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Alitalia, che tristezza

Autore: . Data: lunedì, 15 settembre 2008Commenti (0)

Sempre più intricata la vicenda Alitalia. Nella giornata di ieri si sono susseguiti incontri, riunioni, manifestazioni dei lavoratori. Nella notte sarebbe emerso qualche elemento condiviso sul piano industriale e sui licenziamenti. Le incognite restano moltissime.

Nella tarda nottata, secondo fonti di agenzia, si sarebbero fissati alcuni punti ‘comuni’ tra Cai, Cgil, Cisl, Uil e Ugl e governo.

Nella confusione che sembra essere l’unico tratto chiaro della trattativa, l’agenzia Ansa riassume i risultati del giorno in questo lancio:

“Cai procederà a selezionare le risorse umane, tra l’altro, con i criteri definiti da un’intesa tra le parti entro il 30 settembre 2008. Secondo quanto si legge nell’accordo quadro, il piano 2009-2013 di Cai prevede la concentrazione delle attività della nuova società sul trasporto passeggeri, includendo le attività di volo, di terra, di manutenzione di linea e leggera, quelle di ground handling nonchè le strutture centrali di servizio (amministrativo, informatico etc.). Per le attività full cargo e di manutenzione pesante societarizzate è prevista una partecipazione minoritaria di Cai. I soci di Cai si impegnano a conservare le proprie partecipazioni nella società per un periodo di cinque anni e, nel caso di quotazione in Borsa comunque non prevedibile prima di tre anni, si impegnano a mantenere la maggioranza assoluta (maggiore del 51 per cento) del capitale ad azionisti italiani. Elemento qualificante del progetto – si legge nell’accordo quadro – un partner industriale internazionale con la possibilità che partecipi al capitale della società con una quota di minoranza e, in ogni caso, non superiore a quella massima riservata agli attuali soci. Il piano conferma una capitalizzazione iniziale di un miliardo di euro e il conseguimento del pareggio operativo in poco più di due anni”.

A commento conclusivo, Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil ha detto: ”Senza ultimatum si continuerà a lavorare fino a quando riusciremo a trovare un accordo. Abbiamo condiviso un primo passo, poi c’è il secondo passo da fare perchè ci sono problemi che richiedono approfondimenti e il coinvolgimento più ampio di tutti. L’accordo, se ci sarà, sarà alla fine di tutto”. Sui tempi necessari per raggiungere l’accordo finale, Epifani ha sottolineato che “sono quelli necessari ma dal governo e dall’azienda c’è la disponibilità a continuare il confronto”.

Queste le note importanti. Le altre dichiarazioni, sia del governo, sia delle altre componenti sindacali sono da considerarsi abituale attività di ‘relazioni esterne’.

Per quanto riguarda le sigle sindacali aziendali, in un comunicato congiunto, hanno definito l’accordo quadro “inutile e provocatorio”.  L’Sdl, i piloti di Anpac e Up, e gli assistenti di volo di Anpav e dell’Avia sostengono: “Alla fine di una lunga giornata di attesa e di presidi, i lavoratori del gruppo Alitalia, piloti, assistenti di volo e personale di terra, hanno respinto e resa inefficace la scellerata messa in scena del sindacato confederale e del ministero del Lavoro tesa a produrre un documento precostituito da sottoporre alle rappresentanze indipendenti del gruppo Alitalia…qualsiasi documento prodotto senza la diretta partecipazione delle associazioni professionali e di sindacati rappresentanti di tutte le categorie verrà considerato inutile e provocatorio”.

I fatti.

I problemi legati alla crisi Alitalia sono molti. Il cosiddetto piano industriale, se esiste, non è mai stato reso noto nella sua interezza. Dalle indiscrezioni si è capito poco.

Le destinazioni di Cai-Alitalia potrebbero essere 65, principalmente concentrate sul mercato nazionale ed europeo. In questo segmento si perde perchè è molto forte l’attacco delle low cost. I voli intercontinentali sono un’incognita, perchè è ignoto il  partner straniero. Per esser chiari, al momento non esiste.

La flotta, con l’integrazione di Airone, potrebbe contare su 139 aerei, un centinaio in meno delle 238 attualmente in uso dalle due compagnie. Inoltre, Airone ha opzionato 60  Airbus 320, più economici nel consumo di carburante dei vetusti super 80 di Alitalia, ma presi in leasing con canoni molto alti. Per il lungo raggio non si sa quali vettori saranno utilizzati.

La fusione tra le due compagnie distrugge il pur limitato regime di concorrenza in Italia sulle tratte nazionali. Airone e Alitalia avranno modo di gestire le tariffe a loro piacimento e questo non sarà un vantaggio per i consumatori. L’alta velocità ferroviaria sarà competitiva sulla Roma Milano, una delle rotte più remunerative.

Nonostante proclami e dichiarazioni, Cai ha al momento versato 160mila euro. Il ‘Progetto Fenice’, messo in piedi da Intesa – San Paolo informa che il capitale ‘per cassa’ versato dai soci entro il 2008 sarà di 800 milioni. Oggi sappiamo che si intende farlo crescere ad un miliardo. Le intenzioni, al momento, non sono la realtà.

Air France-Klm voleva versare ad Alitalia un miliardo circa entro giugno 2008, assorbendo anche il miliardo e quattrocento milioni di debiti finanziari netti (oggi a quanto ammonta il deficit?). Cai lascia il passivo allo Stato. In pratica Air France-Klm avrebbe investito due miliardi e quattorcento milioni e i cittadini non avrebbero dovuto sostenere il debito. Cai neppure si capisce quanto investa e lo vedremo in seguito.

La Cai ha fatto un’offerta per Alitalia di 300 milioni, lo stesso valore attribuito ad Airone. La cosa e inammissibile, anche per un cittadino che non sa nulla di aviazione civile. I soli slot di Alitalia valgono centinaia di milioni di euro (Heathrow, Parigi, Francoforte, Duesseldorf, Madrid). La compagnia di bandiera ha una storia aziendale antica, in marchio è famoso, la rete di vendita un’estensione mondiale.

Airone è nei guai. Gli aerei sono mezzi vuoti ed è in perdita. Fino a giugno del 2008 il rapporto tra i posti disponibili e queli occupati da viaggiatori è stato il più basso d’Europa tra le quasi trenta compagnie dell’Aea. Nel 2007 ha perso 32 milioni ed il fatturato è stato di 785 milioni. Alla fine del 2007 aveva novecento milioni di debito, salito a oltre un miliardo nei primi sei mesi del 2008. L’eplosione del passivo è determinata in gran parte dall’acquisizione degli Airbus 320, collocati in Irlanda e affittati a Airone. Il prestito per l’operazione è stato garantito da alcune banche. E Intesa – San Paolo? Forse sarebbe il caso di sapere se e in che misura, considerando il suo ruolo di oggi.

Insomma, la Cai sta salvando Alitalia o Airone?

Per gli aerei, mentre Air France-Klm avrebbe avrebbe mantenuto una flotta ‘di proprietà’, rinnovandola, Cai l’avrà tutta in leasing. Alitalia possiede 109 aerei, nel bilancio 2007 avevano un valore di quasi due miliardi di euro. Come è possibile che Colaninno paghi per tutto trecento milioni? Il ‘Piano Fenice’ dice che saranno acquistati dalla compagnia di bandiera 43 aerei per 772 milioni. Come, dove, quando, in quale capitolo dell’investimento? Dove finiranno?

Oggi non toccheremo le inconguenze sulle nuove assunzioni e sui licenziamenti, perchè negli incontri di ieri non si è parlato di contratto. Lo faremo, presumibilmente domani, alla luce degli avvenimenti del giorno.

Alcune annotazioni.

Il salvataggio di un’azienda parte e deve partire da un severo ed approfondito piano industriale. Non è possibile quantificare nulla, dagli stipendi ai licenziamenti, se non si sa cosa fare e come farlo. Le notizie fino ad ora diffuse lasciano molto perplessi sulla capacità della cordata di saper gestire un’azienda di trasporto aereo e neppure si ha notizia di specialisti all’opera per produrre lo studio necessario.

La riunione di ieri ha raccolto in una stanza importanti organizzazioni sindacali nazionali (Cgil, Cisl, Uil), un sindacato, l’Ugl, che quasi non è presente in Alitalia. I sindacati ‘interni’ sono stati lasciati fuori dalla porta e con loro i lavoratori dell’azienda, anche fisicamente lontani dal luogo dove avvenivano le trattative, concentrati davanti ad un’altra sede del Ministero del Lavoro.

L’esercizio della democrazia ha delle regole, che impongono il riconoscimento di tutte le rappresentanze. Aver accettato di escludere lavoratori e cartelli interni avrà  l’effetto di rendere ancor più complesso il difficile processo di salvataggio della compagnia. Oltre che ferire gravemente un principio fondamentale della libertà: il diritto di rappresentanza. E’ inquietante che le organizzazioni confederali abbiano accettato la discriminazione imposta dal governo. Si rifletta quando qualcuno sostiene che in questo Paese c’è il pericolo di un regime.

Ad un osservatore distaccato, lontano dalla necessità di supportare una tesi piuttosto che un’altra (come dovrebbe essere per tutti i giornalisti, obbligati ad essere indipendenti) sembra di osservare della gente in bilico su un piano inclinato, dei dilettanti, che giorno dopo giorno rubano un minuto al disastro, pensando di poter trovare in quel tempo trafugato una soluzione possibile.

Va avanti così da giorni ed intanto il paziente si aggrava. Solo che qui non si tratta di un malato di morbillo, ma di ventimila persone, di un indotto non quantificabile, di mogli, mariti, figli.

Non è ammissibile che rappresentanti del governo,  imprenditori non esperti nel settore (tranne Toto, che però possiede una compagnia in coma) e sindacalisti disegnino le  linee di sviluppo industriale per un’azienda del trasporto aereo a partire da esigenze di carattere politico, di categoria, di parte.

La sopravvivenza dell’Alitalia ha bisogno di un piano serio di rifondazione. Le indicazioni generali diffuse sono dichiarazioni di intenti, tanto vaghe quanto non condivisibili nella loro vaghezza. Ed in Italia dimenticare quello che si è promesso il giorno prima è uno sport nazionale, chi non lo fa viene considerato eccentrico.

E’ comprensibile che un sindacato ‘responsabile’ tenti di risolvere i problemi prodotti da un governo ‘irresponsabile’ e dal suo presidente del consiglio, ma non è accettabile raggiungere un accordo pur di raggiungerlo, sapendo bene che nel giro di pochi mesi la nuova compagnia sarà di nuovo in crisi, perchè costuita su fondamenta fragilissime.

Le considerazioni dei sindacalisti delle diverse sigle, in questi giorni, spaziano nell’universo mondo delle strategie di comportamento, nel futuro della contrattazione in Italia, tra le scelte di Confindustria e gli scontri tra centro-destra e centro-sinistra, eccetera. Tutte cose importanti e giuste, ma che si incrociano con la vita di ventimila persone, a rischio di perdere il lavoro.

Il compito della politica e delle organizzazioni difesa dei lavoratori, oltre le questioni ‘di soldi’ e di ‘esuberi’, si legga ‘licenziati’,  deve valutare un principio più alto: la difesa della dignità del cittadino-lavoratore, oggi i dipendenti di Alitalia. Ieri migliaia di perone aspettavano di sapere quale sarebbe stato il loro futuro in uno stato di inumano abbandono. Convocati con le loro rappresentanze sindacali in un posto dove non si è presentato nessuno, per ore, financo al buio, perchè nel Paese sognato da Berlusconi, si è anche sfasciata la pubblica illuminazione, lasciando metà quartiere senza  luce per le strade.

Così si finisce col trovarsi in un vicolo cieco. Dover trovare una soluzione pur di trovarla, cercando ogni giorno di tappare le falle che si aprono una dietro l’altra e che fanno affondare la barchetta di legno già marcio comperata al mercatino del venerdì da un club di imprenditori senza una vocazione collettiva all’investimento e all’intrapresa nel settore aereo.

Oggi succederanno altre cose, vedremo quali, non è dato saperlo perchè si stanno ‘inventando’ al momento.

Una cosa è certa, la demagogia dell’italianità sta mostrando il ritardo culturale di una classe dirigente. E la cattiva informazione fornita ai cittadini da una stampa che si ostina a non vedere i volti, gli occhi, il disorientamento di questo popolo di Alitalia, perchè troppo occupata a tagliare ed incollare pezzi di comunicati stampa ufficiali, dimenticando la vita delle persone.

Un’italianità che non ha difeso in passato la chimica italiana, l’industria dell’elettronica, la telefonia. La ‘Patria’ è stata utile, nel caso di Alitalia, per trovare un ulteriore argomento per vincere delle elezioni. In questo non c’è un principio ‘alto’ di identità nazionale, ma il dispezzo peggiore per chi quell’identità rende possibile: i cittadini e tra loro i lavoratori di Alitalia.

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