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Good morning Zimbabwe

Autore: . Data: domenica, 13 luglio 2008Commenti (0)

All’Onu una risoluzione contro Mugabe è stata bloccata dal veto di Cina e Russia. Intanto si cerca un accordo tra regime e opposizione.
Ancora una volta il destino di un popolo si scontra con i veti incrociati che paralizzano il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La diplomazia di Washington, con la collaborazione dei colleghi inglesi, aveva preparato il testo di una risoluzione che intendeva imporre il divieto di vendita di armi allo Zimbabwe, il congelamento dei beni esteri di Mugabe e di 13 suoi collaboratori e stabilire per presidente e soci il divieto di espatrio.
I rappresentanti di Mosca e Pechino, membri permanenti del Consiglio, hanno posto il loro diritto di veto, appoggiati da Sudafrica, Libia e Vietnam. A favore, con inglesi e statunitensi, hanno aderito alle tesi della risoluzione Italia, Francia, Burkina Faso, Belgio, Costa Rica, Panama e Croazia.

La situazione del Paese africano è sempre molto grave, mentre a Pretoria, in Sudafrica, si stanno svolgendo colloqui prenegoziali tra esponenti del regime di Mugabe e l’opposizione. In questa fase i temi in discussione sarebbero, secondo fonti del Movimento per cambiamento democratico (Mdc), la liberazione dei prigionieri politici (circa 1.500), l’immediato arresto delle violenze contro gli oppositori e la nomina di una personalità africana che affianchi nella mediazione il presidente sudafricano Thabo Mbeki, i cui interventi sono stati ritenuti sbilanciati in favore di Mugabe. Mbeki, infatti, non è presente al prenegoziato.

Il Sud Africa ha proposto la creazione di un governo di transizione, concordato tra Zanu-Pf, il partito del presidente, e l’Mdc, del leader dell’opposizione Morgan Tsanvgirai. Questa seconda fase del negoziato, tuttavia, sembra molto lontana, perché in questo momento è difficile supporre che Mugabe accetti le condizioni preliminari richieste dal Movimento per il cambiamento democratico.

Il quadro politico generale nel quale si svolge la trattativa è complicato dai duri giudizi internazionali sull’esito delle recenti elezioni. Gli osservatori dei 53 Paesi che aderiscono all’Unione africana, dispiegati nello Zimbabwe durante la consultazione elettorale, hanno dichiarato: “Il voto non ha soddisfatto gli standard indicati dall’Unione africana per un’elezione democratica”. Il giudizio coincide con quelli espressi dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, dagli Stati Uniti e dall’Unione europea. Il commissario Ue agli Aiuti umanitari, Louis Michel, ha detto: “Non è possibile riconoscere la legittimità del risultato delle elezioni date le condizioni in cui questo secondo turno ha avuto luogo. La vittoria è stata semplicemente un esercizio di presa del potere ed è lontana da quello spirito di cambiamento e rinascita visto attualmente in Africa”.

Il ministro dell’Informazione di Harare, Sikahanysio Ndlovu, non ha, infine, contribuito a raffreddare la situazione e, in relazione alla mozione presentata dagli Usa al Consiglio di Sicurezza ed appoggiata da tutti i Paesi occidentali, ha dichiarato: “Siamo molto contenti per lo sviluppo degli eventi e vorremmo ringraziare quelli che ci hanno aiutato a sconfiggere il razzismo internazionale dell’Onu presentato sotto forma di azione multilaterale”. Continuando, il ministro ha aggiunto. “È stato riaffermato il principio di non ingerenza negli affari interni di uno degli stati membri. Che cosa ha a che fare l’Onu con le elezioni tenute in uno stato membro?”.

Per quanto la dottrina ‘dell’esportazione della democrazia’ si scontri con il diritto internazionale e ‘l’ingerenza negli affari interni di un Paese’ contenga in sé gravi pericoli di strumentalizzazione da parte delle grandi potenze economico-militari, la tesi del razzismo, utilizzata da Mugabe per giustificare la violenza del suo regime, non trova riscontro nella situazione reale dello Zimbawe, devastato da anni di corruzione, violenza di Stato, repressione e malgoverno.

Alcuni giorni fa circa duecento oppositori avevano chiesto rifugio all’ambasciata americana in cerca di un tetto, cibo e protezione. Nonostante le imponenti misure di sicurezza della polizia, Lucia Makamure, giornalista  dello ‘Zimbabwe Independent’, è riuscita ad avvicinarsi e a parlare con alcuni di loro. La cronista ha riferito al ‘Corriere Canadese’: “Molti non mangiavano da giorni. Tanti i bambini. Troppi. I rappresentanti dell’ambasciata hanno contattato le agenzie internazionali per avere scorte di cibo e trovare un rifugio per altre 200mila persone, sostenitrici del Movimento per il cambiamento democratico, sparse nel Paese. Nessuno vuole più Mugabe. Tutti sono arrabbiati, ma nessuno può fare nulla. Mugabe è ormai considerato l’artefice della miseria in Zimbabwe. Era molto popolare tra le popolazioni delle aree rurali. Ora però ne hanno abbastanza, non è più così ben accetto e vogliono solo che se ne vada”.

In questo momento la situazione del Paese appare più tranquilla, ma secondo l’Mdc, dopo le elezioni del 29 marzo scorso, ci sarebbero stati 103 morti tra i sostenitori dell’opposizione, mentre altre 5mila persone risulterebbero disperse dopo essere state rapite da militanti dello Zanu-Pf, il partito di Mugabe. Comunque, lo Zanu-Pf starebbe smobilitando le “basi di tortura e l’esercito è rientrato nelle caserme”, aggiunge il partito di Morgan Tsanvgirai.

Prima del tentativo fallito di arrivare a sanzioni, in una lettera inviata al Consiglio di Sicurezza, lo Zimbabwe, per quanto sostiene l’agenzia Reuters, avrebbe affermato “che la ‘risoluzione punitiva’ trascinerebbe il Paese nella situazione della Somalia – teatro negli ultimi 17 anni di continui scontri tra fazioni rivali – e molto probabilmente darebbe il via alla guerra civile”.

Uno scenario nel quale l’appoggio di Cina, Russia e Sudafrica a Mugabe, come avviene sempre per la politica internazionale, non è legato a particolari forme di solidarietà o condivisione di obiettivi comuni, ma a fattori di interesse reciproco di tipo economico, commerciale e militare.

Per comprendere quanto sia difficile il dialogo, nei colloqui in corso a Pretoria, per esempio, la delegazione dell’ Mdc è guidata dal numero due della formazione politica, Tendai Biti, in passato arrestato da Mugabe con accuse che prevedevano fino alla pena di morte. Il politico di opposizione è stato poi rilasciato sotto cauzione ed infine gli è stato consegnato il passaporto per recarsi in Sudafrica.

Equilibri molto difficili e che non sembrano mostrare alcuna volontà da parte del governo di Harare di arrivare ad un accordo, ma appaiono piuttosto come il tentativo di prendere tempo per avviare una qualche forma di riconsolidamento del potere, messo a dura prova dalla vicenda delle elezioni, vinte al primo turno dall’opposizione.

In queste situazioni, però, le previsioni sono impossibili e saranno le prossime mosse di Mugabe e dei suoi uomini a svelare le reali intenzioni del dittatore di Harare.

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