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Potenti ruggiti o solo vagiti?

Autore: . Data: mercoledì, 25 luglio 2012Commenti (0)

In un Paese confuso crescono i rischi per i giovani. Un detenuto incontra un ‘ragazzo duro’ e gli guarda l’anima. Un articolo per ‘Tu Inviato’.

Un po’ di tempo fa, qualcuno ha sottolineato in televisione che circa un milione di ragazzini sono a rischio, in un futuro a breve termine, di andare incontro a sanzioni penali.

Ricordo Marco un giovanissimo conosciuto nell’oratorio di un mio amico prete dove qualche volta mi recavo per parlare della mia esperienza e confrontarmi con tanti amici.

Non è stato facile con lui, un ometto di tredici anni con gli occhi rapaci. Marco, con la sua storia per molti versi già scritta in tanti ieri che non esistono. Marco, che a scuola non ci va e le poche volte che è presente ha in tasca il coltello. Marco, che frequenta i più grandi e pesta giù duro per essere riconosciuto. Marco che…mi ricorda qualcuno.

Stavamo seduti uno di fronte all’altro, lui sapeva che ero un cittadino detenuto e mi guardava dritto sparato negli occhi, senza mostrare il più piccolo cedimento.

“Com’è il carcere? Ti picchiano lì dentro?”. Chiedeva, quasi a voler esorcizzare la paura che lo invadeva. “Io non ho paura della prigione”, mi ha detto. …E io gli ho chiesto: “Perché non hai paura?” Perché non possono arrestarmi alla mia età, e poi non mi prenderanno mai, sono troppo furbo io”.

“Eppure è sempre il più furbo che alla fine della corsa pagherà per tutti; guarda me: sebbene per qualche giorno sia qui con te, sono invecchiato dentro come il pezzo di carcere che mi ha sepolto”.

” Mi piace fare casino e stare in giro per Milano fino a tardi, ogni tanto dare un calcio a qualche rompi e a scuola fare impazzire i miei compagni e i professori. Che male c’è a prendere un cappellino o un giubbotto a chi ha più soldi di me?”.

Mi guarda e cerca di soppesare le mie reazioni, vuole la mia approvazione, il mio rispetto: non me lo chiede, quasi me lo impone. Incredibile, ho innanzi un piccolo duro che non intende fare sconti, neppure a me.

Marco, il disadattato, ha trovato nel rischio e nella provocazione la risposta più immediata alla propria sofferenza. Marco che teme il domani.

Penso a sua madre oltre oceano, a suo padre troppo impegnato nel lavoro per ritrovarlo la sera in casa, e inciampo in quel suo linguaggio secco e sgangherato da sembrare ordinato.

“Quanti anni hai Vince? Vuoi venire a casa mia ? Dai andiamo a fare un giro in centro”. “Ci andiamo più tardi”, gli dico, e, in silenzio, lo osservo mentre gesticola e narra le sue avventure, mi ostino a percepire il suo vero intento.

Si accorge della mia trappola e tenta più volte di aggirare l’ostacolo, d’improvviso avvicina le sue mani alle mie, ci tocchiamo più volte le nocche: é il rito che si consuma nel linguaggio del corpo, dell’immagine che effonde potenti ruggiti… O sono vagiti? Ho l’impressione di avere fermato il tempo e, illudendomi, mi travesto per un attimo da adolescente per farmi accettare da quella tigre addormentata.

Non lo dice, ma glielo leggo negli occhi: é stanco di tante persone pronte a dargli consigli. I grandi, gli adulti sempre pronti a insegnargli dove sta il bianco e dove il nero, senza mai consentirgli di approfondire il grigio.

“Ho ragione io”, grida, apostrofando malamente un ragazzo di vent’anni che cerca di indurlo a più miti comportamenti.

Mi accorgo che é diventato nuovamente lo strumento di studio della nostra coscienza, infatti il ragazzo che prima interloquiva con affabile cortesia, ora rivendica il proprio ruolo di maestro maturo e responsabile, ma non in forza dei valori che tenta di trasmettergli, bensì perché non si ritiene rispettato abbastanza da quel pulcino agguerrito.

Parliamo e ci agitiamo tutti, mentre lui rimane attore fedele al suo copione, fermo come un fusto di quercia ci osserva e sorride sornione alle nostre scaramucce intellettuali.

Marco e il suo branco al momento lontano, rifugio dei miti e dei suoi pari, oasi rassicurante, consuetudine alla trasgressione che si rinnova e si rigenera all’ombra dell’indifferenza, in uno spazio costretto dove tutto può esser condiviso.

Il Don mi guarda, poi sposta lo sguardo su di lui, e ancora su di me, forse stiamo pensando entrambi che questo incontro ci consente di indagare in noi stessi, nelle parole spese male… e la conclusione che ci arriva direttamente sul muso, è che Marco, come i tanti ragazzi a rischio di questa periferia esistenziale, non debbono poi tanto meravigliare né sbalordire per la loro durezza, alla luce della nostra inadeguatezza ad ascoltare, noi così ben protetti dalle nostre imperturbabili aspettative.

Riaffiorano pensieri che non eviteranno a nessuno di andare ripetutamente a sbattere in un vicolo cieco, ma, chissà, potrebbero indurre alla necessità di una tutela dell’attenzione comprensiva, sensibile. Rammento il giorno del mio rientro in Istituto, al termine del permesso, lui era lì ad aspettarmi: ’’Quando ritorni Vince?” “Presto”, gli ho risposto, “presto!”.

Vincenzo Andraous

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