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Pomigliano, la Fiat perde il braccio di ferro con la Fiom

Autore: . Data: venerdì, 22 giugno 2012Commenti (0)

Condannata per discriminazione dal Tribunale di Roma, dovrà assumere 145 tute blu della Cgil. Tra queste, 19 avranno anche diritto a tremila euro di risarcimento, in seguito alla loro decisione di sottoscrivere una vertenza legale individuale. Il segretario della Fiom, Maurizio Landini, ha ovviamente incassato il successo giudiziario: “Le leggi non consentono alle imprese di scegliersi i sindacati che vogliono”.

Tale principio è stato meglio argomentato da una delle legali della Fiom, Elena Poli: “Abbiamo intentato una causa alla Fiat sulla base della normativa specifica del 2003 che recepisce direttive europee sulle discriminazioni. Alla data della costituzione in giudizio, circa un mese fa, su 2.093 assunti da ‘Fabbrica Italia Pomigliano’ nessuno risultava iscritto alla Fiom. In base a una simulazione statistica affidata a un professore di Birmingham – ha precisato Poli – le possibilità che ciò accadesse casualmente risultavano meno di una su dieci milioni…”.

In buona sostanza, la Fiom è riuscita a dimostrare l’adozione da parte di Fiat di un criterio fortemente punitivo nei confronti di tanti lavoratori del vecchio stabilimento, rei soltanto di aver aderito in passato ad un sindacato piuttosto che ad un altro. E siccome i dipendenti cassintegrati iscritti alla Fiom nella precedente fabbrica Fiat campana erano 145, tutti loro beneficiano ora del reintegro in chiave antidiscriminatoria.

Senonché l’esercizio di tale diritto, ha spiegato ancora il legale della Fiom, “può essere promosso anche dai diretti discriminati e, se la discriminazione è collettiva, dall’ente che li rappresenta”: perciò 19 lavoratori hanno deciso di sottoscrivere individualmente la causa e ottenuto i 3.000 euro di risarcimento del danno.

Da una parte e dall’altra della barricata politica sono immediatamente giunti commenti significativi, che ben fotografano lo stato di salute del Paese. “Ora si mandino i carabinieri da Marchionne per fargli rispettare la sentenza”, ha intimato l’ex dirigente fiommino Giorgio Cremaschi, evidentemente convinto di dover suggerire alla magistratura come applicare una sentenza.

Molto meglio ha saputo fare comunque Maurizio Castro, capogruppo Pdl in commissione Lavoro al Senato, la cui nota diffusa alla stampa merita una citazione pressoché integrale: “In qualità di relatore della legge sulla riforma del mercato del lavoro avevo provocatoriamente chiesto, alla presenza del ministro Fornero, se la magistratura italiana non stesse preparandosi, pur di salvaguardare lo strumento della reintegra forzosa in azienda del lavoratore licenziato, a considerare discriminatorio, sempre e comunque e indipendentemente da ogni valutazione di fatto, ogni licenziamento il cui destinatario fosse un iscritto alla Fiom, un senegalese, un musulmano, un gay. Non avrei mai immaginato che quel paradosso divenisse realtà, com’è accaduto con il provvedimento che, sulla base di un’asserita discriminazione sindacale, ordina alla Fiat di assumere 145 fiommini. Il collocamento obbligatorio conosce così una nuova figura, accanto agli orfani, agli invalidi e ai profughi della Libia: il comunista”.

Risulta difficile commentare una simile opinione, tantopiù se riferibile ad uno dei parlamentari che sta riformando il mercato del lavoro insieme al premier Monti e al ministro Fornero, ovvero sta contribuendo – da una postazione di tutto rilievo – a definire la qualità dell’esistenza futura di milioni di persone.

Ha rivendicato invece la bontà della sua battaglia più complessiva il leader della Fiom, Maurizio Landini: “Per l’ennesima volta – ha affermato – la Fiat viene condannata perché sta violando le leggi e la Costituzione italiana; le forze politiche, il governo e il Parlamento dovrebbero intervenire per garantire libertà sindacali e diritti negli stabilimenti e nello stesso tempo la continuità della presenza Fiat nel Paese”.

Comprensibilmente soddisfatta anche la segretaria generale della confederazione cui Landini fa parte, Susanna Camusso: “Finalmente una buona notizia, gli iscritti alla Fiom-Cgil riacquistano così la loro condizione di lavoratori liberi di scegliere a quale sindacato iscriversi, senza che questo di per sé determini la perdita del rientro al lavoro nello stabilimento di Pomigliano”.

“Finalmente un po’ di giustizia per i lavoratori di Pomigliano – ha aggiunto Gian Paolo Patta, già segretario nazionale Cgil e oggi coordinatore del Movimento per il Partito del Lavoro – che nonostante il ricatto occupazionale seppero dire ‘no’ alla Fiat: intervenga il Governo a sanare definitivamente la situazione di discriminazione nei confronti della Fiom-Cgil attuata in tutto il gruppo Fiat”.

Per quanto riguarda, infine, i rapporti tra le confederazioni sindacali, non è difficile intuire come la sentenza romana abbia acuito il solco della divisione (se si considera che l’accordo per la ‘newco’ di Pomigliano era stato avallato da tutte le sigle tranne la Cgil): “Basta ipocrisia – ha tuonato Anna Rea, segretario generale della Uil Campania e segretario confederale della Uil nazionale – non si può affidare ad una sentenza il rientro in fabbrica, sembra non ci si renda conto che fuori allo stabilimento di Pomigliano ci sono oltre 2000 lavoratori, con o senza sindacato, che hanno le stesse identiche esigenze e drammi; siamo di fronte ad una ‘discriminazione al contrario’”.

Paolo Repetto

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