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L’Italia in crisi ed i diritti negati

Autore: . Data: mercoledì, 30 novembre 2011Commenti (0)

Un detenuto osserva il Paese e denuncia l’abbandono nel quale sono state lasciate le carceri. Un articolo per ‘Tu Inviato’.

Se qualcuno volesse soppesare il mal di pancia di un Paese,‭ ‬il malessere-disagio sociale che recide il valore delle relazioni,‭ ‬è sufficiente smanettare nella rete,‭ ‬saltellando da un blog all’altro.‭ ‬C’è un po‭’ ‬di tutto,‭ ‬il furore e la rabbia di un popolo di delusi,‭ ‬e c’è pure poca conoscenza,‭ ‬un metodo artigianale dell’imparare,‭ ‬poco propenso a educarci a conoscere quanto ci circonda.

Di fronte a questo pasticcio delle intenzioni,‭ ‬che affondano le radici nelle nostre emozioni,‭ ‬c’è forte la richiesta di abbandonare i parolai interessati e intenzionali,‭ ‬di mettere in campo una giustizia equa,‭ ‬una solidarietà costruttiva,‭ ‬che non dimentica le priorità di tutela a garanzia delle vittime di soprusi e omertà,‭ ‬ma che da questo punto di partenza rilancia nuove opportunità di conciliazione da parte del detenuto.

La società non è qualcosa di astratto,‭ ‬che si riduce al parlato,‭ ‬al raccontato,‭ ‬è piuttosto una comunità fatta di‭  ‬persone,‭ ‬di istituzioni,‭ ‬di regole autorevoli da rispettare.

E il carcere è società,‭ ‬non certamente una manciata di feudi out rispetto alle normative statuali,‭ ‬ma soggetti fondanti lo stato di diritto,‭ ‬eppure il carcere è diventato quotidianamente un caso che desta interrogativi,‭ ‬inquietudini,‭ ‬sordamente rispedite al mittente.

Dentro le celle ci sono persone che scontano la propria pena,‭ ‬persone che lavorano,‭ ‬altre che svolgono il proprio servizio volontaristico,‭ ‬si tratta in ogni caso di cittadini,‭ ‬siano essi detenuti,‭ ‬o che prestano la loro professionalità,‭ ‬che consegnano il loro tempo alla speranza di tirare fuori insieme il meglio da ogni uomo privato della libertà.‭ ‬Ma ciò può essere raggiunto unicamente operando con lo strumento dell’educare,‭ ‬non con la solita reiterata tergiversazione per impedire la comprensione,‭ ‬la possibilità di una parete di vetro,‭ ‬dove osservare quel che accade,‭ ‬o purtroppo non accade per niente,‭ ‬perché il diritto è sottomesso e violentato dal sovraffollamento,‭ ‬dagli eventi critici,‭ ‬dai problemi endemici all’Amministrazione.

Il rispetto per il valore di ogni persona ha urgenza di essere inteso non come qualcosa di imposto,‭ ‬ma come una condizione esistenziale da raggiungere attraverso l’esempio di persone autorevoli,‭ ‬anche là,‭ ‬dove lo spazio ristretto di un cubicolo blindato,‭ ‬non dovrebbe mai annientare la dignità del recluso.

Se è vero che le vittime sono quelle che soffrono dimenticate nella propria solitudine,‭ ‬se i parenti delle vittime se la passano peggio dei colpevoli,‭ ‬occorre davvero fermarci a riflettere,‭ ‬pensare quale società desideriamo,‭ ‬di conseguenza quale carcere condividere,‭ ‬e non rimanere indifferenti a un penitenziario ridotto all‭’ ‬ingiustizia di una afflizione fine a se stessa.

In questa sopravvivenza carceraria,‭ ‬c’è una incultura che alla pena di morte vorrebbe consegnare la patente salvavita,‭ ‬basti pensare ai quaranta suicidi in questa metà di nuovo anno.

Forse come nel Fidelio di Beethoven,‭ ‬non è sufficiente‭ “‬cacciare via velocemente il cattivo suddito‭ “‬,‭ ‬alle teorie assolute che pretendono di punire perché è stato commesso un reato,‭ ‬e le altre,‭ ‬che puniscono per impedire che nel futuro se ne commettano altri,‭ ‬c’è urgenza di chiederci quale persona entra in un carcere,‭ ‬e quale‭ “‬cosa‭” ‬ne esce,‭ ‬quale trattamento ha ricevuto quella persona,‭ ‬se oltre alla doppia punizione impartita,‭ ‬ha‭  ‬avuto possibilità di imparare qualcosa di positivo,‭ ‬o se invece di rieducazione,‭ ‬si tratta di una definitiva devastazione.

Vincenzo Andraous

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