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Dalla crisi al rilancio del ‘pubblico’: un libro di Mario Pianta

Autore: . Data: martedì, 24 luglio 2012Commenti (0)

‘Nove su dieci’, il pampleth dell’economista, riflette su declino e ripresa, dopo un ventennio segnato dalla globalizzazione.

Nell’ampia letteratura ormai a disposizione attorno al tema ineludibile del declino produttivo, sociale e culturale del nostro paese merita una particolare segnalazione il recente pampleth ‘Nove su Dieci’ (edizione Laterza, pagg. 176, €14,00) di Mario Pianta, docente di politica economica all’università di Urbino e tra i fondatori della rete “Sbilanciamoci”, poiché attraverso la chiave di lettura delle diseguaglianze ci fornisce un’interpretazione del “caso italiano” decisamente originale, oltre ad avanzare un percorso di uscita dalla crisi.

D’altronde un ventennio di globalizzazione liberista, fondato sul primato della finanza e del libero movimento dei capitali, ha generato una bolla speculativa in seguito alla crisi del mercato immobiliare che ha lasciato senza un tetto milioni di americani e portato al fallimento società immobiliari e grandi banche.

Al contempo l’Europa, guidata dalla locomotiva tedesca, è andata divaricandosi tra un centro sempre più dominante sul piano delle decisioni sovranazionali e i paesi periferici in cui è cresciuto il debito pubblico, per via di una crescita bassa o addirittura negativa e crescenti disavanzi della bilancia commerciale, che a partire dalla Grecia è diventato oggetto da un lato degli investimenti della speculazione finanziaria e dall’altro lato delle politiche di austerità della troika (Commissione Europea, Bce, Fmi), tutte indirizzate a mettere in discussione la legislazione sul mercato del lavoro, le garanzie contrattuali, la licenziabilità dei dipendenti pubblici e privati, i sistemi pensionistici, nonché a privatizzare lo stato sociale e i cosiddetti ‘beni comuni’.

In questo contesto l’Italia è stata colpita da una recessione tra “le più gravi del mondo”, in quanto il declino produttivo – causato da un’inadeguata struttura produttiva, dal nanismo dimensionale delle imprese, dall’assenza di investimenti e dalla mancanza di innovazione – ha determinato una preoccupante caduta del valore aggiunto del settore manifatturiero e una bilancia commerciale pesantemente in negativo.

Se si considera che già la crisi del 1992 aveva generato una forte riduzione dei salari e il taglio della spesa pubblica, oggi, dopo un ventennio di politiche all’insegna del mercato (con l’eliminazione delle imposte per la successione e la vistosa riduzione della progressività fiscale), condivise sia dal centro-destra che dal centro-sinistra – distintosi solo per qualche leggera correzione improntata alla filosofia del liberismo temperato – il nostro paese si contraddistingue in Europa per il più alto divario tra profitti e salari ed un aumento vistoso delle diseguaglianze e della povertà.

La mole e la qualità dei dati a questo proposito riportati da Pianta nel libro indicano le proporzioni della “modernizzazione regressiva” che ha investito l’Italia e la polarizzazione determinatasi tra i nove perdenti nella scala sociale e il solo vincente.
Basti pensare che nel 2008 il reddito familiare medio degli italiani era di 19.400 €uro, ma il 10% più ricco ha ottenuto addirittura 10 volte il reddito del 10% più povero, e che al vertice dei super-ricchi troviamo le ‘star’ di professioni, spettacolo e sport, non tanto di chi svolge attività d’impresa.

Proprio perché questi dati sono la testimonianza del fallimento delle ricette liberiste e di quel “blocco sociale della depressione” che le ha ispirate, per Pianta urge che “le decisioni sul futuro del sistema produttivo siano riportate all’interno della sfera pubblica”, con un rilancio del ruolo dello Stato finalizzato a delineare una riconversione ecologica dell’economia e la definizione di un patrimoniale su una parte delle ricchezze private, nel frattempo ingentemente accumulatesi, per abbattere il debito.

Ovviamente un percorso alternativo di questa portata può affermarsi solo se si determinano le condizioni per una diversa politica redistributiva della ricchezza, in correlazione alla costruzione sociale e politica di un’altra Europa, in grado di limitare il ruolo predominante della finanza e ribaltare la visione neo-liberista che orienta le tecnocrazie sovranazionali.

Gian Marco Martignoni

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