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L’Italia s’è persa le idee

Autore: . Data: mercoledì, 28 dicembre 2011Commenti (0)

Il professor Sartori in un articolo sul Corriere della Sera ha analizzato la crisi italiana e citato la ‘casta’. Ma in realtà il Paese è nelle mani di un’oligarchia, che è cosa ben diversa.

Il Belpaese non è solo stato colpito, ma è anche affondato. L’operazione ‘Salvare l’Italia’, per nostra sfortuna, non servirà a nulla perchè le malattie che ci hanno afferrato richiedono ben altre misure da quelle varate e previste per il futuro dal governo Monti.

Non è complicato spiegare in poche righe quello che sta accadendo. Lo Stato non funziona ed assicura lavoro e servizi pessimi a costi impressionanti. Per pagarli non serve tagliare le spese, privatizzare ed aumentare le imposte, perchè la macchina produttiva nazionale si è bloccata da anni ed è ormai fuori servizio, per cui nessuna lotta all’evasione o prelievo di imposte genereranno la quantità di denaro indispensabile per tenere in piedi un meccanismo irrimediabilmente scassato. L’Italia è pessima, a qualsiasi straniero è chiaro, per questo fuori dai nostri confini nessuno crede ad una nostra ripresa.

L’Europa, poi, non esiste più. E’ una ex Unione monetaria, senza alcuna coesione politica e nella quale i bulli, anzi la bulletta tedesca, il cancelliere Merkel, urla, impone idee da dilettante della politica e rende di giorno in giorno la sistuazione sempre più insostenibile.

Uno scenario così difficile richiederebbe scelte radicali prima di tutto a Bruxelles ed alla Bce e poi nelle capitali dei Paesi che contavano alla fondazione della Comuinità: Roma, Parigi, Berlino. Invece nulla.

Sartori sul quotidiano milanese ha del tutto ignorato lo scenario complessivo e, barricatosi nell’orticello nazionale, ha affermato: “Forse esagero, ma è da cinquant’anni che dalla politica italiana non nasce una sola idea”.

Il professore argomenta la sua tesi per centrare tutto sulla mancanza del voto di preferenza. “Lo avevamo – ha scritto il politologo – ma a furor di popolo venne cancellato da due referendum. Non era un secolo fa, eppure ce ne siamo dimenticati. E ci siamo anche dimenticati perché non funzionò allora, e perché funzionerebbe ancora peggio se ripristinato. In passato la prassi costante, tra gli scrutatori dei seggi, era di controllare attentamente i voti di lista ma di consentire a sé stessi di aggiungere crocette di preferenza ai raccomandati del proprio partito. Oggi siamo più smaliziati. Così è ancora più sicuro che il votante non riuscirà quasi mai a eleggere chi voleva”.

La “prassi costante” del broglio evocata da Sartori è tutta da dimostrare, così come è verissimo che il votante non “riuscirà quasi mai a eleggere chi voleva”.

Per il professore il problema è che “da noi con una virulenza inedita che ci assegna tra i Paesi più corrotti al mondo (al 69° posto)” mancano anche “le controforze politiche, manca un vero pluralismo politico. Il fascismo ha favorito lo sviluppo di quelle che oggi ci siamo abituati a chiamare lobbies, ovvero corporazioni di interessi economici”.

Sartori, dimenticando le gabbie salariali, il sindacalismo ‘giallo’, lo sfruttamento massivo dei lavoratori e dei contadini, l’esistenza del latifondo, la violenza (anche sessuale) cui erano sottoposte le poche donne con un’occupazione, lo Statuto dei lavoratori (quasi del tutto liquidato) e confondendo epoche molto differenti tra loro ha continuato: “Dopodiché il dopoguerra ci ha restituito un sindacalismo largamente massimalista. Mentre nel 1959 i sindacati tedeschi ripudiavano a Bad Godesberg il sindacalismo rivoluzionario e da allora collaborano con le aziende, noi continuiamo il rito di inutili e dannosi scioperi. Il punto è, allora, che lo strapotere della nostra casta di politici di professione non si imbatte in vere controforze che lo combattono”.

Sartori, che non deve aver mai visto una ‘ferriera’ del 1950 o un campo di pomodori pugliese nel 1960 ed al quale non è mai stata consegnata la paga giornaliera da un caporale, pensa che il Italia si continui col rito di “scioperi inutili” anzi “dannosi”, ma forse ignora che un salario già buono non supera i 1200 euro al mese (per i fortunatissimi), che i contratti ‘veri’ sono diventati una rarità, che non si assume quasi più nessuno a tempo indeterminato, che le condizioni tra un tedesco ed un italiano sono talmente differenti “da almeno 50 anni” che se ad un nostro operaio si racconta come funziona l’organizzazione di una azienda ‘germanica’ non ci crede.

Insomma, il professore che lamenta la mancanza di idee, sembra averne di suo molte, ma abbastanza confuse.

Il problema italiano è che, come dopo la caduta del fascismo e con la fine della guerra, il Paese è stato raso al suolo. Il fascismo lasciò le macerie di un sistema politico dittatoriale, corrotto ed antidemocratico, la Seconda Repubblica ed i ladri responsabili dello smantellamento della Prima hanno lasciato un Paese corrotto, antidemocratico e controllato da una oligarchia e non di una casta (a tenere le mani in pasta non ci sono solo i politici, ma anche industriali, giornalisti, crimine organizzato, ecc).
La guerra, inoltre, ci aveva restituito un’Italia distrutta dalle fondamenta, mentre la crisi ci ha lasciato un Paese senza case e ponti demoliti, ma anche senza ricerca di rilievo, capacità di innovazione, infrastrutture moderne e soprattutto senza cultura diffusa della ‘modernità’.

Rifondare la Repubblica, allora, oggi richiede non un ‘meccanismo elettorale’ nuovo, ma prima di tutto il riaffermarsi degli ideali, che i responsabili di questa rovina hanno prima definito ‘ideologie’ e poi liquidato nel dimenticatoio (caso unico tra tutti i Paesi democratici del mondo).

Il nuovo millennio impone la definizione di un modello nuovo di società sul quale fondare l’economia planetaria e quella dei singoli stati. Che non sia un aggiornamento del pensiero liberale o di quello marxista (in tutte le loro sfumature), ma che piuttosto rappresenti un modo reale per riaffermare prima di tutto tre questioni di fondo: il rispetto assoluto per i diritti civili individuali e collettivi, l’eguaglianza sociale e la sconfitta definitiva della povertà e dello sfruttamento, la protezione dell’ambiente, delle specie viventi, del pianeta.

Sono queste le idee che mancano e sulle quali genereare le strategie per affrontare la crisi mondiale e quella italiana. La ripresa della crescita, da noi come altrove, è necessaria, ma per produrre cosa? E come? E per chi?

Se non si risponderà a queste domande l’operazione ‘Salvare l’Italia’ non raggiungerà mai alcun obiettivo e la fine del 2012 ci vedrà piangere, dilaniati da un esercito di disoccupati e di poveri alla ricerca di qualche avanzo da rubare nei cassonetti dei quartieri residenziali delle città.

Uno scenario per nulla impossibile, ma del quale è ancora ‘vietato parlare’.

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