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La frase sparita

Autore: . Data: lunedì, 25 agosto 2008Commenti (0)

Il conflitto tra Georgia, Russia e Nato non è affatto risolto. Dal documento di pace è sparita una frase, di grande importanza per Mosca, mentre gli americani rafforzano la loro presenza nel Mar Nero. L’Europa non mostra alcuna autonomia da Washington e il Cremlino non intende accettare ‘fatti compiuti’.

Nessun quotidiano o telegiornale italiano ha ancora scoperto che dall’accordo di pace firmato dal presidente georgiano Mikhail Saakashvili, il 15 agosto scorso, era sparita l’introduzione.  Nel testo scomparso si chiariva che “i principi del documento (accordo di pace appunto) sono sostenuti dai presidenti della Russia e della Francia, che invitano le parti a firmare tale documento”, per sottolineare che l’iniziativa ha visto protagonista anche Mosca.

L’accordo in questione, sancisce la fine del conflitto tra la regione separatista dell’Ossezia del sud e la Georgia. A causa dei violenti combattimenti, secondo fonti non verificate, potrebbero aver perso la vita duemila persone, come al solito in gran parte civili.

L’agenzia di stampa russa Interfax ha rilanciato la notizia della misteriosa sparizione dopo un comunicato del Ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov. In Italia la notizia è arrivata lo stesso giorno, alle 14,59.

Secondo Lavrov, “il documento di pace firmato dal presidente georgiano Saakashvili, si differenzia da quello concordato tra i presidenti russo e francese – Dmitri Medvedev e Nicolas Sarkozy (presidente di turno dell’Ue) – in quanto privo della parte introduttiva che è parte integrante del documento”.

Secondo il capo della diplomazia russa, dunque, “questa questione deve essere precisata per mezzo dei canali diplomatici”.

In Italia nessun organo di informazione ha ritenuto il fatto rilevante.

Per comprendere una vicenda tanto complessa, di cui InviatoSpeciale si è già occupato (vedi articoli precedenti, 12 ), è indispensabile conoscere un passaggio molto importante.

Mentre Lavrov continuava a chiedersi dove fosse finita ‘la sua introduzione’, il presidente americano Bush era nel suo ranch di Crawford, in Texas, e dichiarava: “Ossezia del Sud e Abkhazia (regioni che reclamano l’indipendenza, ndr) sono parte della Georgia e non c’è spazio di discussione su questo argomento”.

A tenere aggiornato George W. ci pensava il Segretario di Stato americano, Condoleezza Rice. Dopo la visita a Tbilisi, la capitale della Georgia, il capo della diplomazia statunitense aveva detto: “Le truppe russe devono cominciare a ritirarsi rapidamente dalla Georgia”.

E l’introduzione? Ancora nessuna traccia, come mai?

I dubbi che InviatoSpeciale ha sempre mostrato sui metodi di diffusione delle notizie riguardanti la controversia sono stati confermati da una notizia del 22 agosto: “Vi sono divergenze sulle interpretazioni di Tbilisi e di Mosca che riguardano l’accordo mediato dalla presidenza francese dell’Ue (Sarkozy) per mettere fine al conflitto russo-georgiano”. E inoltre “sale la tensione sul Mar nero” dove la flotta russa e le navi militari della Nato rischiano di entrare in contatto.

La sparizione della frase, con tutta probabilità una soluzione scelta dal governo georgiano per prendere tempo e rendere concreto il coinvolgimento dell’Occidente nel conflitto, assume allora un’importanza fondamentale.

Saakashvili, fin dal primo attacco sferrato dall’esercito georgiano contro le truppe russe in funzione di ‘peacekeeping’ per conto dell’Onu in Ossezia del Sud, punta tutto sul coinvolgimento militare della Nato nel conflitto.

La Russia, attraverso il suo vicecapo di stato maggiore, Anatoli Nogovitsin, sostiene che pattuglierà le città georgiane, come il porto di Poti, poichè il quinto punto dell’accordo prevede “misure rinforzate di sicurezza”, anche alla luce degli accordi di pace del 1992, che autorizzavano controlli Onu, affidati anche a forze militari di Mosca, in territorio georgiano.

Il parlamento di Tbilisi, dal canto suo, su richiesta di Saakashvili, ha prorogato lo stato di guerra di due settimane, fino all’8 settembre. Il presidente georgiano afferma che “il ritiro russo non è affatto completato, in violazione del documento firmato dalle parti”.

Il vicecapo di stato maggiore russo, Nogovitsin, contesta il rafforzamento delle forze navali della Nato nel Mar Nero, area considerata strategica da Mosca. Una unità americana e una polacca si sono aggiunte alle fregate spagnole e tedesche e sono attesi altri due vascelli da guerra statunitensi “per portare aiuti umanitari”.

“Non credo che ciò contribuisca alla soluzione della crisi”, ha rilevato Nogovitsin, che ha aggiunto: “La situazione nel Mar Nero ha una tendenza a un aggravamento”.

Lo stato maggiore russo denuncia anche concentrazioni di truppe di Tbilisi nel centro della Georgia e teme che i servizi segreti georgiani stiano preparando attacchi terroristici contro l’Ossezia del Sud.

Per quanto riguarda gli accordi sottoscritti, Mosca sostiene di “adempiere pienamente e che le vie di comunicazione georgiane sono state liberate, mentre si ha l’impressione che la Georgia prepari una terza guerra in Ossezia del Sud dopo quella dei primi anni Novanta e l’attacco del 7-8 agosto”.

Intanto il leader separatista sudosseto, Eduard Kokoity, è andato a Mosca per ottenere dalle autorità russe una risposta in merito alla richiesta di riconoscimento dell’indipendenza dell’Ossezia del Sud, approvata ieri dal parlamento locale all’unanimità.

Kokoity parla anche di un bilancio di 2.100 morti. La procura russa ne dichiara  ufficialmente 133, rilevando tuttavia che potrebbero essere molti di più, mentre il ministero degli esteri russo ne ha ‘contati’ 1.400.

I Caschi blu russi, infine, fanno sapere di aver trovato nella zona del conflitto frammenti di missili Orcan, Uragan e Rm70 (di gran lunga più potenti dei Grad che Tbilisi aveva detto di avere usato) di provenienza ucraina, bosniaca e ceca.

Insomma, lo scontro tra Occidente e Russia per il controllo dell’area mostra di non essere per nulla risolto. Nello stesso tempo non è possibile negare che Tbilisi stia premendo per mettere Mosca in una condizione non accettabile.

Se le diplomazie giocano sullo scacchiere spostando truppe e minacciando una ripresa della guerra, la popolazione civile è in condizioni precarie.

A peggiorar le cose il Consiglio della federazione, la camera alta del parlamento russo, ha approvato all’unanimità una mozione che sollecita il Cremlino a riconoscere l’indipendenza delle regioni separatiste filo-russe di Abkhazia e Ossezia del Sud. Al termine di una seduta straordinaria, la cui convocazione ha interrotto le vacanze estive dei senatori, la risoluzione sullo status delle due province autonome georgiane è stata votata e trasmessa al presidente russo Dmitry Medvedev.

Si tratta della risposta di Mosca alla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kossovo, precedente che giustificherebbe, secondo i russi, le richieste dei separatisi osseti e abkhazi.

“Una grave emergenza umanitaria, che tocca soprattutto la minoranza georgiana dell’Ossezia del sud”, è stata denunciata dal nunzio apostolico in Georgia, l’arcivescovo Claudio Gugerotti.

“La vera emergenza in questo momento – ha detto Gugerotti in un’intervista a Radio Vaticana – è attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla situazione dell’Ossezia del Sud, dove non c’è modo di poter avere il corridoio umanitario che il Papa ha auspicato e dove noi non sappiamo come stanno le popolazioni locali, soprattutto la minoranza georgiana”. Secondo Gugerotti, “prima di pensare a tanti dettagli tecnici di carattere balistico, bisognerebbe pensare a prendersi cura del futuro prossimo di queste persone che hanno lasciando tutto, compresi i loro parenti”.

Sarebbe soprattutto una zona a trenta chilometri da Tbilisi, dove non si può né entrare, né uscire, a preoccupare il nunzio apostolico in Georgia.

La Caritas ha avviato una raccolta di fondi in Italia per portare aiuti umanitari:
Caritas Diocesana di Roma, causale Caucaso, cc. postale n° 82881004, oppure bonifico bancario a Banca Intesa, filiale Roma 081, cc. n° 9188568.

Vincenzo Chiumarulo

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