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Parolisi: indizi, psicologismi e deduzioni. Prove concrete non si sa

Autore: . Data: venerdì, 22 luglio 2011Commenti (3)

Nel Paese che affonda anche le indagini sugli omicidi hanno spesso un denominatore comune: nessuna confessione ed un uso discutibile di presunti riscontri scientifici.

Il caporal maggiore Salvatore Parolisi è indubbiamente antipatico. Ha un’espressione obliqua, uno sguardo per nulla magnetico, una comunicazione non verbale (quella del corpo) che induce diffidenza. Dopo mesi di indagini questo militare addetto all’istruzione delle reclute nella caserma ‘Emidio Clementi’ di Ascoli dove è di stanza il 235esimo Reggimento ‘Piceno’ ha mostrato una serie di discutibilissimi atteggiamenti morali.

Sposato con Melania Rea e padre di una bimba di 18 mesi, la piccola Vittoria, l’uomo sembra fosse più occupato ad intrattenersi con le sue reclute di sesso femminile che a svolgere il proprio lavoro. Il quadro che emergerebbe sugli ‘usi’ nella ‘Clementi’ è avvilente.

Una delle allieve avrebbe raccontato che alcuni istruttori maschi erano cercati dalle ragazze in divisa, che “spesso si proponevano e approcciavano gli istruttori in modo esplicito”. Secondo la testimone, un caporale addestratore, indicato come “M”, “bacchettava le allieve con una canna di bambù sulle natiche”. “E’ vero, tra istruttori e allieve si instaurano rapporti”, ha riferito A. L., che però ha anche spiegato come si trattasse di relazioni ‘lecite’, “nulla di contrario alle regole, perché non mi risulta che siano rapporti sentimentali. Sono rapporti intimi. Io, personalmente, ne ho avuti sei”. Insomma solo sesso, amore niente.

V. P., altro caporalmaggiore istruttore, ha dichiarato di sapere bene che in caserma si consumavano rapporti fisici senza implicazioni sentimentali. “Non è inusuale che all’interno della caserma tra istruttori e allieve nascano rapporti intimi. A me è capitato con qualche allieva e mi vedevo con loro all’Hotel Ariston”, ha detto.

L. D., altro istruttore, ha dato qualche numero: “C’è un istruttore per ogni squadra. Un uomo per 10-20 donne ogni tre mesi. Che significa tra le 40 e le 80 l’anno”. Insomma, per i maschietti addetti alla formazione un vero lupanare, con annesso ricambio stagionale della ‘merce’.

Quale sia la coscienza civile di personale allevato in queste condizioni è un fatto che non riguarda l’inchiesta sull’omicidio di Melania Rea, ma se la prassi in uso alla ‘Clementi’ fosse comune ad altre caserme italiane ci sarebbe da sciogliere le forze armate e ricominciare daccapo. D’altra parte l’Italia è governata dall’uomo del Bunga-Bunga ed allora non si vede il perchè se il capo si concede la ‘Papi girl’ i sottoposti debbano comportarsi diversamente e seguire l’imperativo morale che impedisce in modo rigoroso a qualsiasi ‘formatore’ di intrattenere rapporti di qualunque tipo con i propri allievi.

Sgombrato il campo da eventuali sospetti di ‘simpatia’ per il presunto omicida, è interessante osservare alcuni dei motivi che hanno convinto gli inquirenti ad accusarlo.

L’accusa ritiene che Parolisi abbia attirato la moglie nel bosco poi diventata la scena primaria del crimine. Non si sa se con l’intenzione di ucciderla. I magistrati hanno scritto che “Melania insomma è stata uccisa “all’improvviso”, da dietro con un iniziale “gruppo” di colpi lesivi costituiti dal tentativo di “sgozzamento” (ferite al collo) e dai colpi di coltello inferti alle spalle dall’alto verso il basso e da quello – profondo – alla schiena; quindi da un secondo gruppo di lesioni inferte col medesimo coltello frontalmente, alcune delle quali con la donna già in fase di agonia (cfr. colpo frontale profondo al fegato); Melania non ha avuto tempo e modo di lottare e difendersi attivamente”.

Tuttavia, “con l’eventuale concorso di altra persona allo stato non identificata, tornava sul posto e infieriva sul cadavere con un oggetto a punta smussa”.

Ora, un uomo addestrato a uccidere decide di assassinare la moglie portandosi dietro la figlioletta. Lascia la bimba in macchina, illude la vittima inducendola a far l’amore in un campo, la aggredisce di spalle e sferra colpi a casaccio. Tanto confusi che “la morte è intervenuta dopo un periodo agonico di alcune decine di minuti”. Poi se ne va senza neppure aspettare il decesso della vittima “potenzialmente anche in assenza dell’assassino che abbandonava il posto con Melania agonizzante”.

E’ vero che nella caserma Clementi forse il sesso era più praticato dell’addestramento, ma un istruttore così maldestro e soprattutto non professionale sarebbe davvero un caso da studiare.

Per altro, secondo gli inquirenti, “le lesioni post-mortali sono state inferte da uno strumento da punta, diverso da quello da punta e taglio che ha prodotto le lesioni vitali”. Parolisi, insomma, dopo aver ‘eliminato’ la moglie è scappato dal luogo del delitto, è tornato nel mondo civile ed ha cominciato a costruirsi un alibi. Poi, il giorno dopo, è tornato nel bosco e con un’altra arma ha ‘depistato’ le future indagini mutilando il corpo di Melania. O ha ‘inviato’ qualcuno (non identificato) per svolgere l’operazione.

Secondo l’autopsia, inoltre, “Melania non ha avuto tempo di piangere (trucco intatto); ed è stata uccisa mentre aveva i pantaloni, collant e mutandine abbassati e presumibilmente “volontariamente” abbassati (collant integri seppur leggeri e privi di smagliature o strappi).

Gli investigatori hanno fatto un certosino ed encomiabile lavoro di analisi delle utenze telefoniche, di decodifica delle conversazioni captate con intercettazioni ambientali, ma hanno anche elaborato teorie singolari come questa:

“Parolisi sostiene che Carmela si allontanava dicendo che doveva andare in bagno dirigendosi verso il Chiosco Ranelli e quindi per andare al bar il Cacciatore piuttosto che nei bagni pubblici esterni al chiosco del Ranelli e gli chiedeva di portargli un caffè ricevendo risposta positiva ( cfr. la denuncia di scomparsa presentata dal Parolisi e le sue successive dichiarazioni ) ma: .. Melania non doveva andare in bagno: appare già in sé poco credibile l’allontanamento della moglie “per andare in bagno” considerando che la donna era da pochi minuti uscita da casa e che molto plausibilmente era andata in bagno prima di uscire (al riguardo una doppia considerazione: a) se – come riferito dal marito – Carmela Rea non gradiva recarsi nei servizi igienici dei locali pubblici appare credibile che sia andata in bagno prima di uscire ; b) tale dato è confermato circostanzialmente dalla mamma di Carmela Vittoria Garofalo che quando telefona alla figlia alle ore 13.36 riceve prima risposta dal Parolisi che gli dice che Melania è in bagno – cfr. dichiarazioni rese da Garofalo Vittoria il 27.4.2011 ; c) ulteriore e oggettiva conferma è data dai risultati autoptici che rilevano la vescica “vuota” (cfr. pg. 31 Relazione Definitiva Medico Legale depositata il 12.7.11 al paragrafo “Organi del Bacino”); tale rilievo, unitamente alle conclusioni sul momento della morte fanno fondatamente escludere che Melania poteva aver bisogno di andare in bagno intorno alle 14.40; d) infine appare poco credibile che una donna vada in bagno senza portare con sé una borsa o altro”. Il ‘mi scappa la pipì’, a prescindere dai fatti in questione potrebbe diventare un guaio serio se dovesse essere affrontato secondo questa logica.

La stampa, infine, ha rimarcato la presenza della firma dell’assassino sulla vittima, ovvero il dna di Parolisi nella bocca della povera Melania. Hanno scritto i periti a proposito: “… la ricerca di tracce biologiche sul corpo e sulle ferite, vitali e post-mortali,della vittima non ha consentito di rilevare profili genetici estranei oltre a quello del Parolisi, marito della vittima, le cui tracce biologiche sono state rinvenute nei tamponi della regione labiale e dell’arcata dentaria. Non è possibile definire la tipologia di contatto che ha permesso il depositarsi di elementi cellulari estranei sulle mucose della Rea, potendosi trattare di cellule delle mucose depositate con un bacio oppure di cellule cutanee da contatto ….. E’ ragionevole pertanto affermare che il contatto con il materiale del marito è avvenuto poco prima del decesso, o comunque dopo il pranzo, poiché in caso contrario numerosi atti, tra cui il passarsi la lingua sulle labbra, il bere o il mangiare, il deglutire, avrebbero dovuto eliminare cellule estranee dalla bocca della Rea.” (pg. 85 Relazione). Sugli esami di Genetica Forense si vedano le pp. 40 e segg. della Relazione in cui si da atto della attenta e ripetuta attività di ricerca e prelievo dei reperti su cadavere di Melania e delle successive analisi; come unico dna estraneo veniva rilevato un profilo misto, in parte di Melania e in parte di altra donna, nel materiale prelevato
sotto l’unghia dell’anulare”.

Anche un profano comprende bene che sulla ‘prova del dna’ sussistono numerose variabili che in nessun modo definiscono, al di là di ogni ragionevole dubbio’ la responsabilità del sospettato.

Gli inquirenti stessi, inconsapevolmente, sembrano contraddirsi. Hanno così spiegato il movente del delitto.

“In questo ambito può essere attendibilmente trovato il movente dell’omicidio. Una situazione senza uscita venutasi a creare e a convergere proprio in quei giorni: la promessa “forte” a Ludovica che ormai la separazione con Melania era cosa fatta e che già il 23 aprile (se non il 21) sarebbe andato ad Amalfi a trovarla e a presentarsi ai suoi genitori che nel frattempo avevano già prenotato una stanza in albergo e lo aspettavano; le pressioni stringenti di Ludovica che ormai “non ammettevano scuse o ragioni” (come da lei scritto in un messaggio FB il 3.4.2011 proprio con riferimento all’incontro ad Amalfi); il mancato rispetto della promessa avrebbe comportato la rottura del rapporto con Ludovica o comunque almeno una grave e forte crisi; la consapevolezza invece di non aver ancora detto e fatto nulla per la separazione (non ne aveva sicuramente mai parlato con i familiari di Melania, come invece detto e scritto a Ludovica); la necessità di doverlo fare e di non poter più rimandare la cosa; l’aver infine parlato della cosa con Melania proprio il 18 aprile, e la reazione di costei, che già sulla storia di Ludovica si era arrabbiata, era stata dura e aveva perdonato(il possibile lancio dell’anello di fidanzamento durante la lite: anello rinvenuto sfilato sul luogo del delitto); la rabbia e la reazione incontrollata di lui e l’omcidio.

E va comunque anche valutata e approfondita la possibilità di una azione violenta omicidiaria improvvisa, non preceduta da uno specifico litigio, ma
determinata dalla sedimentazione della inconciliabilità tra storia con Ludovica e il perdurare del rapporto matrimoniale, azione omicidiaria innescata quindi dall’approssimarsi di giorni –21/23 aprile- in cui avrebbe dovuto manifestare a Melania le proprie scelte e dalla difficoltà/impossibilità di far accettare a Melania la separazione: le modalità dell’omicidio –azione improvvisa da dietro con la vittima che aveva pantaloni, collant e mutandine scese- presumibilmente “volontariamente scese”- fanno considerare seriamente un tale scenario; e anche ad un omicidio durante un momento di intimità con la moglie- si consideri anche la presenza del dna di Salvatore Parolisi nella regione labiale e sugli elementi dentari di Melania (suggestivi anche per un bacio) presenza da riferirsi a ad un “contatto” avvenuto poco prima del decesso o comunque dopo il pranzo (cfr. Relazione medico legale pg. 85 e 40-59); questi elementi inoltre potrebbero anche non far escludere una premeditazione –si consideri anche il coltello a portata di mano- che andrà verificata in una prospettiva di approfondimenti investigativi) comunque sono in corso approfondimenti in relazione a tutti gli aspetti della vicenda – vari accertamenti tecnici tutt’ora in fase di esecuzione e completamento”.

In sintesi, un delitto “improvviso”, ma forse “premeditato”, dovuto ad una relazione extraconiugale che sembra essere per gli istruttori della caserma una normale procedura di ‘addestramento’ delle reclute donne.

Garlasco, Perugia, Cogne, Avetrana ed altri casi di cronaca nera non sembrano aver insegnato agli inquirenti che senza confessione, arma del delitto o prove ineccepibili si rischia l’errore giudiziario. E Amanda Knox e Raffaele Sollecito ne sanno qualcosa, in carcere da anni a causa di ‘prove’ che si sono poi rivelate inconsistenti.

Si spera che l’antipatico e maschilista caporal maggiore istruttore Parolisi non debba aggiungersi alla già troppo lunga lista dei delitti risolti nel dubbio. E si spera anche che almeno alla caserma ‘Clementi’ finisca il presunto bunga bunga delle allieve. Non per il buon nome delle Forze armate, ma per la dignità delle donne.

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Commenti (3) »

  • mario007 ha detto:

    ti pareva se non iniziavano gli articolini ‘pipe mentali innocentisti’. Che italia del cavolo, per questo tanti casi irrisolti. Gli inquirente hanno fatto un lavoro articolato, pieno di indizi ma gli imbecilli vogliono il video in diretta del crimene, caso contrario iniziano a fare pipe mentali. Guardate che non vengono dal pianeta marte fantasmi a uccidere, eh?
    italia e’ pieno di poveracci senza pensiero concreto e razionale, solo per questo le vittime non trovano mai giustizia. MI auguro sia l’eccezione e questo verme criminale finisca all’ergastolo.

  • redazione (author) ha detto:

    In un Paese imbarbarito la barbarie è di casa. Un’ovvietà per dire al nostro lettore alcune o cose semplici. Per la nostra civiltà giuridica un cittadino è innocente fino alla conclusione del suo iter processuale. Gli “imbecilli” come noi, inoltre, ritengono che le prove debbano dimmostrare al di là di ogni ragionevole dubbio la colpevolezza di qualcuno. E non in televisione, ma nelle aule giudiziarie. Noi “poveracci senza pensiero concretoe razionale” quindi riteniamo che le ‘vittime’ abbiano diritto alla giustizia e non ad un colpevole qualsiasi. In sintesi, caro Mario007, non si tratta di un duello tra innocentisti e colpevolisti, ma dell’affermazione di principi essenziali di democrazia. Inutili per Lei, che senza neppure un dubbio ha già emesso la sentenza. D’altra parte qualcuno eleggerà Berlusconi e Bossi, per cui di che possiamo lamentarci?

  • Luigi Corvaglia ha detto:

    Sono unp psicologo, nonchè collaboratore della Cattedra di Criminologia a Lecce. Mi complimento con l’autore. Le stesse riflessioni sull’inconciliabilità dell’omicidio d’impeto e del rapporto intimo e dell’”improvvisa premeditazione” le ho espresse io in vari consessi. Ad ogni modo, per chi fosse interessato, sto scrivendo un articolo sulla “riforma del pensiero” nell’ambito militare partendo proprio dalla avvilente descrizione di ciò che avviene alla Clementi di ascoli.

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