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Salute mentale, ecco la ‘controriforma’ della legge Basaglia

Autore: . Data: venerdì, 6 luglio 2012Commenti (1)

Nel silenzio pressoché generale prosegue la riscrittura della ’180′. L’iter del ‘ddl Cicciòli’, dal nome del deputato Pdl che l’ha presentato, è partito due anni fa. Ora sta giungendo in dirittura d’arrivo, dopo l’approvazione di un testo-base in Commissione Affari Sociali alla Camera, tra le proteste di accademici e operatori territoriali.

Carlo Cicciòli è uno psichiatra di Ancona e siede tra i banchi di Montecitorio nelle fila del partito di Berlusconi. Poco più di due anni fa, il 9 giugno 2010, rilasciò una dichiarazione all’AdnKronos Salute: “La revisione della legge 180 rientra nel programma votato nel 2008 e fa parte del programma di Governo. Mi sono consultato personalmente con il presidente Berlusconi”.

Il confronto col capo verteva sulla “necessità di una revisione normativa che disciplini l’erogazione dell’assistenza psichiatrica”, per “andare oltre” la vituperata legge 180, varata il 13 maggio 1978 sulla scorta della riforma psichiatrica firmata da Franco Basaglia.

“Questa è una legge – argomentò il deputato Pdl descrivendo la sua creatura normativa – che si occupa soprattutto delle patologie gravi, quindi del 2-3 per mille della popolazione: sono quelle persone non consapevoli che rifiutano le cure. Oggi ciò che manca è la continuità terapeutica, questo è il problema della legge 180. C’è bisogno di riordinare il settore”.

Dietro al tono minimalista del parlamentare, ecco la portata esplosiva della sua proposta: tra i punti centrali del disegno di legge si segnalano l’introduzione di un ‘Trattamento sanitario necessario’, prolungato anche a domicilio, che tanto ricorda quello ‘obbligatorio’; il contratto terapeutico vincolante per il paziente; la riabilitazione in comunità terapeutiche psichiatriche. Cicciòli ha ipotizzato poi la creazione di strutture residenziali; i rapporti con l’Università e la formazione; l’obbligo del medico psichiatra di recarsi al domicilio del paziente; il diritto all’informazione dei familiari; i fondi vincolati per la psichiatria e il commissariamento delle Regioni inadempienti.

Anche ad un occhio disattento l’elenco di innovazioni legislative appare orientato, nei suoi punti più significativi e pregnanti, alla riscrittura degli aspetti più ‘rivoluzionari’ della legge 180 (riproponendo in primo luogo il trattamento coatto senza adeguati contrappesi), per poi ipotizzare sul territorio interventi ‘garantisti’ ma a prima vista inapplicabili, tantopiù nell’era della ‘spending review’.

Senonché la discussione è tutt’altro che teorica e le (durissime) critiche al ‘ddl Cicciòli’ – che potrebbe passare all’esame dell’aula nei prossimi mesi – riguardano il merito dei problemi riguardanti la salute mentale e i metodi di cura.

“Viva preoccupazione” hanno espresso in una lunga lettera i direttori di tutti i dipartimenti di salute mentale e dipendenze patologiche delle Ausl dell’Emilia-Romagna. “La riduzione delle garanzie procedurali e temporali per gli interventi sanitari senza consenso (Tso) e la possibilità di effettuare trattamenti di un anno senza consenso del paziente in strutture residenziali – hanno scritto – costituiscono un grave sbilanciamento nei rapporti tra il cittadino ammalato e le istituzioni, con evidenti rischi di abuso, uso improprio e uso custodiale di questi strumenti. Ciò non è affatto quello di cui si avverte il bisogno per migliorare la qualità dell’assistenza”.

Oltre trent’anni di psichiatria territoriale avrebbero invece sviluppato “un consenso rispetto al fatto che l’uso degli strumenti direttivi ed obbligatori di per sé non produce salute e può avere pesanti conseguenze in termini di allontanamento dai processi di cura, di passivizzazione e cronicizzazione”.

Secondo i responsabili dei servizi di psichiatria pubblica dell’Emilia-Romagna “c’è semmai bisogno di proseguire nel percorso di informazione, coinvolgimento, negoziazione trasparente col paziente e con il suo contesto”. Mentre il testo recentemente approvato in Commissione Affari Sociali alla Camera “segnerebbe un grave arretramento nella assistenza psichiatrica, condizionerebbe in senso custodiale la pratica professionale e distoglierebbe risorse dalla assistenza diffusa sul territorio, l’unica in grado di raggiungere, curare e sostenere le migliaia di persone affette da disturbi mentali gravi e persistenti”.

Ciò di cui avvertono il bisogno gli psichiatri firmatari della missiva “è di proteggere e rinforzare questa assistenza, di potenziare l’azione di responsabilizzazione condivisa tra professionisti, utenti e famiglie sui percorsi di cura, di rendere la direttività ancora più trasparente attraverso gli istituti di tutela già esistenti, di preservare le risorse destinate alla salute mentale in un momento di grave crisi economica del Paese”.

Insomma, così si conclude la lettera, “il testo approvato in Commissione è l’unica cosa di cui nessuno avverte il bisogno. Anzi, è l’unica cosa che nessuno vuole”.

Ancor più sonora la bocciatura del ‘ddl Cicciòli’ da parte di LegaCoopSociali: “Deve essere fermato”. Secondo la presidente Paola Menetti, si tratterebbe di null’altro che “la riproposizione della contenzione manicomiale sotto altre definizioni”.

Il suo collega Gian Luigi Bettoli, responsabile Legacoop del settore, aggiunge uno degli argomenti più utilizzati dai difensori della ’180′: “il problema non è certo quello di avere ulteriori nuove leggi, ce ne sono abbastanza per operare. E’ la situazione reale di incompleta applicazione della legge 180 e delle normative attuative a preoccuparci. Bisogna avere il coraggio di dire con forza che essa non è applicata nella globalità del territorio nazionale, in coerenza frustrante con la mancanza di risorse, la carenza di una rete diffusa di servizi di neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza, con la centralità tuttora inviolata delle strutture ospedaliere e perfino con la permanenza di pratiche di contenimento, non solo farmacologiche”.

La proposta di Legacoop – cui sono affiliate moltissime strutture che offronto assistenza o cura psichiatrica – è “mettere al centro delle politiche per la salute mentale il lavoro di rete, tra servizi pubblici, associazionismo e cooperazione sociale, tra risposte specialistiche e lavoro di inclusione sociale”. Un intervento che si rivelerebbe “non solo più utile ed efficace per le persone, ma nel tempo anche più efficiente e meno costoso”.

E a proposito di “risposte specialistiche”, in questo caso in ambito accademico, spicca quella diffusa pochi giorni fa dal professor Pietro Barbetta sul portale ‘doppiozero‘, e intitolata significativamente ‘La Controriforma psichiatrica’.

Barbetta, che insegna Teorie psicodinamiche all’Università di Bergamo ed è componente del Collegio didattico del dottorato di ricerca in Scienze della Formazione all’Università Ca’ Foscari di Venezia, denuncia senza giri di parole l’imminente approvazione “di una controriforma che cancella la legge Basaglia, cioè il rispetto della dignità e della cittadinanza dei folli”. I proponenti, ricorda, “sono militanti del PdL, però a sinistra molti sottovalutano l’attività, sostengono che la legislatura potrebbe cadere prima. Cattiva abitudine della politica: sottovalutare l’impatto culturale di un’iniziativa”.

Barbetta così descrive l’articolato all’esame del Parlamento: “Promuove l’idea che riaprire i manicomi, seppure nella forma di piccole cliniche private, sia un gesto di cura e non una violazione dell’habeas corpus. (…) Costringe le persone al ricovero contro la loro volontà. E’ illegale, ma se la legge dà al medico il potere di costringere, allora diventa legale. Viene in mente il Creonte di Antigone. Il tiranno può legalizzare l’oscenità, non sarebbe questa la prima volta. Ma come non avere il coraggio di reagire come Antigone? Saremo capaci di agire come Antigone?”.

Si tratta, aggiunge, “di una cultura autoritaria che si manifesta, si esprime, sposta l’asse della giustizia verso l’ingiustizia, della cultura verso la tecnologia cieca. Pratiche che si nascondono dietro processi di razionalizzazione tecnologica. A parole tutti la condannano, in pratica si pratica con la giustificazione che funziona”.

Qualche esempio di ciò che potrebbe accadere sarebbe già davanti ai nostri occhi, ma riguarda soltanto alcuni (squallidi) anfratti elitari e privati anche se, talvolta, scandalosamente foraggiati dal pubblico: “Ci sono già cliniche altolocate – osserva il professor Barbetta – per famiglie altolocate che nascondono i figli tossici altolocati imbottendoli di vecchi neurolettici, o cliniche convenzionate che fanno affari d’oro e ne farebbero ancor più con la controriforma. Non più delirio scientifico come un tempo, piuttosto meccanismo economico. Per questo la controriforma reintroduce l’idea che i malnati (si badi bene non i malati, i mal-nati) possano essere coerciti, costretti, ricoverati per periodi lunghi, contro la loro volontà, trattati farmacologicamente senza il consenso informato, come avessero commesso un reato. Anzi peggio, perché neppure un carcerato può essere costretto a intervento sanitario senza il consenso”.

Circolano già in rete contributi di giuristi che garantiscono sull’incostituzionalità del ‘ddl Cicciòli’. “E’ così – sostiene Barbetta – la legge Basaglia fu introdotta per applicare la Costituzione, poi fu studiata e adottata in molti Paesi democratici per ribadire che un disordine mentale non può giustificare la reclusione, che la reclusione si legittima solo in presenza di reato”.

Dall’altra parte molti antibasagliani obiettano che la legge ’180′ non sarebbe stata applicata perché inapplicabile, e nel contempo sarebbe stata influenzata dai venti libertari dell’epoca. L’indiretta controreplica del professor Barbetta è su due livelli: “Si dirà, ci sono tanti pazienti psichiatrici che sono contenti dei trattamenti, anche degli elettroshock. Vero. La psicologia sociale ha studiato a lungo e con competenza il fenomeno dall’obbedienza all’autorità e del fascino che subisce un persona sequestrata nei confronti del sequestratore, perché allora non liberalizzare il sequestro di persona?”.

In merito alla seconda critica, l’accademico argomenta che “in molte parti d’Italia la Centottanta non è stata mai applicata, si è sempre disastrosamente fatto, illegalmente, ciò che verrebbe legalizzato ora: non mi pare che dove già si svolgono queste operazioni ci siano centri di eccellenza psichiatrica”. E aggiunge: “Perché non si prende atto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità considera la legge 180 come eccellenza psichiatrica? Com’è che non si considera che gran parte delle ricerche non finanziate da enti di parte mostrano che il primo fattore di miglioramento delle psicosi è costituito dai social network (le reti sociali che in Italia stanno scomparendo per via dei tagli economici degli ultimi vent’anni)?”.

Il ‘ddl Cicciòli’, in conclusione, sarebbe “una sorta di condono edilizio mentale”. Bella e inquietante metafora. Come dire che gli aspetti del berlusconismo che hanno fatto vergognare milioni di italiani, al cospetto del resto del mondo civile, si sono così radicati nella società al punto da favorire la riscrittura di alcuni ‘codici’ di civiltà che parevano intoccabili. D’altro canto è già successo con l’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, e la colpa non è nemmeno del Cavaliere.

Paolo Repetto

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Commenti (1) »

  • Francesco ha detto:

    Io vorrei solo che chi ha scritto questo articolo potesse vedere la realtà di famiglie assolutamente sole, abbandonate da tutte le istituzioni, ostaggi di un familiare afflitto da disagio psichico. Madri che subiscono vessazioni, soprusi, violenze, genitori disperati, malati pericolosi per sè e per gli altri che compiono atti estremi nel totale disinteresse dello Stato. La legge Basaglia ha prodotto effetti disastrosi. Spero che chi la sostiene sappia di avere sulla coscienza migliaia di vittime silenziose costrette a convivere con un familiare malato psichico.

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