cronaca

I fatti senza distorsioni, opinioni o interpretazioni. Spesso la realtà è differente da come viene raccontata dai media.

esteri

Il mondo è un illustre sconosciuto e il Sud del pianeta è quasi del tutto ignorato. E molte cose sono diverse da come appaiono.

politica

In Italia ormai il Palazzo e la società civile sono pianeti separati. Si deve cercare di restituire ai cittadini trasparenza.

tu inviato

Gli articoli scritti dai cittadini e pubblicati dal nostro giornale. La libera informazione è libertà di espressione.

vivere

Diritti civili, convivenza pacifica, cultura, arte, spettacolo, salute, ambiente, sport, tecnologie, cucina: sono il cuore del millennio.

Home » esteri
Regola la dimensione del carattere: A A

L’uomo nero

Autore: . Data: martedì, 26 agosto 2008Commenti (0)

La convention democratica di Denver sta per candidare Barak Obama alle elezioni presidenziali americane. Un momento straordinario per gli Usa e per il mondo. Un afro-americano potrebbe entrare in una Casa Bianca. I giornali italiani, come al solito, cercano il gossip.

”Sono qui questa notte per onorare due uomini che hanno cambiato il nostro Paese e la mia vita: Barack Obama ed Edward Kennedy”. A dirlo è stata Carolin Kennedy, la figlia di John Fizgerald Kennedy, JFK, dal palco di Denver, Colorado, alla convention democratica che dovrà ufficializzare la candidatura di Barak Obama per le presidenziali Usa. In molti ancora il ricordo di una bambina spaurita e timida, che a fianco del fratellino John-John e della mamma Jackie assisteva ai funerali del padre, in una drammatica giornata di autunno del 1963. La donna Caroline, l’avvocato Caroline, la testimone di infinite battaglie per i diritti civili, parla dello zio Ted, dell’unico sopravvissuto alla mannaia del conservatorismo omicida che eliminò JFK e Bob.

“La speranza sorge ancora e il sogno continua a vivere, nulla, proprio nulla mi avrebbe impedito di essere qui stasera con voi. Eleggendo Obama avremo la garanzia che ogni americano, dal nord al sud, dall’est all’ovest, giovane o vecchio, avrà una qualità dell’assistenza sanitaria come un diritto fondamentale e non come un privilegio. Amici democratici, amici americani, è meraviglioso eserre qui con voi stasera. C’è una nuova ondata di sfide che ci aspetta e se prenderemo la direzione giusta raggiungeremo la nostra destinazione: non una semplice vittoria per il nostro partito, ma il il rinnovamento della nostra nazione. A novembre la torcia sarà passata di nuovo ad una nuova generazione di americani. E vi prometto che il prossimo gennaio sarò in aula alla ripresa dei lavori del Senato degli Stati Uniti”. Lo zio Ted parla e i delegati riuniti al Pepsi Center ascoltano, dopo averlo accolto con un’ovazione. Il suo discorso dura sette minuti, ma riassume oltre mezzo secolo di vita americana.

Ha disubbidito ai medici, rifiutato i consigli degli amici, quasi litigato con la moglie Vicky, il vecchio senatore, pur di esserci. Malato com’è, con un tumore al cervello, nell’ennesima stagione difficile della sua difficile esistenza.

Con loro c’è Maria Shriver, la figlia di Eunice Kennedy, la nipotina dello zio John, la moglie del repubblicano governatore della California, Arnold Schwarzenegger. Suo padre, Sargent Shriver, è stato il fondatore e il direttore dei Peace Corps e lei oggi è una delle più note giornaliste televisive statunitensi.

Una nuova America si presenta a se stessa ed al mondo nelle giornate di Barak, anche se il candidato nero non dovesse riuscire ad essere eletto presidente. Lo fa nell’immagine della dinastia, oggi rappresentata dai capelli bianchi di Ted, dal sostegno di Caroline e Maria e nel ricordo della più straordinaria favola politica della sua storia recente.

Il tema della convention di Denver non è, come scrivono in molti, il sotterraneo conflitto tra le truppe di Obama e quelle dei Clinton, avversari nelle primarie ed oggi amici-nemici in attesa del voto che sceglierà il futuro capo della superpotenza mondiale.

Neppure è il gossip superficiale di alcuni giornalisti italiani su Michelle, la moglie del candidato. Lei, la ragazza del South Side, del ghetto nero della dura Chicago, figlia povera di un malato di slerosi multipa, operaio capace di iscrivere i figli a Princeton. Uno che “più si ammalava e faceva fatica a camminare e a vestirsi la mattina, ma non smetteva mai di sorridere e scherzare”.

Ha 44 anni Michelle e si racconta così: “Io e Barack siamo stati educati con gli stessi valori: che devi lavorare sodo per ottenere ciò che vuoi nella vita, che la parola data è un vincolo, che se prometti qualcosa lo dovrai mantenere e che devi trattare ogni persona con dignità e rispetto anche se non sei d’accordo con loro.E’ rimasto lo stesso uomo di cui mi innamorai 19 anni fa, l’uomo che quando mi ha portato a casa dall’ospedale insieme alla nostra prima figlia guidava a passo di lumaca guardando con ansia nello specchietto retrovisore, sentendo per intero il peso del nostro futuro nelle sue mani e deciso a dare alla nostra bimba tutto ciò per cui aveva lottato e quello che lui non aveva mai avuto: l’abbraccio rassicurante di un padre”.

Questa convention apre il Paese al nuovo millennio, superando la più grave delle barriere che da sempre divide le tante americhe. Perchè a dispetto di un’infinita retorica, gli Stati Uniti sono davvero la somma di culture, abitudini, razze, esperienze, vissuti personali e collettivi non sempre capaci di convivere ed integrarsi. Uniti nel rettangolo blu della ‘Stars and Stripes’, con le cinquanta stelle bianche a ricordare gli stati e le tredici strisce rosse e bianche per non dimenticare le colonie originarie, ma disuniti nelle megalopoli frenetiche, a Frisco, San Francisco, come a LA, Los Angeles, al Qeens di New York, come al Bronks, a Brookliyn, a Staten Island, borough lontani poche decine di chilometri dalla Big Apple, ma parti della stessa città, in un posto del quale si ricorda troppo spesso solo Manhattan.

Un colosso da quattro fusi orari, gli States, dove alcuni pasticcioni pensano di andare coast to coast,  in un viaggio di migliaia di miglia, passando nelle praterie sconfinate dell’Arizona, tra le montagne del Nord Dakota, per i canyon del Colorado e le paludi della Louisiana. Senza vedere come da quelle parti si aggirino uomini, donne e bambini che prima di ogni altra cosa sanno di essere neri, bianchi, ispanici, nativi americani, cinesi, pakistani, ricchi o poveri. Diffidenti tra loro, in quartieri divisi, per i tavolini monorazziali di un KFC, il mirabolante Kentucky fried chicken, di un Mc Donald, di Dunkin’ Donuts, di un bar di White Signal, New Mexico.

La kermesse di Denver sta aprendo la porta della cella nella quale i neri sono stati chiusi da sempre, sta dicendo agli americani che un presidente può non essere un Wasp, White Anglo-Saxon Protestant, la casta eletta, come un’altra convention disse a JFK  che quel ‘protestant’ si poteva superare. Lui era cattolico.

Il 28 agosto del 1963 un pastore protestante, il più giovane pemio Nobel della storia, Martin Luther Kink, gridò in un microfono, davanti al Lincoln Memorial di Washington: “Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza”.

JFK, Bob, King. Uccisi in quei terribi anni ’60 perché l’America non era pronta. Ci sono voluti quatantacinque anni per vedere a Denver l’uomo nero sul palcoscenico. Ai commentatori alla ricerca di gossip, a chi guarda tra le righe delle parole di Bill Clinton o di Hillary, ai giornalisti alla ricerca di intrighi e retroscena è sfuggito il particolare più semplice.

Washington, il Congresso, la Casa Bianca rimarranno il posto delle lobby, del potere, degli affari e, qualche volta, della corruzione. Perché una grande potenza nutre anche questo. Rubando le parole ad Emily Dickinson, “Conosco vite della cui mancanza / non soffrirei affatto – / di altre invece ogni attimo di assenza / mi sembrerebbe eterno. / Sono scarse di numero – queste ultime – /appena due in tutto – / le prime molto di più di un orizzonte / di moscerini”, in questi gioni nel Pepsi Center sta avvenendo, però, qualcosa che per noi italiani è inimmaginabile. Agli americani verrà chiesto di riconoscere ad un figlio dell’Africa il compito di rappresentarla.

Infatti, alcuni già preparano i fucili, per sparare, per uccidere ancora. Come a Dallas, a Los Angeles, a Memphis. Perché la pancia bianca e razzista, fascista e nazista, gli interessi e il potere dell’America vecchia  non amano i cambiamenti. Questo forse è il maggior pericolo della ancora lunga strada di Barak verso la Capitale. Dopo, se sarà eletto, la sua presidenza, qualunque cosa accadrà, avrà detto al Paese ed al mondo che il colore della pelle è solo un particolare anatomico.

Roberto Barbera

Stampa articolo (o crea PDF)
Fai una donazione a InviatoSpeciale
Condividi o invia per e-mail


Informativa

Commenti disabilitati.

InviatoSpeciale è un quotidiano on line di Informazione, Politica e Cultura, pubblicato dall'Associazione Onlus The GlobalvillageVoice,
registrato al Tribunale di Bari, numero 1273, del 24 aprile 2008