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Pagare il debito o meglio il default? “No agli slogan”

Autore: . Data: lunedì, 31 ottobre 2011Commenti (0)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Nicola Nicolosi e Gian Paolo Patta in merito alle ricette finanziarie da adottare o meno per combattere la crisi.

“Noi il debito non lo paghiamo” è uno slogan positivo se indicativo dell’opposizione del popolo e dei lavoratori alle politiche sbagliate e ingiuste che gli Stati europei hanno concordato per il salvataggio del sistema finanziario speculativo. Queste scelte prevedono che Il debito delle banche venga trasferito in un primo tempo sulle spalle degli Stati e successivamente su quelle dei ceti popolari con tagli alle pensioni, alla assistenza , alla istruzione pubblica e alle retribuzioni. Bene quindi pretendere che la lettera della Bce al governo italiano torni al mittente. Questo slogan diventa sbagliato e addirittura utile ai governi di centro-destra se si trasforma in “non paghiamo il debito estero”.

Nella prima versione il popolo chiama alle proprie responsabilità il mondo della finanza, i ricchi e le politiche liberiste dei governi di centro-destra. Nella seconda versione (“non paghiamo il debito estero”) si chiede, in sostanza, il fallimento del proprio Paese e l’uscita dall’Europa e dall’euro. Le conseguenze in questo caso sarebbero ancora più drammatiche per i ceti popolari: nel 1992 con un calo del Pil del 2% circa ci fu il crollo della lira e vennero assunti provvedimenti analoghi a quelli che la Grecia è costretta a prendere oggi (abolizione della scala mobile, blocco dei pensionamenti, innalzamento dell’età pensionabile, prelievo forzoso sui conti correnti,blocco della contrattazione e delle assunzioni, privatizzazione delle banche, ecc..).

Immaginiamoci cosa succederebbe oggi che è in atto la crisi più grave del secolo. L’Italia è un Paese che importa prodotti (petrolio, materie prime, semilavorati, eccetera) per un terzo del proprio Pil e li paga esportandone una quantità analoga: il non rispetto del debito estero avrebbe conseguenze catastrofiche. Sopratutto per l’industria meccanica e quella tessile che esportano intorno alla metà della loro produzione.

Se questo Paese dovesse per sciagura fallire dovrà essere chiara la responsabilità che i governi del Caf (1982-1992) e i governi di Berlusconi dal 2001 al 2005 e successivi hanno avuto nella esplosione del debito pubblico italiano. I settori della sinistra che rivendicano il fallimento del Paese si assumono una grave responsabilità nel coprire quelle che portano sulle spalle i governi di centro-destra italiani e generano paura tra i ceti popolari (in maniera particolare i pensionati, i poveri, i piccoli risparmiatori) che sono giustamente terrorizzati del rischio default. Se questo paese dovesse fallire sarà per responsabilità dei governi guidati da Craxi e Berlusconi. Ci mancherebbe che pensando che la sinistra spinga per il fallimento si spingessero nelle braccia della stessa destra che ha provocato la crisi i settori popolari che ne pagano le conseguenze!!

Altro aspetto inaccettabile della campagna in atto è scaricare le responsabilità della crisi e della sua gestione sulla Commissione Europea o sulla Bce. Certo hanno le loro responsabilità: non sono organi tecnici ma politici e di emanazione governativa (come si è visto per la nomina di Draghi). Ma alla base di tutte le decisioni assunte in Europa esiste un lungo processo decisionale che sta in capo agli Stati. Il nuovo patto sul rientro dai debiti pubblici, l’istituzione del fondo salva Stati e le politiche di salvataggio delle banche sono state concordate tra gli Stati. Dire che gli Stati subiscono le decisioni della Bce è ridicolo quando i cittadini europei possono vedere quotidianamente come il processo decisionale parte da intese tra il governo tedesco e il governo francese ambedue di centro-destra.

Partono da questi due governi, che esercitano un ruolo di leadership, ma vengono poi condivisi dagli altri Stati pena la crisi del complesso processo decisionale. Tremonti e Berlusconi hanno trattato e concordato tutte le decisioni assunte a livello europeo. Il dissenso del governo italiano è sufficiente a impedire qualsiasi decisione non condividesse. Le scelte impopolari delle ultime finanziarie vengono giustificate dalle forze di centro-destra come imposizioni dell’Europa a cui loro erano obbligati ad attenersi e non come scelte,sbagliate, condivise e sottoscritte a suo tempo da Tremonti e da Berlusconi.

Non casualmente il centrodestra italiano, in cerca di alibi, dichiara di esprimere comprensione per le proteste contro la grande finanza e contro le decisioni europee.

Nessuna responsabilità va levata dalle spalle di Berlusconi per la situazione nella quale si trova l’Italia. Si può e si deve chiedere ai ricchi di questo Paese e al sistema finanziario di pagare le conseguenze delle politiche che hanno sostenuto.

L’Italia ha un debito pubblico del 120% del Pil ma ci sono patrimoni immobiliari e finanziari per cinque/sei volte il Pil,o 8 volte il reddito disponibile. Questi devono essere chiamati a pagare il debito. Va introdotta una patrimoniale seria e una tassazione delle rendite finanziarie. Le categorie del lavoro autonomo i cui fondi pensionistici hanno raggiunto un deficit annuo di 10,5 miliardi devono tornare al pareggio e non farsi pagare le pensioni dai parasubordinati e dagli operai. Le 500.000 società di capitali che non dichiarano utile devono essere obbligate a pagare un minimo come si paga per il possesso delle automobili. Va riformato il sistema fiscale per riportarlo a coerenza con il dettato costituzionale che prevede la progressività dell’imposizione, mentre oggi in termini di gettito è regressivo.

Ci vuole più Europa democratica e dei popoli, va criticato il governo di centro destra tedesco ma non la Germania o peggio i Tedeschi (ci mancherebbe che in piena crisi rinascessero i nazionalismi, vero cancro della vecchia Europa).Oggi l’Europa non è ancora dei popoli ma degli Stati che quando vogliono, se gli conviene, ne ignorano la stessa esistenza: si è visto bene quando la Francia ha iniziato la guerra in Libia senza neanche una telefonata agli altri Paesi.

Nicola Nicolosi
Segretario Confederale Cgil, Responsabile Segretariato Europa
Gian Paolo Patta
Movimento per il Partito del Lavoro

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