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I vivi e i morti

Autore: . Data: martedì, 5 agosto 2008Commenti (0)

Mentre secondo il Censis “l’Italia è il paese con più vittime sul lavoro in Europa”, arrivano i militari per le strade e si nutre un allarme ingiustificato per l’arrivo di migranti. Spot su spot per travisare la realtà dei fatti.

L’Europa e dall’altra parte del mare, del ‘Mare Nostrum’, l’Africa. Oggi il Mediterraneo dovrebbe essere un luogo condiviso di pace, di fratellanza, patrimonio comune di civiltà millenarie, protagoniste della costruzione di gran parte della storia del pianeta. Quell’acqua, invece, è una tragica fossa comune. Secondo ‘Fortress Europe’, nel tentativo di raggiungere l’Europa, dal 1988 sono morte oltre dodicimila persone, più di quattromila corpi non sono mai stati ritrovati. Migranti inghiottiti dal deserto del Sahara, uccisi dalle nevi dei valichi montuosi, esplosi sulle mine dei campi di Evros, in Grecia, colpiti dai proiettili della polizia marocchina o dell’esercito turco, sfiancati dalle torture delle carceri libiche e algerine. Spariti nel blu del mare, a poche miglia da spiagge piene di bagnanti felici.

Uno sterminio muto, che neppure grida giustizia, diluito in pochi articoli di giornale, quasi ignorato dalla televisione. Mentre il ministro Maroni spaventa i cittadini italiani dicendo “gli sbarchi sono quasi raddoppiati: dai 5.378 del primo semestre 2007 ai 10.611 del primo semestre 2008″, Loris De Filippi, responsabile dei progetti di Medici Senza Frontiere Italia, lo smentisce: “Negli ultimi giorni ci sono stati arrivi massicci, ma complessivamente siamo in linea con le annate precedenti, tranne il 2007 in cui ci fu un calo. Non siamo d’accordo con il ministro Maroni, che ha parlato di un’orda di 30mila persone entro la fine dell’anno. Probabilmente saranno circa 20mila come sempre”.

Il governo, di giorno in giorno, soffia sul fuoco delle paure ingiustificate, fornisce cifre allarmanti e non reali, mette in moto l’operazione ‘strade sicure’ con l’esercito in giro per le città. Evita di parlare dei tagli di bilancio alle forze dell’ordine e dei trenta o sessanta milioni di euro l’anno (la cifra non è chiara) spesi per tremila soldati, impreparati ad intervenire in funzioni di polizia e impossibilitati ad eseguire arresti, se non in flagranza di reato. Il Ministro della Difesa, La Russa è esplicito e parla di “percezione della sicurezza “, poi si inventa nove stupri nell’ultimo mese alla stazione centrale di Milano. Non conta che funzionino, ma che diano l’impressione di funzionare, ecco le radici della presenza dei militari in città.

Il ricordo dei ‘poliziotti di quartiere’ è svanito nel nulla, i giornali non sottolineano la contraddizione tra la grande campagna pubblicitaria della fine del 2002, quando si lanciò la loro entrata in scena, persino disegnando divise ad hoc e la loro assoluta inesistenza a sei anni di distanza. Adesso di parla di soldati in tuta mimetica e fucile mitragliatore a guardia del Duomo del capoluogo lombardo. A settembre ci saranno ancora?

Nel cuore di Roma, in una stradina di Trastevere, una mensa dei poveri. Fuori una lunga fila di persone aspetta un pasto caldo. “Avevo quindici anni quando sono stato arruolato, era il 1999 e mi hanno portato vicino al confine con l’Etiopia per l’addestramento. La guerra era vicina una manciata di metri. Una mattina i soldati di Addis Abeba hanno sfondato le nostre linee, gli aerei hanno cominciato a bombardare ed io sono fuggito”. Michel è eritreo. Un sorriso dolce in un metro e sessanta di altezza. Sembra un ragazzetto, ma ha ormai oltre vent’anni, il tempo sembra essersi fermato, per lui, all’adolescenza. Il ‘disertore’ continua: “Non volevo combattere, volevo partire. Non mi sentivo un soldato e mi sono messo in cammino. Lungo il confine col Sudan i pastori sono le guide e ti fanno attraversare la frontiera. A me è andata bene, perché ne conoscevo uno e mi ha preso pochi soldi. Si indossa una jalabia e ci si finge sudanesi. Se l’esercito mi avesse preso non avrei avuto processo, mi avrebbero ucciso sul posto. No, non fucilato, ma sparato alla testa, senza un parola. Poi vanno dalla tua famiglia. In Sudan sono rimasto due anni, facevo tutto quello che potevo, ho lavorato come un mulo per mettere insieme una cifra enorme per me, mille euro. I soldi erano indispensabili per partire, per pagare il viaggio verso la Libia e l’Italia. C’è anche a meno, ma è pericoloso. Meno paghi più fatiscente è l’imbarcazione e si può affondare. Ad altri è successo e sono morti”. Ecco, una scoperta: c’è anche il low cost dell’immigrazione.

Una storia tra tante, per capire chi sono i migranti, gli ‘extracomunitari’, gli stranieri. Non numeri da collocare nei nuovi Cie, Centri di identificazione ed espulsione, ma esseri umani, quasi sempre con storie complesse alle spalle. Storie che nessuno racconta mai quando arrivano disidratati sulle rocce di Lampedusa.
Sono uomini, donne e bambini i protagonisti del ‘flusso migratorio’, come studiosi e giornali chiamano l’esodo di centinaia di migliaia di persone. Hanno occhi per guardare, labbra per sorridere, mani per lavorare ed accarezzare. Mentre gli affari, le barche, la traversata sono un complesso fenomeno che non può essere circoscritto alle ‘notizie’ sugli sbarchi.

“Dopo i trattati di Schengen e di Dublino, l’Italia e la Spagna, verso Gibilterra, sono diventate le porte d’Europa”. A parlare è la signora Le Quyen Ngo Dinh, responsabile dell’area immigrazione della Caritas Diocesana della capitale. E continua: “Quando partono per il Vecchio Continente non sanno che secondo l’accordo di Dublino dovranno risiedere nel Paese di arrivo. Pensano che la ‘libera circolazione’ valga anche per loro e quindi individuano nell’Italia solo un luogo di passaggio. Noi cerchiamo di spiegarglielo, ma loro hanno già un piano in testa e, quasi sempre, è impossibile farli recedere dal progetto di andare in Inghilterra, Germania, Scandinavia, dove a volte hanno amici o parenti ed una migliore rete di protezione e integrazione”. La signora Ngo Dihn insiste: “I diversi governi italiani hanno stipulato ‘accordi di riammissione’, con la Libia per esempio, in base ai quali l’Italia finanzia azioni preventive di repressione delle partenze nei Paesi dai quali arrivano i migranti. Una vigilanza dei porti e delle coste, per capirci, e centri di raccolta delle persone per il loro rimpatrio. Secondo fonti molto attendibili accade che, quando i Paesi ‘partner’ del nostro ritengono l’accordo da rinegoziare, più soldi in concreto, le varie forze dell’ordine straniere smettono di ‘lavorare’, i viaggi aumentano e quindi anche le tragedie in mare”.

Insomma, i ministri degli Esteri, della Difesa, degli Interni ed il presidente del Consiglio dovrebbero spiegare ai cittadini italiani se, per caso, in queste ultime settimane l’accordo è in fase di negoziazione ulteriore.

Forse capiremmo meglio come mai arrivano le barche.

Quello degli ‘accordi di riammissione’ svela, però, anche un’altra realtà, ancor più terribile. I migranti arrestati e pronti per partire debbono essere rimandati a casa. Il sistema utilizzato non è quello di metterli su un aereo. In Libia, tra i tanti Paesi, li caricano su camion o autobus da rottamare e li scaricano al confine, nel deserto, spesso senza viveri e acqua. Lì avviene una strage ancora più segreta, perché questi migranti, a volte perseguitati politici, si ritrovano nel nulla, abbandonati a se stessi e muoiono di fame e di sete, a centinaia, senza che nessuno sappia più nulla di loro, inghiottiti da un altro mare, questa volta di sabbia rovente. Il ‘civile’ Occidente ‘non lo sa’. Il ministro Maroni,  le ‘persone per bene’ care al ministro La Russa sono tranquille, il governo ha prevenuto ‘l’invasione’ con gli ‘accordi di riammissione’ e garantito l’efficienza del proprio sistema di controllo.

Intanto continua lo show sulla ‘sicurezza’, i ministri sono occupati nella difficile opera di propagandare operazioni di immagine e impassibili nel votare a tambur battente e senza dibattito parlamentare ridimensionamenti di bilancio per scuola, sanità, forze di polizia, lavoro.

La senatrice della Lega Nord, Angela Maraventano, passata alle cronache per aver proposto l’ammissione di Lampedusa alla provincia di Bergamo, arriva a proporre centri di raccolta in mare per i migranti. La ristoratrice prestata alla politica chiede grandi prigioni galleggianti alla  Waterworld, ignorando le convenzioni internazionali, i diritti umani, il senso più ampio da dare alla parola ‘civiltà’. Senza che nessuno le chieda, per piacere, di riflettere prima di parlare.

Ad un semaforo un ragazzino insiste per lavare il parabrezza. L’automobilista innervosito innesta il tergicristallo, suona, fa rombare il motore. Non può neppure immaginare che per la sua ‘sicurezza’ rischia di esser complice di una strage.

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