Siria: la fabbrica della propaganda

Dopo l’uso dei gas adesso i forni crematori. A Washington non sanno più cosa fare per spostare l’opinione pubblica a favore della guerra.

Stuart E. Jones, coordinatore del Near Eastern Affairs (NEA) per il Dipartimento di Stato ha sostenuto che circa 50 persone al giorno vengono impiccate alla prigione militare di Sadnaya, un paesino ad alcune decine di chilometri dal centro di Damasco.

Il dirigente ha continuato: “Crediamo che la costruzione di un crematorio è uno sforzo per coprire l’entità degli omicidi di massa che avvengono nel carcere di Saydnaya”. “Se tu hai un simile numero di omicidi di massa – ha continuato Jones – un forno crematorio ti permetterà di gestire quella quantità di cadaveri che altrimenti dovrebbero uscire dalla prigione di Sadnaya”.

Il coordinatore del NEA ha anche attaccato il Cremlino: “Abbiamo parlato con i russi circa la loro apparente tolleranza alle atrocità siriane ed a questo punto stiamo mostrando le prove per condividerle con la comunità internazionale”.

Jones quindi ha presentato una serie di foto satellitari in bianco e nero del complesso della prigione incriminata ed ha indicato un edificio definendolo “probable crematorium”, ‘probabile crematorio’.

Le immagini catturate di recente sono state confrontate con altre del 2013 per ‘dimostrare’ l’esistenza di nuove strutture di quello che la stampa americana ha definito con cautela “alleged crematorium building”, ‘presunto palazzo per il crematorio’.

Le strutture recenti sono state chiamate “discharge stack”, ‘ciminiera di scarico’, “probable air intake”, possibile ingresso per l’aria’, “HVAC” (heating ventilation and air conditioning), ‘ventilazione e climatizzazione’ e “probable firewall”, ‘possibile firewall’.

Come si vede dalle foto nulla dimostra la tesi sostenuta dal rappresentante del Dipartimento di Stato.

Ma un altro elemento è importante in questa vicenda. La prigione di Saydnaya è stata al centro di un precedente ‘report’ di Amnesty Internazional nel febbraio scorso.

Nel documento dell’organizzazione si leggeva: “Dal 2011 al 2015 il governo siriano ha portato avanti una campagna pianificata di esecuzioni extragiudiziali mediante impiccagioni di massa all’interno della prigione di Saydnaya. Durante quel periodo, a cadenza settimanale ma spesso due volte a settimana, gruppi costituiti anche da 50 detenuti sono stati presi dalle loro celle e impiccati. In cinque anni le vittime di queste impiccagioni segrete sono state 13.000, per lo più civili sospettati di essere oppositori”.

I 50 detenuti impiccati da Amnesty adesso sono diventati i 50 corpi da cremare, in una perfetta coincidenza tra la denuncia dell’organizzazione umanitaria e la presentazione delle foto satellitari.

testimonianza Tuttavia un testimone, Abu Khalil, dissidente contrario al governo siariano di Bashar al-Assad ed ex detenuto a Saydnaya , ha rilasciato una intervista ad Al Jazeera nella quale mentisce totalmente il ‘report’ di Amnesty, nega la presenza di civili nel penitenziario e identifica la stragrande maggioranza dei reclusi in membri al al Qaeda. Nel documento della tv del Qatar, Paese sospettato di sostenere le milizie islamiste e non ‘vicino’ al presidente siriano, si afferma anche che nella prigione sarebbero detenuti militanti di Hizbul-Tahreer (jihadisti), di Al Qaeda e miliziani salafiti. Poi ci sarebbero anche comunisti e oppositori stranieri provenienti dalla Giordania, dalla Palestina e dal Libano.

Tutto, insomma, lascia pensare ad una nuova ‘bufala’ della Casa Bianca.

Colin PowellSenza tornare alle ‘armi di distruzione di massa’ di Saddam Hussein, in realtà mai esistite, ma presentate all’Onu dall’allora Segretario di Stato, Colin Povell,  una notizia su un bombardamento coi gas effettuato da aerei del governo di Damasco il 21 ago­sto 2013 aveva trovato una pesante smentita. Come dubbi

Richard Lloyd (ex ispet­tore Onu sugli arma­menti) e Theo­dore Postol (docente di Scienza, Tecnologia e Sicurezza Nazionale Politica) erano giunti a conclusioni diverse in una ricerca realizzata per l’autorevolissimo Massachusetts Institute of Technology (MIT).

Secondo i due analisti la git­tata del mis­sile rudi­men­tale tro­vato dagli ispet­tori Onu non poteva essere supe­riore ai due chi­lo­me­tri e considerando la mappa delle forze in campo sul territorio siriano in possesso di Washington il 30 agosto, il punto da cui era partito il missile si trovava nelle aree controllate dai ribelli jihadisti.

Il ‘report’ del MIT aveva confermato, secondo Lloyd e Postol, la possibilità che parte dell’amministrazione americana volesse utilizzare delle informazioni ‘sbagliate’ per convincere il Congresso ad autorizzare un intervento militare contro il governo di Damasco.

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