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Rappresentanza sindacale: l’accordo nel solco della Costituzione

Autore: . Data: lunedì, 4 luglio 2011Commenti (0)

Riceviamo da Gian Paolo Patta, già segretario nazionale Cgil e oggi presidente dell’associazione ‘Lavoro-Solidarietà’, alcune considerazioni sull’accordo interconfederale firmato il 28 giugno.

Ritengo utile in primo luogo riassumere l’intesa nei suoi punti salienti.

Prevede la certificazione degli iscritti alle organizzazioni sindacali; elezioni periodiche (triennali) delle Rappresentanze sindacali unitarie (Rsu); la rappresentatività delle organizzazioni sindacali è fondata sulla media tra iscritti e voti ottenuti nelle elezioni delle Rsu. La soglia fissata per poter negoziare il contratto nazionale è del 5%.

Vengono ribaditi i ruoli e le gerarchie del contratto nazionale di lavoro e della contrattazione aziendale e il riconoscimento dell’erga omnes (in azienda) va alla maggioranza della Rsu. In assenza delle Rsu, possono sottoscrivere accordi con validità erga omnes le Rsa di quei sindacati che rappresentino la maggioranza degli iscritti. Possibilità per una delle organizzazioni territoriali delle confederazioni firmatarie di far scattare il referendum (analogo diritto viene riconosciuto al 30% dei lavoratori dell’impresa).

Le clausole di ‘raffreddamento’ eventualmente previste nei contratti aziendali vincolano le rappresentanze e le associazioni sindacali aderenti ai sindacati firmatari dell’accordo interconfederale e non i singoli lavoratori o altri sindacati.

6) In attesa dei nuovi contratti nazionali di lavoro, possono essere definite intese modificative di istituti previsti nel contratto nazionale relativamente alla prestazione lavorativa, agli orari e all’organizzazione del lavoro. Le rappresentanze sindacali possono concludere questi accordi d’intesa con le organizzazioni sindacali territoriali firmatarie dell’accordo interconfederale.

Si chiede inoltre al governo di incrementare e rendere strutturali le riduzioni di tasse e contributi sugli istituti contrattuali aziendali che incrementano la produttività, l’efficienza, ecc.

La Cgil insegue dal dopoguerra relazioni sindacali fondate sull’articolo 39 della Costituzione, ossia sul fatto che i sindacati partecipino alla contrattazione con un peso proporzionale ai propri iscritti. Ad oggi, con la eccezione del pubblico impiego, le leggi e i contratti non hanno mai dato attuazione al dettato costituzionale.

La stessa magistratura riconosceva validità erga omnes alle intese sottoscritte unitariamente dalle tre confederazioni Cgil-Cisl-Uil in quanto “notoriamente” queste rappresentavano la grande maggioranza degli iscritti ai sindacati. Una maggioranza “di fatto” che non era sancita dalla rilevazione ufficiale e verificabile delle iscrizioni alle organizzazioni sindacali italiane.

In presenza di divisione tra Cgil-Cisl-Uil le organizzazioni dei datori di lavoro hanno sempre preteso di sottoscrivere accordi validi per tutti i lavoratori con una parte soltanto dei sindacati (quelli che concordavano e mediavano con loro). In barba all’articolo 39, le associazioni datoriali hanno sempre rivendicato la ‘libera contrattazione’ a prescindere da quanto consenso raccogliessero tra i lavoratori le organizzazioni sindacali disponibili a sottoscrivere intese con loro. Orientamento che non ha coinciso con quello della magistratura che, in caso di divisione dei principali sindacati, ha teso a non riconoscere l’erga omnes , emettendo sentenze contrarie a questo orientamento padronale.

Lo stesso statuto dei lavoratori non ha risolto il tema della rappresentanza sindacale in coerenza con il dettato costituzionale, avendo introdotto nelle aziende persino la rappresentanza paritaria dei sindacati maggiormente rappresentativi. Gli ultimi referendum sulle parti dello Statuto dei Lavoratori relativi alle rappresentanze sindacali, a parte alcuni aspetti positivi, hanno creato ulteriore confusione introducendo differenziazioni tra sindacati firmatari dei contratti nazionali e non.

L’intesa interconfederale del 28 giugno 2011 introduce pertanto una novità di grandissimo valore politico e sindacale: nel mondo del lavoro privato, dopo il lavoro pubblico, viene introdotta la certificazione delle iscrizioni ai sindacati, viene riconosciuto il loro diverso peso nella contrattazione, e vengono disciplinate le condizioni per la validità delle intese per tutti i lavoratori. Si esce in maniera anche formale dall’arbitrio presente nelle relazioni sindacali di questo Paese. E’ questo un risultato inseguito dalla Cgil dai tempi di Di Vittorio.

E’ assente, a differenza che nel pubblico impiego, una normativa esplicita sulla contrattazione a livello nazionale ma è evidente che qualora la magistratura dovesse pronunciarsi sulla validità erga omnes di un contratto nazionale di lavoro avrà la possibilità di verificare il reale peso delle organizzazioni sindacali firmatarie in base ai dati raccolti presso l’Inps e verificati dal Cnel. Non basteranno più le autodichiarazioni dei sindacati né ci si potrà basare in giudizio sulla rappresentatività presunta. Una svolta importantissima.

Nella misurazione della rappresentatività si tiene inoltre conto del consenso ottenuto dalle liste presentate dai sindacati nelle elezioni delle Rsu. Viene riconosciuto un peso anche ai lavoratori non iscritti ai sindacati che peseranno così nella stipula di contrattati che li riguarderanno. Un risultato importante, già introdotto nella legge che norma la rappresentanza sindacale nella pubblica amministrazione, ma da sempre osteggiato da alcune confederazioni sindacali le quali ritenevano di dover rispondere del proprio operato esclusivamente ai propri scritti anche quando esercitavano un potere che riguardava tutto il mondo del lavoro, dove i non iscritti continuano ad essere la maggioranza dei lavoratori.

Un’altra novità politicamente rilevante è la consegna del potere di contrattazione nelle mani della Rsu. Novità enorme che porta a far prevalere nelle rappresentanze aziendali la rappresentanza dei lavoratori e non la rappresentanza dei sindacati “esterni”. La sottoscrizione delle intese aziendali da parte delle organizzazioni sindacali territoriali non è prevista quale condizione per la loro estensione erga omnes.

Una sfida straordinaria per le organizzazioni sindacali che in questo modo dovranno cimentarsi in una lotta per l’egemonia tra i lavoratori e nelle Rsu e per influire sul loro libero convincimento, depotenziando quella rendita di posizione rappresentata dall’esercizio del reale potere di contrattazione. Purtroppo a limare questo forte potere delle Rsu resta nel privato, a differenza che nel pubblico impiego, la riserva di nomina di un terzo delle Rsu per i sindacati firmatari dei contratti (anche se proporzionalmente distribuito).

Che la volontà dell’accordo sia quello di spostare poteri dalle organizzazioni sindacali ai lavoratori è confermato anche dall’introduzione dell’istituto del referendum per la validazione definitiva di accordi sottoscritti dalle eventualmente permanenti Rsa. L’erga omnes , in caso di divisione tra le Rsa,viene consegnato in ultima istanza direttamente ai lavoratori. E anche se è alta, ai fini dell’attivazione del referendum, la quantità di firme necessaria (il 30% dei lavoratori impiegati nell’impresa) viene introdotto il principio che esistono diritti esercitabili direttamente dai lavoratori senza la mediazione delle loro rappresentanze aziendali o dei loro sindacati territoriali.

Il tormentone durato alcuni anni sul ruolo del contratto nazionale di lavoro e su quello aziendale si conclude riaffermando la centralità del contratto di lavoro nazionale. I contratti non sono quindi tra di loro alternativi e le materie della contrattazione aziendale vengono definiti in quello nazionale o dalla legge. Viene confermata quindi l’attuale gerarchia tra le fonti . Non era un risultato scontato nel momento in cui la destrutturazione e la deregolamentazione attraversano tutta l’Europa, anche la forte Germania.

I movimenti economici indotti dalla globalizzazione e la cultura prevalente tendono infatti a porre al centro della competizione internazionale l’impresa e non il sistema complessivo. Il ruolo positivo, anche per la competizione fra imprese, svolto dal contratto nazionale che garantiva condizioni di base paritarie fra tutti i soggetti economici di un settore, nella globalizzazione non è più vero per le imprese esposte alla competizione globale. Da qui nascono le tensioni strutturali e non meramente politiche, quali quelle introdotte dai governi di centro-destra, che tendono a minare i contratti nazionali in tutti i Paesi. Ma questo è un tema generale che non interroga solo i sindacati dei lavoratori ma soprattutto la politica e gli Stati.

Nei primi commenti sono stati evidenziati due punti critici dell’intesa interconfederale, che, a nostro giudizio, sarebbe stato preferibile non fossero stati introdotti (ma agli accordi sindacali sono sempre una mediazione): i vincoli posti all’esercizio del diritto di sciopero in seguito ad intese realizzate sulla base dei criteri previsti dall’accordo; il problema delle “deroghe” al contratto nazionale di lavoro.

Sul diritto di sciopero, contrariamente a quanto imposto dalla Fiat a Pomigliano, sono esplicitamente esclusi effetti vincolanti per i singoli lavoratori. Viene ribadito quindi il carattere individuale del diritto di sciopero, bocciando la corporativizzazione pretesa dalla Fiat. Stiamo parlando di un diritto di rango superiore: il diritto di sciopero in capo al lavoratore è una pietra angolare della libertà e del diritto nel mondo del lavoro.

Non possono, inoltre, essere vincolate le rappresentanze di organizzazioni sindacali non firmatarie dell’accordo confederale del 28 giugno.

L’accordo prevede due fasi una transitoria e una a regime quando esso entrerà pienamente in vigore. Nella fase transitoria, prevista dall’accordo, una organizzazione firmataria è garantita dalla possibilità di attivare il referendum su intese aziendali sottoscritte da una parte delle Rsa, le Rappresentanze sindacali aziendali.

La Cgil, e le sue categorie, hanno sempre proclamato la loro libera scelta di rispettare l’esito delle consultazioni, in caso di pronunciamento democratico dei lavoratori attraverso il referendum. Il vincolo a non proseguire gli scioperi era pertanto implicito in questa dichiarazione. Ritorna semmai la necessità di una discussione su quali materie può esercitarsi liberamente la contrattazione aziendale e quindi il referendum. Le recenti vicende degli accordi separati in Fiat confermano il dubbio che i referendum possano esercitarsi su tutte le materie. Dubbio presente nello stesso legislatore quando ha previsto nell’ordinamento lo strumento del referendum abrogativo solamente su alcune materie esistendo diritti fondamentali o temi sui quali è sbagliata una scelta a maggioranza, in quanto vanificherebbe diritti fondamentali o insisterebbe su temi complessi.

Per la fase a regime è chiarito che le materie della contrattazione aziendale vengono definite nel contratto nazionale di lavoro o dalla legge e quindi non potranno essere oggetto di contrattazione aziendale diritti non disponibili quali quelli Costituzionali o di legge o quelli non delegati dai contratti nazionali di lavoro (credo che ciò sia per definizione inevitabile anche nella fase transitoria) .

E’ questo un delicatissimo punto in quanto la eventuale lesione di diritti indisponibili da parte di un accordo aziendale sarebbe certamente illegittima e un giusto motivo per continuare gli scioperi anche dopo la sottoscrizione dell’accordo aziendale a difesa di un principio di legalità generale. Credo che la manomissione di diritti indisponibili in una intesa aziendale, anche quando sottoscritta dalla maggioranza delle Rsu, scioglierebbe la Cgil o altro sindacato dagli eventuali vincoli sugli scioperi in esso previsti.

Il punto 7, relativo alle cosiddette deroghe, in realtà prevede intese modificative delle regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro, nei limiti e con le procedure previste dagli stessi contratti collettivi nazionali di lavoro.

Anche qui la gerarchia delle fonti viene ristabilita, chiudendo la strada alla sussidiarietà vagheggiata da esponenti del centro-destra. In questo caso inoltre, a maggiore garanzia, viene prevista l’intesa con le organizzazioni sindacali territoriali firmatarie dell’accordo interconfederale. Le rappresentanze aziendali in questo caso non sono sufficienti a procedere all’intesa aziendale, e giustamente! in quanto potrebbero subire pesanti ricatti soprattutto nelle aziende in crisi.

E’ chiaro che l’intento di Confindustria è quello di ottenere deroghe sulla prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro. E così realisticamente sarà in molte situazioni di crisi. Nello stesso tempo si riapre anche, dove esistono sufficienti rapporti di forza, la possibilità di contrattare l’organizzazione del lavoro senza i vincoli oggi rigidamente imposti da contratti nazionali che prevedono che alcuni aspetti, vedi l’orario di lavoro, possono essere contrattati esclusivamente a livello nazionale. È noto che da tantissimi anni la contrattazione aziendale si esercita prevalentemente sul salario, spesso legato alla produttività.

E’ invece negativo il punto 8. C’è bisogno di un riequilibrio del prelievo fiscale a favore dei lavoratori ma non è questa la via giusta.

Complessivamente i punti positivi e di avanzamento reale sovrastano quelli critici, che pur ci sono anche se depotenziati rispetto alle aspettative del governo e del padronato. Alcune innovazioni hanno portata storica e avrebbero bisogno di una legge di sostegno. Legge per ora giustamente esclusa dalle parti firmatarie, che in questo modo, prendono le distanze dalla linea politica del governo e segnatamente da quella portata avanti fino ad oggi dal Ministro del Lavoro.

Trova con questa intesa uno stop la linea del governo, plasticamente perseguita da Marchionne nel gruppo Fiat, tesa a emarginare la Cgil dalla contrattazione, a ridurre drasticamente il ruolo del contratto nazionale di lavoro e delle leggi a favore di norme fatte in casa con sindacati compiacenti e con lavoratori in difficoltà a causa della crisi. La Cgil rientra a pieno diritto nella contrattazione e anzi nel settore metalmeccanico, dove la sua categoria ha spesso da sola la maggioranza assoluta degli iscritti, vede un rafforzamento del proprio ruolo e del proprio peso nella contrattazione. Alla Fiom Cgil aderiscono infatti oltre il 50% degli iscritti a tutte le organizzazioni sindacali.

L’accordo, rappresenta una ulteriore picconata alla 2ª Repubblica della quale non si sentono solo più gli scricchiolii ma veri e propri crolli.

L’accordo sindacale rilancia quindi un sistema partecipativo dei lavoratori contro le tendenze alla delega insita nella 2ª Repubblica; il referendum abrogativo del mostruoso sistema bipolare e del porcellum, già partito col sostegno della stessa Cgil, potrebbe rappresentare, se dovesse concludere positivamente, l’apertura anche formale di una nuova 3ª Repubblica.

Gian Paolo Patta
Presidente associazione ‘Lavoro-Solidarietà’

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