un posto di lavoro. Ma così evidentemente non deve essere.

Ogni anno i mass media proclamano che la categoria dei docenti in Italia è fra le più anziane del mondo e solo contando i precari l’età media si abbassa. E cosa va a fare il governo? Ha la brillante idea del maestro unico così da impedire l’assunzione di nuovi insegnanti per 10 o 12 anni e quindi un ricambio generazionale.

Certo che gli ideatori della nostra carta costituzionale erano dei burloni di prima categoria. Sentite questa: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.

Era l’articolo 34. E non era neanche tutto! Manca l’ultimo comma, che alla luce di quel sta succedendo in questi anni è un vero capolavoro dell’umorismo: “La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”.

Mi domando come il novello governo Berlusconi voglia attuare questo diritto se intende chiudere le scuole di montagna e delle isole, oltre ad aumentare il numero di alunni per classe. Naturalmente, lo standard qualitativo della formazione deve essere al top.

Analizziamo bene il paradosso. Lo faccio partendo dalla mia esperienza nella scuola primaria: immaginate dei bambini dai 5 ai 10/11 anni che debbano salire su un pulmino e fare un’ora o due per raggiungere la scuola più vicina, credete che la loro attenzione e partecipazione saranno come quelle dei loro compagni che si alzano 10 o 20 minuti prima di entrare a scuola? Moltiplicate, poi, la stanchezza e lo stress accumulato in un giorno per tutto l’anno scolastico. Il loro rendimento sarà proporzionato alle loro reali potenzialità? Se a questi piccoli dettagli (non certo fonte di pari opportunità e di uguaglianza formativa e didattica) aggiungiamo il fattore numero di alunni per classe: aumentando questo numero proporzionalmente diminuisce l’attenzione che una maestra può dedicare ad un bambino. Se la signora Gelmini per il maestro unico si è giustificata dichiarando che così ci sarà un solo punto di riferimento educativo ed affettivo, per un maggior numero di alunni in ogni classe cosa dirà? Probabilmente, dirà che in questo modo i bambini instaurano più contatti umani.

Chi va dicendo che il ritorno al maestro unico è un bene, facendo riferimento alla propria esperienza personale, dimentica alcuni particolari:

1. la scuola è l’unica agenzia educativa presente nel territorio, o addirittura l’unico segno tangibile di far parte di uno Stato (mi riferisco alle zone più internate);

2. la società nel frattempo è cambiata e nuove tecnologie hanno cambiato la nostra quotidianità (internet, i cellulari, la TV, ecc.);

3. la CEE si è evoluta nella Comunità Europea e il ristretto club di Stati fondatori, di cui l’Italia era parte, si è allargato a gran parte dell’Europa: ciò ha imposto nuovi standard che nella scuola si traducono nella necessità di imparare l’inglese o un’altra lingua comunitaria;

4. il maggior numero di stranieri in Italia che spesso hanno poca dimestichezza con l’italiano e con le nostre tradizioni e consuetudini;

5. il maggior numero di bambini proveniente da famiglie separate, divorziate, allargate e quant’altro;

6. last but not least: maestre e maestri ormai sono chiamati a svolgere funzioni che vanno al di là dell’insegnamento. Spesso si trovano a fare da psicologi, assistenti sociali, consultori familiari e chissà cos’altro. Con buona pace di chi dice che gli insegnanti non fanno niente e hanno tre mesi di ferie.

Mi preme, poi, ricordare un’altra frase di quel barboso documento costituzionale contenuto nell’articolo 38: “Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale”. Sarebbe più onesto da parte di chi è al governo abrogarlo, dato che sono sempre meno i posti per gli insegnanti di sostegno nonostante l’effettivo bisogno.

Ma alla luce di quanto detto finora ancor più coerente da parte di Berlusconi e dei suoi sarebbe, a mio avviso, abolire l’obbligo scolastico o quanto meno ridurlo a non più di quattro o cinque anni. Già la riforma Moratti aveva abilmente sostituito all’aggettivo “scolastico” il più ambiguo e onnicomprensivo “formativo”, quasi a voler auspicare il ritorno all’apprendistato presso una bottega, più o meno come si faceva nel Basso Medioevo. Tanto in questa Italia che si sta preparando servono scimmie ammaestrate pronte ad eseguire qualsiasi comando senza batter ciglio.

Provo ribrezzo nel leggere le dichiarazioni della signora Gelmini a proposito dell’opera di don Lorenzo Milani quando afferma: “L’impegno condiviso è certamente quello di lavorare ad una scuola quanto più possibile accogliente e democratica, alla portata di tutti e di ciascuno”. Secondo me, il povero don Milani non si sta rivoltando nella tomba, ma sta girando su se stesso come una trottola.

Infine – e qui voglio far comprendere a tutti come la signora Gelmini non abbia la benché minima idea in che ginepraio vada a cacciarsi – l’idea di togliere valore legale ai titoli scolastici e accademici è semplicemente folle, soprattutto se non si aboliscono quegli ordini che di fatto assumono le sembianze di una casta. Bisognerebbe mettere mano a diverse leggi e alla solita Costituzione, che, ad esempio, all’articolo 33 recita: “È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale”. Sempre che fino ad allora la carta costituzionale continui ad avere valore.

Sono convinto, se non lo si fosse capito, che attuare una riforma della scuola improntata alle dichiarazioni dei diversi esponenti di governo significhi stravolgere la Costituzione e i suoi principi, anche perché non risponderebbe ad alcun principio pedagogico motivato in maniera esauriente.

Quel che mi meraviglia è che, dopo due anni di parentesi del governo Prodi, Berlusconi e i suoi abbiano scoperto una situazione al collasso. Ma non lo era già da prima? Quando la signora Moratti inaugurava la “Sua” di riforma? Possibile che nel giro di due anni la scuola improvvisamente sia collassata e nessuno ha fatto niente? A queste domande è stato risposto sempre con spot elettorali. I telegiornali per quel che vedo assecondano il governo ed intervistano solo chi è d’accordo. un consenso bulgaro.

Nessuno si è interrogato, quando la signora Gelmini ha detto che il 97% dei fondi destinati all’istruzione consistono in stipendi, come vada speso quel 3%. Con quella quota irrisoria si acquistano libri e materiali didattici, si provvede all’edilizia scolastica, si pagano corsi d’aggiornamento. Se con così poco si fa tanto, immaginiamoci cosa potremmo ottenere con un maggior stanziamento di fondi. Ricordo, infatti, che tra i Paesi OCSE l’Italia è fanalino di coda riguardo all’entità di fondi per l’istruzione. Ciò significa, anche, che l’eccellenza raggiunta dalla scuola primaria italiana non è soltanto frutto dei soldi spesi (ben pochi), ma della sua organizzazione e della buona volontà di tanti insegnanti.

Chi nel governo parla di razionalizzare gli investimenti nel mondo della scuola sbaglia verbo, dovrebbe usare “razionare”. Anche in questo consiste l’ignoranza di chi ci governa.

Mi auguro che mentre sto scrivendo lo ius murmurandi non sia stato abrogato e che per quel che ho scritto (e sostengo) possa essere tacciato di comunista e reazionario (una volta non erano aggettivi contrari? Ma, si sa, la grammatica berlusconiana opera questi e ben altri miracoli!).

Concludo con questa esortazione: la riforma dell’istruzione che questo governo e questa signora prospettano è, in una parola, una vergogna, ma la cosa peggiore è che la vergogna di questa riforma non è solo di chi l’ha ideata e di chi la voterà, ma sarà anche la nostra se non faremo qualcosa per bloccarla sul nascere.

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