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Alemanno e la storia

Autore: . Data: lunedì, 8 settembre 2008Commenti (0)

Il fascismo non fu così male

Gianni Alemanno, sindaco di Roma, è in Israele.  In una dichiarazione rilasciata in una pausa del tour, l’esponente di Alleanza nazionale, in riferimento al fascismo e alla definizione di ‘male assoluto’ espressa da Gianfranco Fini in passato, il politico di destra ha detto al ‘Corriere della Sera: “Non lo penso e non l’ho mai pensato: il fascismo fu un fenomeno più complesso. Molte persone vi aderirono in buona fede e non mi sento di etichettarle con quella definizione. Il male assoluto sono le leggi razziali volute dal fascismo e che ne determinarono la fine politica e culturale. Nella mia esperienza, dentro l’Msi di Giorgio Almirante, chi era antisemita veniva espulso”.

La frenesia della dichiarazione è un male comune per i politici italiani e ad Alemanno ha giocato anche in passato brutti scherzi. In realtà Almirante scrisse nel 1940: “ll razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto lo spirito alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d’una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore. Altrimenti, finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose – fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue”.

Ad Alemanno possono essere ricordati alcuni fatti. Tra il 1919 e il 1922, durante le spedizioni punitive delle bande fasciste contro gli avversari democratici, si calcola siano stati uccisi circa cinquecento oppositori. Il parroco di Argenta, don Giovanni Minzoni fu assassinato in un agguato da due uomini del gerarca Balbo, nel 1923. Nel giugno del 1924 toccò a Giacomo Matteotti, rapito e giustiziato. Nel 1926 morì  in esilio Piero Gobetti, per le conseguenze di un feroce picchiaggio subito due anni prima. Giovanni Amendola spirò per le ferite riportate in un’aggressione fascista subita nel luglio 1925.

La legge n. 2008 del 25 novembre 1926 istitui il “Tribunale speciale per la difesa dello Stato”, che finì di operare solo nel 1943, alla caduta del fasismo. L’organismo, che aveva il compito di reprimere l’opposizione al regime, emise 5619 sentenze e 4596 condanne, Tra i condannati anche 122 donne e 697 minori. Le condanne a morte furono 42, delle quali 31 eseguite, mentre   gli anni di carcere infilitti agli antifascisti furono 27.735. Tra le vittime del Tribunale, Antonio Gramsci, che morì in carcere nel 1938 e il presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Con le leggi razziali del 1938 cominciò la negazione dei diritti civili agli ebrei. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, le retate. La prima il 16 ottobre 1943 a Roma. Degli oltre 1250 ebrei arrestati in quell’occasione più di mille finirono ad Auschwitz e di essi solo 17 erano ancora vivi al termine del conflitto.

Due sono i casi: Alemanno non sa la storia o è fascista e quindi ritiene poco rilevanti i giudizi storici su uno dei periodi più cupi della vita italiana. Speramo che il sindaco della capitale si sia solo confuso. Non sarebbe la prima volta.

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