Articolo Uno, non solo un marchio orrendo

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Può un semplice marchio svelare il senso complessivo di una operazione più articolata ed ampia? La domanda vale anche nella politica?

Decisamente si. Il ‘modo’ in cui ci si presenta non è solo una questione ‘estetica’. Un simbolo è la sintesi di un pensiero, il codice attraverso il quale qualcuno vuol far conoscere la propria essenza agli altri.

In parole semplici si può dire che quando si ‘sbaglia il marchio’ è perchè non si ha per nulla chiara la ‘missione’ che si vuol intraprendere.

Alcuni sosterranno a questo punto che un ragionamento del genere può aver valore per le aziende, ma non per i partiti o i movimenti politici. Costoro sbagliano.

Nella politica l’impegno ad evocare in un segno iconico l’intero humus della proposta strategica è cosa ancor più importante che nell’industria.

Se il pacchetto di Marlboro è diventato un oggetto da collezione, se i marchi di Coca Cola, Apple, Microsoft, McDonald’s, General Electric, Volkswagen, Google, Amazon, Nestle valgono centinaia di milioni di dollari (indipendentemente dall’azienda che rappresentano) è perchè chi li ha realizzati ha saputo fare non un ‘bel disegno’, ma elaborare una ‘sintesi di intenti’ unica ed inedita da associare al ‘prodotto’.

Nella comunicazione politica nessuno potrà mai dimenticare la svastica nazista, la grafica fascista, la falce e martello, la rosa nel pugno, lo scudo crociato, l’edera repubblicana, i murales del governo Allende, la grafica castrista, il sole che ride, Greenpeace e persino la rozza stella a cinque punte delle Brigate rosse.

In ognuno di quei ‘simboli’ c’è una sintesi perfetta degli scopi più ampi che quei governi, partiti, movimenti, associazioni volevano promuovere.

La forza violenta della svastica nazista, la grafica futurista del fascismo, la stella rozza delle Br, lo spirito libertario della rosa nel pugno di Mitterand… e la falce ed il martello, via via associati al compasso, al libro, al sole a raccontare la centralità del lavoro e dei lavoratori, nelle officine e nei campi.

Nel caso italiano, poi, a disegnare il simbolo del Pci nella nuova Repubblica Togliatti volle Renato Guttuso, perchè il ‘Migliore’ sapeva bene quanto fosse importante la comunicazione.

Cos’è allora questo ennesimo orrore della già orrenda politica italiana presentato ieri da Articolo Uno, Movimento democratico e progressista?

Un punto di forza semplice nei marchi è la sintesi. Un colore, un segno, una percezione dominante che immediatamente riconduca l’impressione ad una idea.

Nel simbolo del nuovo movimento prevale un grande UNO, scritto con lettere dai tratti frazionati, a dar l’impressione di qualcosa che si potrebbe frantumare da un momento all’altro. Ed essendo i fondatori identificati in ‘scissionisti’ (ovvero guastatori) di certo questa scelta non è per nulla saggia.

Al gigantesco UNO si associa un incomprensibile ‘Articolo’. Il riferimento è, per gli esperti (non per i cittadini), all’articolo 1 della Costituzione, che tuttavia è indicato sempre in questo modo ‘Art. 1’, per cui nessuno collegherà mai ‘in automatico’ quella headline alla Legge delle leggi. Sotto, piccolo e squilibrato per dimensioni, un ‘Movimento democratico e progressista’, mostra di essere un ‘sottopancia’ quasi fastidioso.

UNO dovrebbe essere quindi l’elemento distintivo. Ma quanti UNO ci sono in giro? Da Mercatone Uno a decine di Radio Uno fino al gioco di carte Uno. Tanti Uno tutti tragicamente più evocativi dell’UNO a caratteri segmentati del Movimento in questione.

Ma veniamo al ‘sotto traccia’ che sta dietro il marchio. Sostengono i fondatori di essere ‘progressisti’.

Se lo fossero stati avrebbero lanciato un referendum in rete per scegliere la proposta più bella. O avrebbero sottoposto un ventaglio di ipotesi agli internauti per raccogliere pareri. Sempre i fondatori avrebbero potuto consultare gli studi i comunicazione più ‘innovativi’ del Paese chiedendo loro dei bozzetti. Ed avrebbero saputo promuovere queste azioni tra gli italiani per mostrare quanto ‘nuova’ fosse nella sua stessa essenza fondativa la formazione in fieri. Nella patria dei raccomandati finalmente un concorso di idee per tutti e trasparente!

Invece nulla. Senza alcuna ‘gara’ o ‘consultazione’ qualcuno si è rivolto a qualcun altro ed ecco puntuale l’orrore.

In un Paese senza ‘chance’ nessuna ‘chance’ è stata concessa a nessuno in un momento tanto solenne quanto quello della formulazione del marchio. E nessuna strategia di comunicazione è stata collegata alla presentazione del simbolo.

In modo semplice appare allora chiaro che il gruppo dirigente di questo movimento ‘è chiuso’, ancor prima che si presenti al mondo. Attori del ‘politichese separato’ degli ultimi venti anni, queste persone non ‘sentono’ l’importanza della partecipazione e della condivisone. Si manifestano subito come una falange di notabili e per questo non hanno alcuna possibilità di ‘aprirsi’ al target che dicono di voler colpire, ovvero quei milioni di elettori di sinistra  e di giovani che hanno abbandonato le urne.

Si dice che chi ben comincia è a metà dell’opera, qui siamo nella situazione opposta. E non si ha notizia di alcuna attività su Web, il sito di del Movimento ancora non è neppure indicizzato da Google, la pagina FB è in abbandono, Twitter tace.

Sempre i piccoli gesti dicono molte più cose di un lungo discorso. Speranza, Bersani e soci hanno molta strada da fare ed è già tutta in salita.

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