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Quelli che Balotelli adesso è ‘SuperMario’. Senza vergogna

Autore: . Data: venerdì, 29 giugno 2012Commenti (2)

Il campionario di speculazioni sulla pelle (nera) del bomber italiano, dopo la doppietta alla Germania: dalle istituzioni che lo idolatrano dopo aver avallato il razzismo e ignorato i richiami del Presidente Napolitano sul ‘diritto di suolo’, fino ad una parte della stampa – sportiva e non – che ha sfruttato l’occasione per manifestare volgarità e xenofobia.

Premessa. Mario Balotelli, come tanti altri bambini nati da genitori stranieri, non ha ricevuto in dote naturale le opportunità offerte ai moltissimi suoi compagni pari età. In quanto figlio di immigrati (ghanesi, nella fattispecie) e non prevedendo l’Italia il cosiddetto ‘diritto di suolo’ (ius soli), Mario non è nato cittadino italiano. Vigendo qui il ‘diritto di sangue’ (ius sanguinis) è venuto al mondo straniero nella sua patria (come centinaia di migliaia di altri bambini) e ha usufruito fin dalla nascita di quei permessi di soggiorno che hanno consentito ai suoi genitori naturali di non essere etichettati come ‘clandestini’.

Il destino ha voluto che alcuni malanni fisici lo abbiano costretto a forzate ospedalizzazioni, fino ai due anni di età. I suoi genitori, nel frattempo emigrati da Palermo alla provincia bresciana, non sono stati in grado di occuparsene o non hanno voluto farlo: le versioni che circolano sono più d’una e l’interessato non è certo indulgente verso i due ghanesi, come si evince dalla sua lettera leggibile qui e che ha rappresentato la dura replica del giocatore, qualche anno fa, ad alcuni approcci dei ‘vecchi’ genitori alla sua vita. Fatto sta che i servizi sociali di Brescia hanno proposto, all’epoca, di affidarlo ad una coppia residente in quella provincia. E così è stato, per decisione del locale Tribunale dei minori.

I signori Balotelli avevano una certa dimestichezza con le pratiche affidatarie: fanno parte di un microcosmo intimamente solidale, vivono la società con il cuore aperto e – particolare tutt’altro che secondario – per tutelare Mario lo hanno tenuto sempre al riparo da pruriti mediatico-scandalistici (gli stessi oggi tanto in voga in simili circostanze) benché il ragazzo affidato loro (l’ultimo di quattro figli) fosse avviato ad una carriera calcistica sfolgorante. Per meglio comprendere il senso di tali affermazioni, rimandiamo i lettori ad un articolo-profilo pubblicato dal periodico cattolico Vita (leggibile qui), a quanto pare l’unico giornale ad aver raccolto finora una testimonianza dei nuovi genitori di Balotelli, da cui si evincono il riserbo e la straordinaria carica umana e di calore familiare non tradizionale.

Probabilmente a molti lettori sfuggirà che cosa possa significare, per un genitore affidatario (o adottivo, finché non arriva la sentenza definitiva di adozione) condurre la vita quotidiana del proprio figlio: non si tratta soltanto di difenderlo dagli sguardi altrui, mentre con la sua pelle nera cammina per strada o solca un campetto da calcio (figuriamoci poi nel profondo nord, fino a ieri, e chissà domani, impregnato di leghismo). Si tratta di rosicchiare diritti qua e là: quelle garanzie sociali offerte naturalmente agli altri bambini. Si tratta di rinnovare i permessi di soggiorno, in fila davanti alla questura affrontando gli sguardi schifati o commiserevoli di passanti o funzionari di pubblica sicurezza; si tratta di non aver assegnato un pediatra di base in via definitiva, dovendo presentarsi alla Asl per rinnovare il servizio, perché inteso dalle istituzioni come provvisorio fino a prova contraria; si tratta di dover affrontare calvari scolastici, nella certezza di essere identificati come ‘diversi’ e senza che i metodi didattici siano spesso adeguati a valorizzare la ‘diversità’ del bimbo nella sua ‘normalità’. Il tutto fino al compimento del diciottesimo anno d’età, ovvero quando i minori in affidamento ottengono il riconoscimento della cittadinanza italiana.

Si dirà: che esagerazioni, il “mondo cambia”, l’Italia “non è razzista”. Obiezioni prevedibili, buone per smontare empiricamente ogni polemica ricorrendo al ‘volemose bene’ (molto in voga, in particolare, proprio dopo le vittorie della Nazionale) ma non certo suffragate dai fatti.

Una cospicua parte della popolazione calcistica che affolla gli stadi ritiene che gli ululati razzisti delle curve rappresentino una manifestazione goliardica. Lo scorso 6 giugno Michele Serra, dalla sua ‘amaca’ nel giardino di Repubblica, si è compiaciuto dell’imminente visita ad Auschwitz da parte degli Azzurri alla vigilia dell’esordio agli Europei, “perché il calcio – ha scritto – inteso come fenomeno popolare globale, è ormai da molti anni un micidiale incubatore dei razzismi vecchi e nuovi”.

Ha forse esagerato, l’editorialista, nella sua denuncia? Sembrerebbe di no, se è vero che il mondo dello sport (anche quello con potenti strumenti giuridici in mano) ha sempre preferito girare la faccia dall’altra parte, scansando preoccupazioni e denunce, bollate come azioni di disturbo al manovratore dello showbiz pallonaro.

Non è un caso che il 30 aprile 2009 l’Alta Corte di Giustizia dello Sport del Coni abbia accolto il ricorso della Juventus contro la chiusura dello stadio Olimpico di Torino, precedentemente decisa dal primo grado della giustizia sportiva a causa dei gravi insulti razziali rivolti in coro da migliaia di tifosi (contro Balotelli, guarda un po’) durante la partita Juventus-Inter (dettagli reperibili a questo link, che rimandano ad una circostanziata nota del gruppo ‘EveryOne’).

Infine. Quando il 22 novembre 2011 il presidente della Repubblica Napolitano propose di avviare finalmente nel Paese un confronto sul diritto di cittadinanza degli stranieri residenti in Italia e soprattutto dei loro figli, così gli replicò Roberto Maroni, ministro degli Interni fino a sei giorni prima: “L’idea di dare la cittadinanza a chiunque nasca in Italia, sulla base del principio dello ius soli, è uno stravolgimento dei principi contenuti nella Costituzione. Vorrebbe dire che alla prossima ondata immigratoria che arriverà dal nord Africa – concluse Maroni – tutti coloro che arrivano e i figli che nascono qui diventano di colpo cittadini italiani. Vuol dire decine e centinaia di migliaia di nuovi cittadini italiani solo perchè nati qua. Sarebbe una calamità”.

La tragedia epocale paventata dal più importante ministro del governo di centrodestra prevede comunque delle eccezioni, a giudicare dalle dimensioni delle foto che ritraggono oggi Balotelli a corredo dei titoli di prima pagina sui quotidiani di riferimento di quel governo, Il Giornale e Libero: ‘Ciao ciao culona’ e ‘Vaffanmerkel’.

Il goldenboy reietto, fino a ieri, è venuto buono per argomentare la riscossa contro gli avversari di una semifinale di un campionato europeo. Ed essendo gli avversari gli odiati tedeschi (nelle stesse ore in cui Monti e la Cancelliera erano a Bruxelles a discutere di spread, crisi e crescita con lo spauracchio-Grecia dietro l’angolo) l’occasione si è rivelata troppo ghiotta per non utilizzare SuperMario anche in chiave antieuropeista. Sghignazzando al ricordo della sortita berlusconiana contro “la culona inchiavabile” e così da solleticare un po’ di (in)sano e abbrutito folclore nazionalpopolare.

Insomma: la speculazione delle istituzioni nei confronti della vicenda ha perlomeno tre facce: quella politica (diritti negati agli stranieri, padri e figli, con almeno mezzo Parlamento che ostacola un percorso all’insegna di nuovi diritti), quella giornalistica (che cavalca istinti senza curarsi di un minimo di coerenza di comportamenti, nonostante si tratti della categoria che dovrebbe “fare la guardia” al potere) e quella degli organismi sportivi (che chiudono gli occhi di fronte alla questione-razzismo per motivi economici). Salvo poi, tutti insieme appassionatamente, strumentalizzare i gol di ‘SuperMario’, che all’improvviso viene indicato addirittura come un esempio di riscatto sociale e sportivo.

Capitolo a parte meritano i quotidiani sportivi. La speculazione, in questo caso, mostra tratti di inquietante coerenza. Alla vigilia di Italia-Inghilterra, la Gazzetta dello sport aveva pubblicato una vignetta che ritraeva Balotelli abbarbicato al Big Ben proprio come King Kong si stringeva storicamente all’Empire State Building. Da molti lettori, sui social media, fu fatto notare l’odiosissimo accostamento, ma l’indomani il direttore del giornale rivendicò sostanzialmente la ‘battuta’. Mentre stamani, dopo la vittoria contro la Germania, Tuttosport ha titolato: “Li abbiamo fatti neri”.

Inquietante coerenza, appunto: lo sport resta un’ottima zona franca per svastiche e ululati. E chi l’ha detto che anche contro la Spagna dovrà fare gol ancora l’uomo nero?

Paolo Repetto

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Commenti (2) »

  • EDUARDO ha detto:

    1. Che c’entrano Libero, Il Giornale ed i quotidiani sportivi con il giornalismo?

    2. Lo ius soli non ha alcun senso in un paese di frontiera come il nostro e spingerebbe migliaia di donne al nono mese di gravidanza a rischiare la vita (propria e del feto) su barconi o rimorchi stradali. Il discorso, sensato e corretto, del Presidente della Repubblica, era un altro: semplificare l’ottenimento della nazionalità a chi in Italia ci vive (ci va a scuola, ci lavora, ci paga le tasse…) non a chi ci è nato!
    (P.S. Vivo in un Paese non-UE dove sono nati e cresciuti i miei figlli. Per ottenere la cittadinanza il meccanismo è paragonabile a quello italiano ed a me pare giusto così. L’importante non è l’automatismo della cittadinanza: è la garanzia che non vi siano discriminazioni nei confronti dei residenti stranieri, soprattutto, ma non solo, se bambini e che questi possano ottenere la cittadinanza, una volta cresciuti nel Paese di accoglienza).

  • Repetto (author) ha detto:

    La sua, Eduardo, è un’opinione assolutamente rispettabile e ben argomentata, benché io non la condivida.
    1) ‘Libero’ e ‘il Giornale’ c’entrano eccome con il giornalismo, purtroppo: lei esorcizza, per così dire. Si tratta peraltro di due giornali tra i più diffusi in Italia. Le segnalo inoltre che l’annotazione più documentata sulle differenze tra ‘ius soli’ e ‘ius sanguinis’, con ampia e utile citazione dei Paesi che applicano l’uno o l’altro sistema, l’ho appresa proprio da una scheda informativa pubblicata anni fa dal ‘Giornale’. A proposito di giornalismo.
    2) Mi dispiace farglielo notare, ma le donne sui barconi della speranza la rischiano già oggi la vita, pressoché sempre. E non è corretto a mio avviso costruire a tavolino un teorema secondo cui la rischierebbero di più in virtù dell’ottenimento a posteriori di alcuni diritti. Sappiamo già ora che persino il ‘clandestino’, giunto in un Paese di frontiera, preferisce sopravvivere in indigenza piuttosto che tornare a casa: aggiungere tutele significherebbe mostrarsi semplicemente più civili, senza nulla togliere ad alcuno dei “nativi” attuali. E’ ragionevole pensare che il desiderio insopprimibile ad una vita migliore (in un vicino Paese considerato “ricco”) vada ben al di là (o venga prima, se preferisce) delle modalità giuridiche con cui uno Stato accoglie o meno i minori. So anche che molti Paesi la pensano diversamente; rimane il fatto che i muri servono a ben poco ed è assolutamente ipocrita – a scanso di eqivoci – argomentare che “bisogna aiutarli nei loro Paesi”. Pubblicheremo tra pochi giorni un reportage giornalistico e fotografico da Haiti, a tre anni dal sisma: tanto per rendere l’idea di tale ipocrisia. Per quanto riguarda le “discriminazioni nei confronti dei residenti stranieri” da lei citate (che rappresentano certamente un aspetto, non il solo, del problema, visto che sono interessato anche al tema più generale del rispetto dei diritti civili)… ebbene vi sono eccome, come ho provato ad argomentare nel mio articolo.
    Grazie della sua attenzione. Saluti

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