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Le radici del Darfur

Autore: . Data: lunedì, 14 luglio 2008Commenti (0)

Un posto del mondo di cui si parla spesso, al centro dell’attenzione della stampa internazionale. Eppure la storia del conflitto, le ragioni che hanno scatenato la guerra sono spesso ignorate.

Un conflitto atavico, quello tra pastori e agricoltori, alimentato da più moderne motivazioni politiche e con sullo sfondo la corsa globale per l’accaparramento e il controllo delle ultime risorse petrolifere del pianeta. Sono questi i principali elementi che negli ultimi anni hanno contribuito ad alimentare la guerra del Darfur, la regione occidentale del Sudan, vasta più o meno quanto la Francia e che dal febbraio del 2003 è al centro di un grave conflitto, arrivato sulla stampa  internazionale un anno più tardi, soprattutto per l’emergenza umanitaria.  Più di due milioni di sfollati interni, su una popolazione totale stimata intorno ai 6 milioni, oltre 200mila profughi fuggiti nel confinante Ciad e un numero di vittime ancora misterioso: si va dai 10mila morti stimati dal governo sudanese agli oltre 250mila riportati dalla stampa internazionale e attribuite a non meglio precisate fonti Onu. Eppure, anche l’attenzione che i media hanno riservato al Darfur dimostra come il conflitto interno, a quasi una anno dalla sua esplosione, sia entrato in uno scontro di dimensioni ben più vaste, quello tra vecchie e nuove potenze economiche mondiali per garantirsi la benzina con cui alimentare il proprio sviluppo.

Le accuse di “genocidio”, “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità”, presentate dal Procuratore generale della Corte penale internazionale (Cpi) contro il presidente sudanese Omar Hassan el Beshir per il suo ruolo nel conflitto del Darfur, sono solo l’ultimo capitolo di una guerra complessa e dalle motivazioni variegate che si gioca su più tavoli, incluso quello internazionale.

La guerra contro il deserto e l’arretratezza

È il 25 febbraio 2003 quando l’avvocato Abdel Wahid Mohamed Nur, capo del Fronte di liberazione del Darfur (Fld), dà formalmente inizio a un’insurrezione armata nella zona del Djabel Marra, il massiccio montuoso di origine vulcanica nel cuore della remota regione occidentale sudanese. Sono stanchi degli attacchi e degli incidenti impuniti  moltiplicatisi a partire dal 2001, soprattutto nella zona compresa tra Nyala ed El Geneina, rispettivamente le capitali dello Stato del Darfur meridionale e di quello occidentale, ad opera e Janjaweed (diavoli a cavallo), gruppi  di uomini armati a cavallo o a dorso di cammello e legati alle principali tribù nomadi e arabofone della zona. I clan locali, Fur, Zaghawa e Massalit, dediti prevalentemente alla pastorizia, avevano dato vita a milizie di autodifesa per proteggere i propri villaggi dalle incursioni dei nomadi arabi, come vengono definiti dagli antropologi. Il carattere sistematico e massiccio degli attacchi, soprattutto a danno dei Fur e degli Zaghawa, fa sorgere il timore che sia in corso una sorta di pulizia etnica. Le milizie locali si organizzano, si incontrano e mettono a punto una strategia. Un mese dopo l’avvio dell’insurrezione, lo stesso Nur chiama a raccolta tutte le altre tribù africane della regione, i Massalit e gli Zaghawa, e così il Fronte di liberazione del Darfur si allarga e diventa l’Esercito di liberazione del Sudan (Sla/M, Sudan Liberation Army/Movement). A bordo di Toyota equipaggiate con mitragliatori Dushka e con un armamento limitato a vecchi kalashnikov e lanciagranate, l’Sla, sotto la guida di un capo militare di provata esperienza e che conosce le sabbie di questa parte di mondo come le sue tasche, Abdallah Abbakar, lancia una serie di efficaci attacchi e in pochi giorni riesce a prendere il controllo di località come Golo, dove stabilirà il proprio quartier generale, o di Tiné al confine col Ciad.

La guerra del Darfur è iniziata, proprio mentre lo storico conflitto in corso da vent’anni tra il governo di Khartoum e il Sud Sudan si stava avviando a una conclusione.

Nei loro primi proclami i nuovi partigiani accusano il governo centrale di aver trascurato e abbandonato la regione del Darfur, divenuta una delle zone più arretrate del Paese, ma anche di aver armato le tribù arabe per lanciare un attacco in grande stile contro le etnie storiche della regione.  I nuovi partigiani dell’ovest del Sudan rivendicano motivazioni antiche come la storia stessa del paese dalla sua indipendenza. Le stesse ragioni che vent’anni prima avevano spinto, insieme alle promesse di guadagni derivanti dal petrolio, il Sud a insorgere in armi contro l’oligarchia araba di origine egiziana seduta a Khartoum. Dopo essersi accorti che le rivendicazioni degli indipendentisti meridionali e la loro lotta armata cominciavano a dare i primi frutti, con la firma di un’intesa ormai alle porte, anche i gruppi del Darfur scelgono la via armata per far valere le loro ragioni.

Uno scontro tra arabi e africani?

Il Sudan non è solo il più grande Paese del continente africano, è anche la frontiera tra il mondo arabo Combattenti dello Sla/Me l’Africa nera. Dal giorno dell’ indipendenza, nel 1957, le popolazioni del Sudan hanno conosciuto appena dieci anni di pace. Per il resto del tempo il Paese è stato regolarmente scosso da conflitti più o meno grandi. La distanza incolmabile tra il governo centrale arabo e islamico di Khartoum e le periferie sudanesi, popolate da numerose etnie nere africane, ha sviluppato col tempo problemi economici, politici, in qualche misura religiosi e creato i presupposti per uno stato  di conflitto permanente. Ai motivi di attrito costante che valgono per il resto del Sudan, nella questione Darfur va aggiunta la lotta per le aree verdi, che col passare delle stagioni e l’avanzare della desertificazione sono andate sempre più restringendosi. Mentre il grande mare di sabbia che è il Sahara dagli anni ’70 ha cominciato un’inesorabile avanzata, la regione ha conosciuto un boom demografico che in vent’anni ha visto la popolazione decuplicarsi. Le tensioni per i pascoli o per le fonti d’acqua si sono quindi moltiplicate, proprio mentre, il continente africano veniva riempito di armi da vecchi e nuovi colonizzatori.

Il Darfur, confine tra la sabbia del grande deserto e le foreste, ha rappresentato per secoli una tappa obbligata per le carovane di commercianti, di pastori e di pellegrini che dall’Africa occidentale e dalle sponde atlantiche volevano raggiungere le coste orientali e da lì imbarcarsi per la penisola arabica. Con una popolazione quasi completamente musulmana, le differenze in Darfur sono tribali, affatto religiose, come spesso viene raccontato. Anche la stessa differenza tra africani ed arabi, con cui viene semplificata la contrapposizione in corso nella regione, non è molto corretta. Gli ‘arabi’ del Darfur sono molto diversi da quelli che si trovano al potere Khartoum. In Darfur gli antropologi indicano col termine ‘arabi’ le popolazioni nere nomadi, dedite alla pastorizia e di lingua araba, che per secoli hanno condiviso, in modo più o meno pacifico a seconda delle situazioni, spazi e terre con le popolazioni ‘afro’ (Fur, Zaghawa, Massalit e una decina di altri gruppi minori) dedite all’agricoltura. Questi clan hanno lingue proprie e rivendicano il controllo su queste terre, senza tener conto dei confini nazionali, imposti con il righello dal colonialismo. Nella storia, in quell’area, sono stati numerosi i sultanati indipendenti, ultimo proprio quello dei Fur (Dar-fur vuol dire ‘territorio’ dei ‘Fur’).  Per quanto le ragioni che contrappongono i due gruppi possano sembrare ataviche, gli scontri per la terra non sono la costante della storia del Darfur, anzi per anni la coesistenza  è stata possibile e le violenze nate per il controllo o l’utilizzo delle terre sono sempre state risolte in base al codice tribale, basato sulla pratica dell’indennizzo.

Negli anni, però, le due anime del Sudan, quella araba e quella non araba, sono andate distanziandosi sempre di più e all’abbandono politico economico, nel quale Khartoum ha condannato le periferie del Paese, si è sommata una nuova presa di coscienza delle popolazioni nere.  La cosa non preoccupato il governo centrale,  che ha fatto un uso strumentale delle differenze, secondo l’antico principio del ‘dividi et impera’. Tuttavie, dalle lance si è passati alle armi automatiche, le vittime si sono moltiplicate esponenzialmente e la saggezza mediatrice dei millenari codici tribali è stata sostituita dal nulla .

Quando nel marzo 2003 i partigiani del Darfur moltiplicano i loro attacchi, il presidente Omar Hassan el Beshir capisce che la situazione rischia di aggravarsi e invia un numeroso contingente di militari a sedare la ribellione, anche se il nocciolo delle sue forze armate è impiegato al sud dove, l’atro conflitto insanguina il Paese. Le popolazioni del Darfur costituiscono da sempre gran parte della truppa dell’esercito sudanese. Tra arruolamenti forzati compiuti in tempo di guerra e la divisa come unica possibilità di lavoro, i figli del Darfur sono diventati l’anima della fanteria sudanese e così quando i primi contingenti vengono inviate contro i ‘fratelli’ si registra un numero molto alto di diserzioni.

Il 25 marzo, a neanche due mesi dalla loro nascita, i partigiani del Sla/m compiono un’ardita operazione strategica e con un’azione lampo attaccano El Fasher, capitale del Darfur settentrionale e principale città di tutta la regione.  Entrano in città, prendono il controllo dell’aeroporto (l’unico con una vera pista d’atterraggio) e catturano un importante generale dell’aviazione governativa. L’umiliazione a Khartoum è forte. Il presidente licenzia i governatori del Darfur e lancia una campagna d’arresti tra intellettuali e notabili ritenuti simpatizzanti della causa del Darfur. Un comitato per la gestione della crisi viene nominato e al generale Osman Mohamed Kibir viene affidato il governatorato del Darfur settentrionale. Sono queste due nuove istituzioni a lanciare una campagna di arruolamento delle milizie arabe locali, a rifornirli di armi e a dargli carta bianca. Nascono i Janjaweed. Dietro la promesse di terre – la legislazione vigente viene anche modificata, permettendo di rivendicare legalmente il possesso di un terreno dopo solo un anno di permanenza – i nomadi arabi si lanciano all’attacco.

Per ovviare al problema delle truppe governative provenienti dal Darfur ed evitare nuove diserzioni di massa, il governo mette a punto una strategia che si dimostrerà ‘vincente’. L’aviazione sudanese, coNegoziati di pacen vecchi bombardieri ‘Antonov’ e Mig 29, dà il via a pesanti bombardamenti, permettendo ai Janjaweed di attaccare da terra con raid nei quali ‘non è prvisto fare prigionieri’. I ‘diavoli a cavallo’ portano avanti un’offensiva devastante, distruggendo ogni villaggio sul loro cammino e non avendo alcuna pietà per la popolazione civile. Nonostante Bashir abbia più volte smentito di avere collegamenti coi Janjaweed, nel corso degli ultimi cinque anni la dinamica degli attacchi coordinati è stata testimoniata dalle fonti più disparate, non lasciando molti spazi ai dubbi. Le truppe governative regolari, alcuni reparti specializzati e composti da non darfuriani, vengono utilizzate di rado e per operazioni particolari, soprattutto quando il bersaglio degli attacchi non sono i civili da spingere nei campi per sfollati sorti un po’ ovunque negli anni, ma i soldati dei movimenti partigiani. Secondo alcuni analisti, l’utilizzo e l’appoggio alle popolazioni arabe sarebbe anche legato a una politica di ‘arabizzazione’ del Darfur, particolarmente ben vista da parte dell’estabilishment centrale. I motivi sono da ricercarsi nei protocolli dell’accordo di pace col Sud Sudan, in cui è prevista la possibilità, nel 2011, di un referendum per l’indipendenza della parte meridionale del Paese. L’avanzamento in Darfour di popolazioni (i nomadi arabi) alleati con Khartoum, rispetto a popolazioni con una fisionomia storico-politica ben distinta, darebbe maggiore stabilità di prospettiva al governo centrale.

Lo scontro politico

La fame in Darfur“Hanno promesso che il ‘Dar fur’ diventerà ‘Dar arab’ (terra degli ‘arabi’), ma i nostri fratelli arabi non hanno capito che li stanno solo usando. Quello del Darfur non è un conflitto etnico è un conflitto politico. Finchè mio figlio studierà sotto un albero e il figlio di Beshir in una scuola moderna con un computer sul banco, io combatterò. Siamo tutti sudanesi. O viviamo insieme come fratelli o moriremo combattendoci” spiega un anziano capo dello Sla, incontrato recentemente.

Dei molti angoli da cui si può guardare il conflitto del Darfur, quello politico è sicuramente il più complesso. Sultanato indipendente dal XVI secolo fino al 1916, anno della colonizzazione inglese, il Darfur è stato per secoli un regno fiorente guidato dai Fur, ma esteso alle popolazioni circostanti e agli ‘arabi’, anche grazie alle ricchezze derivanti dal commercio e dalle continue carovane che attraversavano il continente. Con l’arrivo degli inglesi Khartoum e l’oligarchia araba locale, forte per i legami con l’Egitto generati dal Nilo, non semplice fiume, ma via di trasmissione di cultura ed economia, diventano il perno del nuovo assetto coloniale. Tutto il resto del Paese è periferia marginalizzata, sia a livello politico che economico. La zona occidentale del Sudan riesce a moderare questofenomeno, perchè la vicinanza religiosa (il Darfur è musulmano con correnti molto rappresentate anche a Khartoum) fa sì che i suoi intellettuali partecipino attivamente alla politica nazionale.

L’esclusione politica della regione inizia negli anni ’60 e, col colpo di Stato del 1989, quando il movimento islamico nazionalista di Beshir prende il potere, il Darfur comincia a essere sempre più dimenticato. Il colpo finale arriva dopo quello che appare un nuovo spiraglio offerto ai figli delle aride regioni dell’Ovest. Negli anni ’90, l’allora primo ministro Hassan el-Turabi, l’ideologo del nazionalismo islamico di Beshir, corregge un’anomalia storica nella concessione della nazionalità sudanese, aprendo anche alle popolazioni della zona di frontiera col Ciad. Turabi è uno dei fondatori dell’islamismo radicale internazionalista e nel 1991 darà asilo in Sudan a Osama bin Laden, quando il non ancora capo di ‘al Qaeda’ deciderà di lasciare il suo Paese, l’Arabia Saudita, per la presenza dei soldati Usa impegnati nella prima guerra del golfo. Turabi, dcevamo, con la sua mossa alarga la base di consenso politico, fino a quel momento legata agli arabi della valle del Nilo di origine egiziana, anche ai musulmani dell’ovest e agli abitanti del Darfur.

Quando nel 1999 si consuma la separazione tra Beshir e Turabi (da molti considerato fino a quel momento l’eminenza grigia del governo) e quest’ultimo viene estromesso dall’incarico di primo ministro, i sudanesi dell’ovest e i darfuriani legati a Turabi passano in blocco nelle file dell’opposizione. E proprio qui che si forma l’ossatura del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem, Justice and equality movement), il secondo gruppo partigiano che, con qualche mese di ritardo rispetto allo Sla, fa la sua comparsa in Darfur, rivendicando un maggior sviluppo economico e politico per la regione. Il dottor Ibrahim Khalil, il leader del Jem, è un ex-membro del partito islamista di Turabi ed è ritenuto uno degli autori del ‘Libro nero’: una pubblicazione anonima diffusa nel 2000 inella quale viene denunciato il sistema politico sudanese come completamente controllato da tre grandi tribù del nord del Sudan, i Cheiquir, i Djaalin e i Danagla. Il libro, che secondo alcuni sarebbe stato voluto dallo stesso Turabi, supporta con elementi fattuali le critiche che tutta la periferia sudanese (quella sudista, quella orientale e quella occidentale) ha sempre mosso al governo di Khartoum.

Per alcuni la guerra in Darfur contiene anche gli elementi di uno scontro senza esclusioni di colpi tra Beshir e il suo maestro Turabi, impegnati dal ’99, nonostante i legami storici, in una lotta spietata per il controllo del potere nel Paese. A Khartoum ed anche all’estero c’è chi pensa che la guerra in Darfur sia alimentata dallo stesso Turabi per mantenere, dopo la cessazione delle ostilità col Sud, la pressione su Beshir, nella speranza di un cambio di regime a suo favore. Da quando è iniziato il conflitto in Darfur, il presidente sudanese ha fatto arrestare per due volte il suo ‘maestro’ spirituale Turabi, sempre con l’accusa di collaborazionismo con i gruppi armati della ribelle regione occidentale. Nonostante la guerra del Darfur affondi le sue radici prevalentemente in questioni politiche, Khartoum non ha finora neanche provato a giocare la partita politica, prediligendo completamente la soluzione militare per quello che ha sempre definito un “problema interno”. La tesi, suggestiva, ha però altrattanti contestatori.

La Maledizione del petrolio

A  complicare ulteriormente e in maniera definitiva la situazione del Darfur ha contribuito l’interesse che, a Cartina di Sudan e Darfurun anno dall’esplosione del conflitto, la guerra ha cominciato a suscitare nel mondo. Fino all’estate del 2004, la guerra del Darfur, l’unico ‘vero’ conflitto in corso in quel momento sul continente, sembrava destinata a entrare nel folto club dei conflitti dimenticati. La comunità internazionale, convinta di una rapida soluzione del conflitto, pensava di estendere alla regione i principi di condivisione del potere e delle ricchezze inseriti negli accordi che proprio in quei mesi si stavano preparando per dar fine alla guerra tra nord e sud.

Ma Khartoum aveva fatto capire che le concessioni effettuate al Sud non sarebbero mai state estese anche ad altre zone del paese, temendo un effetto ‘domino’, cioè al possibile innesco di nuove insurrezioni nelle periferie sudanesi. Inoltre, più poteri seduti intorno allo stesso tavolo avrebbero diminuito quello dell’oligarchia settentrionale. È nell’estate del 2004, con la visita dell’allora segretario di Stato, Colin Powell, in Sudan, che la crisi del Darfur viene ‘scoperta’ dai media occidentali e improvvisamente trova spazio su tutti i giornali del mondo. Il dramma delle popolazioni del Darfur, costrette dagli attacchi dei Janjaweed a lasciare i propri villaggi e le proprie terre per rifugiarsi in giganteschi campi profuhi, compare sulle principali testate internazionali e le prime immagini cominciano a circolare sui grandi network televisivi del pianeta. In breve tempo quella del Darfur viene definita la “più grave crisi umanitaria del pianeta” e alle Nazioni Unite Washington comincia a guidare una campagna anti-Khartoum. il Congresso degli Stati Uniti definirà “genocidio” la crisi in corso in Darfur.

Come sempre accade nelle questioni di politica internazionale dietro le buone intenzioni manifeste si nasconde sempre un interesse diverso, militare o economico. La ‘piccola’ tragedia delle migliaia di profughi del Darfur è finita nel tritacarne degli interessi dei giganti del pianeta. Mentre Washington premeva per spingere il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ad adottare sanzioni contro Bashir, i cinesi e i russi facevano valere in sede di Consiglio di Sicurezza il loro diritto di veto.

Come spiegare l’improvvisa attenzione internazionale al Darfur, uscito dalla lista delle guerre dimenticate d’Africa per entrare di prepotenza nelle agende diplomatiche del pianeta?

Sono in molti a pensare che la risposta vada cercata nel potenziale petrolifero della zona. Il petrolio sudanese è una scoperta americana. Fu il gigante statunitense Chevron a individuare le prime riserve di greggio sudanesi off-shore all’inizio degli ’70 e, dopo la firma degli accordi di Addis Abeba, con cui si concluse la prima guerra civile sudanese, fu sempre la Chevron a ottenere anche le concessioni per le prospezioni a terra da cui emersero gli importanti giacimenti presenti nel centro e nel sud del Paese.  I piani per la costruzione di un oleodotto che collegasse i giacimenti al Mar Rosso erano pronti. Ma la Chevron, dopo aver investito oltre un miliardo di dollari in prospezioni e studi, blocca nel 1984 le sue operazioni e nel 1989, in concomitanza con l’ascesa di Beshir al potere, comincia una strana marcia indietro, finchè nel 1992 la Compagnia Usa abbandonè il Sudan. I cattivi rapporti col nuovo governo – impaziente di mettere a frutto i giacimenti e, visto che la Chevron non sembrava per il momento intenzionata ad avviare la produzione, ad aprire il mercato ad altri soggetti – e il contemporaneo conflitto in corso tra Sud e Nord Sudan, spinsero il gigante Usa a cedere i suoi diritti per poco più di 200 milioni di dollari. I diritti di prospezione sulle inesplorate riserve di greggio del più grande Paese africano, passarono di mano in mano prima di finire nel 1994 nel portafoglio di una piccola e poco conosciuta azienda petrolifera canadese la Arakis Energy Corporation che, dopo soli due anni di lavoro (nel 1996), cedette il 75% del suo pacchetto alla China National Petroleum Corporaton (Cnpc), alla malese Petronas e alla sudanese Sudapet. Due anni più tardi, il 4 maggio 1998, viene posta la prima pietra del gigantesco oleodotto (più di 1300 chilometri di condutture) che un anno dopo porterà il greggio della zona centro-meridionale sudanese fino a Port Sudan, il porto sul Mar Rosso, costruito in tempo record dagli ingegneri cinesi. Nello stesso anno, 1998, la Arakis esce di scena trasferendo, con un accordo amichevole, le concessioni ancora in suo possesso  alla ancor meno nota canadese Talisman.

L’assetto stabilitosi in questi anni rimarrà sostanzialmente invariato fino ai giorni nostri, fatta eccezione per le recenti aperture alla francese Total e si tradurrà in un fermo controllo cinese sul greggio sudanese. I giacimenti di petrolio scoperti in quegli anni e negli anni successivi hanno sempre interessato le aree di conflitto della guerra tra nord e Sud, arrivando a lambire anche il Darfur (block 6) a sud di Nyala (capoluogo del Darfur meridionale).

Eppure una leggenda narra che nelle carte degli ingegneri americani della Chevron fossero segnati in Darfur giacimenti ancora più importanti di quelli meridionali. Secondo questa stessa leggenda, la Chevron preferì uscire dal caos sudanese, negli anni in cui il conflitto sudista imperversava e raggiungeva il suo apice, in attesa di tempi migliori e con la speranza, una volta calmatesi le acque, di tornare in Sudan e avviare nuove prospezioni in zone ‘vergini’ come il Darfur. La stessa leggenda vuole che negli anni dell’assenza americana, anche i cinesi si fossero accorti delle potenzialità petrolifere della regione occidentale sudanese e che una volta archiviato il conflitto tra nord e sud le compagnie orientali fossero ormai pronte per lanciarsi alla scoperta di nuovi orizzonti. Sempre secondo questa leggenda, il conflitto in corso in Darfur avrebbe fermato i giochi ufficiali. Se nessuno controlla il Darfur, tutti possono inviare i propri tecnici perché verifichino le effettive potenzialità del sottosuolo.

Ma tra le sabbie dell’ovest del Sudan circola anche un’altra leggenda, quella che vedrebbe il Darfur una zona di passaggio fondamentale per terminare un altro gigantesco oleodotto che dovrebbe collegare i giacimenti del Sud Sudan con la Costa Atlantica, andandosi ad agganciare all’oleodotto che dal sud del Ciad, poche centinaia di chilometri dalla frontiera col Darfur, porta il greggio fino al porto di Kribi, in Camerun. Dal gennaio 2005, da quando cioè è stato siglato l’accordo di pace tra nord e sud del paese, esiste infatti per le compagnie rimaste escluse finora dal mercato sudanese un nuovo interlocutore con cui trattare questioni petrolifere: l’autorità autonoma del Sudan meridionale, sostenuta negli anni del conflitto dagli americani. Congiungendo i giacimenti meridionali sudanesi con l’oleodotto costruito dalla Banca Mondiale, buona parte del greggio che oggi sgorga a Port Sudan da dove parte per la Cina, potrebbe essere deviato verso occidente fino alle coste dell’Oceano Atlantico.

Tuttavia, oltre le questioni petrolifere, si deve ricordare che l’Africa è al centro del grande scontro che vede la nuova superpotenza cinese e gli Stati Uniti in conflitto per il controllo geopolitico del mondo. Il ‘monopolarismo’ di Washington è finito da un pezzo. In questa scacchiera si muove oggi, con una forza economica immensa, anche la russia di Putin, ricca degli enormi proventi derivati dalla sua produzione petrolifera. I cinesi hanno esteso il loro controllo su gran parte del continente nero e Bashir è un alleato di Pechino, ricevendo in cambio armi, sostegno e tecnologie. Gli Stati Uniti hanno una casella da dover riempire nel Monopoli del Pianeta. L’Unione Europea non ha una politica estera degna di nota.

Il Darfur, i suoi abitanti, lentamente muoiono. Uccisi dai Janjaweed, inseguiti dai soldati di Bashir, affamati, stremati nei campi profughi, fotografati sulla stampa internazionale, amati da tutti ed aiutati da nessuno. Come per lo Zimbabwe, come per la Somalia, come per tanti altri luoghi dove guerra, fame e malattie uccidono senza pietà. Al tavolo rotondo del Consiglio di Sicurezza, nelle cancellerie dei potenti, non si guardano i volti di questi bambini, delle donne, degli uomini. Si pesa il rame, il silicio, il greggio e si preparano mediazioni senza fine.

Su tutto il gioco crudele del potere, raccontato ‘con omissioni’ dal Barnum dell’infomazione.

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