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Alitalia ultimo atto

Autore: . Data: venerdì, 26 settembre 2008Commenti (1)

Il contratto è pronto, il risultato, forse, raggiunto. Alitalia è salva. Il prezzo? La salvezza della compagnia ed una ferita, drammatica, alla dignità dei lavoratori.

Il grande parcheggio, nascosto in una zona dell’aeroporto di Fiumicino che i passeggeri non frequentano mai, è uno spazio aperto che tanto ricorda una delle tante zone industriali del Paese. Solo che quì, al posto dei grandi capannoni con le ciminiere, ci sono gli immensi hangar per gli aerei. Sono le 15 e nulla accade. Alcune centinaa di assistenti di volo, piloti e personale di terra aspettano di sapere dai rappresentati sindacali dei cartelli aziendali cosa è successo, a che punto è la trattativa.

Il tempo passa e le donne e gli uomini di Alitalia parlano tra loro. Sono tesi, stanchi, preoccupati. La loro vita non è legata, come scrivono i media, alla sola decurtazione degli stipendi. Sanno bene che dietro il contratto, il piano, le discussioni, ci sono due modi profondamente differenti di intendere le relazioni industriali e l’esistenza sul posto di lavoro. ‘Filosofie’ che  stanno giocando una partita folle in ‘tavoli’ lontani ed inarrivabili.

Verso le quattro un sindacalista sale su terrazzetto freddo e di cemento armato, una specie di balconata sul parcheggio e parla. Tono singolare il suo. Cerca di nascondere uno stato d’animo? E’ convinto di aver lavorato al meglio? Qualcuno lo ha messo con le spalle al muro? Comincia col dire che qualcosa si è ottenuto, che la situazione è in continua evoluzione, che si sta ancora parlando con governo e cordata.

Fino a che dal popolo di Alitalia, dal basso, dall’asfalto del piazzale, uno grida: “Vabbè, ci dici le cose concrete, allora!”.

Il sindacalista, con lo stesso tono singolare, comincia ad elencare. Permessi, retribuzioni, assunzioni, particolari del nuovo ‘stile di vita’ di chi “Ama l’Italia, vola Alitalia”.

Sembra che un buco nero si stia mangiando questa gente, in una ossessiva elencazione di cose che riportano il lavoro, la dignità dei lavoratori, la democrazia sindacale a tempi lontanissimi: quelli del cottimo, del bracciante curvo sulla pala, delle gabbie salariali, del padronato che picchiava i sindacalisti davanti ai cancelli degli opifici. Gli anni sessanta sono tornati di nuovo ad incombere sul collo dei cittadini al lavoro, la conquista dello Statuto dei Lavoratori è stata ‘finalmente’ superata dalla produttività, dall’efficienza, dalla ‘modernità’.

Una ragazza, bella e simpatica, un’assistente di volo coi suoi anni da stagionale e finalmente l’assunzione, la mamma di una bambina di nove anni, una laurea ed una separazione, ascolta. In una specie di traduzione simultanea, da ‘condizioni contrattuali’ a ‘effetti collaterali sulla vita’, il suo sguardo cambia. Si fa serio, poi fragile, poi sdegnato, infine vuoto. Tra pochi giorni la sua esistenza sarà triturata da una nuova azienda, nella quale probabilmente non entrerà mai. Perchè? Perchè, secondo la ‘fiammante e moderna linea operativa’ decisa per selezionare chi dovrà far parte di Cai, una mamma-hostess, affidataria di una bimba e quindi messa nelle condizioni di assentarsi da casa con un minimo di criterio, autorizzata a volare in una coincidenza tra affetti familiari, responsabilità materne e necessità della Compagnia, non avrà spazio.

Una donna così non rientra nel ‘modello produttivo’, è la rappresentate di una stirpe di ‘privilegiati’, che addirittura poteva prendersi cura di una bimba, mentre il padre, pilota è volato lontano. Fuggito nel silenzio? No, trascinato ad Hong Kong, perchè un comandante se vuole lavorare deve andare dov’è possibile e lui ha dovuto farlo fino all’umidità satura di quella metropoli asiatica.

Una piccola storia che vale da sola a spiegare non i punti 3 o 7 o 15 del contratto, ma la filosofia che c’è dietro. Subito, la presidente degli indistriali, Emma Marcegaglia, socio della Cai, ha detto: “Auspico che lo stesso atteggiamento avuto con Alitalia, la Cgil lo tenga anche sul nostro tavolo sulla riforma del modello contrattuale”.

Signori, ‘le jeux sont fait’. l’Italia dei ‘bamboccioni’, dei ‘privilegiati’, dei piloti che guadagnano più di un ‘autotrasportatore’, dei ‘metalmeccanici’ che vorrebbero guadagnare più di quanto guadagna oggi un ‘metalmeccanico’ sta arrivando. I diritti sono soprammobili per i reduci del ’68, i contratti nazionali i testimoni di un ‘vecchiume’ che mal si concilia con gli scenari travolgenti della globalizzazione.

Perchè da oggi, se nulla accadrà e nulla accadrà probabilmente, l’Alitalia italiana sarà così globalizzata da perdere aerei, equipaggi, rotte. Diventerà la bandiera d’Italia, tanto da evitare Bombay e scegliere Vietri sul Mare o, come predilige il ministro Scajola, Albenga.

La Cai srl, centosessantamila euro di capitale versato, compera una compagnia il cui valore supera i due miliardi di euro, certo debiti a parte, ma dopo una procedura considerata da moltissimi esperti del tutto irregolare.

Piero Schlesinger (Università Cattolica), Lorenzo Stanghellini e Umberto Tombari (Università di Firenze), Massimo Fabiani (Università del Molise), Federico M. Mucciarelli (Università di Modena e Reggio Emilia) e Alberto Jorio (Università di Torino)  avevano lanciato nei giorni scorsi più di un grido di accusa al metodo, alla logica degli ultimatum, alle mosse del commissazio Fantozzi: inascoltati.

Veltroni, insonsapevole non solo di cosa sia l’opposizione, ma della materia del trasporto aereo, in uno stranissimo moto autocelebrativo ha detto: “Ho dato una mano per evitare una tragedia, tenendo relazioni con Colaninno e i sindacati, e ho informato Gianni Letta”.

Vero, una tragedia incombeva su cinquantamila lavoratori. Il rischio del crack era nell’aria. Da quanto tempo? Mesi sprecati per arrivare alla pistola alla tempia, al prendere o lasciare, alla catastrofe cercata per ottenere un risutato che va bel oltre Alitalia.

Adesso il leader dell’opposizione ‘ombra’ gioca al tiro alla fune con il leader del governo ‘faccio tutto io’ in un duello senza più regole, nel quale davvero è difficile capire dove mettere i sogni. I sogni di libertà, di eguaglianza, di democrazia.

Non abbiamo voluto entrare nel merito delle vicende contrattuali. Perchè sono ancora del tutto aleatori i contorni del contratto in via di approvazione.

Solo due ultime cose. Epifani sostiene che i precari, in Alitalia si chiamano stagionali, saranno protetti. Potranno tornare al lavoro non appena possibile. Così un’azienda che licenzia non quattro persone, ma probabilmente seimila individui, perchè dovrebbe aver bisogno di qualcuno? Mistero?

Adesso i lavoratori di Alitalia sono nessuno. Si nessuno, perchè Cai, nuovo padrone, non assorbe il personale. No, lo ‘assumerà’, ad anzianità zero, per chiamata nominale e dopo colloquio. Un assistente di volo da dieci anni tornerà ad essere apprendista, si siederà davanti al selezionatore, risponderà a chissà quali quesiti e sarà scelto o buttato fuori. Se avrà la fortuna di esser preso potrebbero dirgli hai trenta giorni (forse venti, è poco chiaro) per trasferirti a Catania, Milano, un’altra sede. D’altra parte è trasporto aereo, non solo per esseri umani, anche per pacchi.

E’ sera, sono le ventuno. I lavoratori hanno attraverato la città per manifestare davanti a palazzo Chigi. E’ vietato. Sono autorizzati ad andare nella piazzetta davanti alla Camera, un centinaio d metri più in là. Va bene lo stesso. Se si deve protestare contro, per esempio, la Federcalcio si può anche andare a mostrar dissenso di fronte al palazzo della Federazione italiana di atletica leggera. Sempre di sport si tratta.

Un sindacalista educato dice con tono pacato agli avieri tristi e frastornati: “Per favore dovremmo defluire lentamente da qui, si è fatto tardi, ci dicono che possiamo tornare domani mattina”. Un elegante ufficiale dei Carabinieri aveva fatto notare che non era consono ‘sostare’ davanti a Montecitorio a ora ‘tarda’. Si va via.

L’Italia protesta fino alle nove, suvvia si sia moderni. Anche la Libertà ha bisogno dei suoi orari.

Roberto Barbera

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