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Costruire il ‘borgo solidale’: una sfida economica e sociale

Autore: . Data: lunedì, 25 luglio 2011Commenti (0)

Pubblichiamo un contributo di Matteo Trombin, operatore della cooperativa sociale ‘Utopia 2000′ di Bassiano (Latina). Il borgo laziale ospita ogni anno le ‘Notti dell’Utopia’, organizzate dalla stessa cooperativa, e si fregia appunto del titolo di ‘borgo solidale’.

L’utopia non è il sogno di un mondo perfetto, ma la critica costruttiva dello stato attuale. E’ utile spendere qualche parola sul significato della seconda parte della frase: nel mondo attuale le risorse disponibili sono in calo e, senza un coordinamento degli interventi, rischiano di essere distribuite in modo non equilibrato e dispersivo.

Ogni giorno si è costretti a fronteggiare situazioni sempre più imbarazzanti. L’Italia in particolar modo  ‒ parliamoci francamente ‒ è una nazione destinata a ruzzolare nel baratro se non coglierà le sfide poste dai tempi che corrono, e se non saprà sfruttarle con intelligenza e con spirito critico, ma soprattutto con lungimiranza.

Porsi obiettivi di autosufficienza e largamente replicabili ed esportabili non è utopistico stricto sensu. Ogni città o contrada, ogni campagna o metropoli può infatti avere un ruolo plurale e al contempo individuale nella costruzione di borghi solidali. E’ perciò doveroso a questo riguardo usare il termine ‘costruire’, perché appunto la creazione di un borgo solidale è un atto costruttivo: occorre rimboccarsi le maniche facendo gruppo, in un processo che porta ad un confronto positivo nei confronti delle realtà in cui ci si muove.

Ma cosa si intende parlando di ‘borgo solidale’? Se andiamo su Wikipedia non riusciamo a trovare la voce corrispondente; eppure da un po’ di tempo a questa parte se ne comincia a parlare come di una nuova prospettiva capace di rovesciare molti clichés del neocapitalismo attuale.
Varie associazioni cattoliche hanno portato alla ribalta questo tema e ad esse va dato il merito di averlo fatto. Tuttavia, sarebbe un po’ limitante ‘pensare’ il borgo solidale solo in prospettiva assistenzialistica, oltre che propositiva. Ciò su cui bisogna porre l’accento sono infatti gli investimenti, in risorse umane ed economiche. Partendo dal concetto lungimirante di ‘investimento’ è possibile ripensarlo in maniera sociale, eliminando dal discorso quella che è la deriva più grande dell’economia del 2000, cioè la speculazione.

La crisi economica che ci ha attraversato e che ancora, senza rendercene conto, ci attraversa era ed è dovuta ad una bolla speculativa che ci dà la misura della fallacia di questo modo di ‘guadagnare’ che consiste solo nell’accumulazione di denaro, il quale è un concetto ormai antico e stanco, perfino irrisorio nella sua banalità. Quel che dovrebbe interessare una società moderna veramente democratica è l’accessibilità per tutti alle risorse della Terra, senza che ciò intacchi il concetto di merito. Esistono cioè delle soglie, in basso e in alto, che non possono essere oltrepassate. Non si tratta più quindi solo di ‘accumulare’ ma di ‘ridistribuire’ tenendo però sempre in conto il merito dell’iniziativa individuale.

In una parola, la società deve muoversi in generale non più verso la tanto teorizzata crescita economica, che è risultato essere un parametro ambiguo e non proficuo, ma verso quella che Serge Latouche chiama décroissance o degrowth, cioè la ‘decrescita’, la quale altro non è che un termine creato da coloro che criticano aspramente la teoria della crescita per liberarci dagli schemi dell’economia classica che ci impediscono di proporre progetti alternativi per la politica del post-sviluppo (cito dall’articolo Why less would be so much more del 17 novembre 2004). In realtà, Latouche non è l’unico: si sta formando una ‘nouvelle vague’ nella filosofia economica, per cui il Pil non è visto in maniera positiva.

Un incremento del Pil infatti valuta l’aumento dei parametri materiali, che sono spesso frutto di un aumento di catastrofi, sia ambientali che umane. Un incidente stradale, ad esempio, mette in moto l’economia in quanto implica ambulanze, ospedali, ecc., insomma un indotto che porta all’accrescimento del Pil. Una nuova domanda tra le tante, rivolta al cittadino, dovrebbe quindi essere la seguente: preferisci prendere l’aereo per andare in vacanza con tuo figlio o che quest’ultimo non si ammali di cancro (causato per lo più da stress e inquinamento)?

Quello che si propugna cioè non è, per assurdo, la rinascita della ‘comune’ giacobina o della Cina di Mao, ma un modello di capitalismo più, come si suol dire, ‘sostenibile’. Il borgo solidale deve infatti diventare un orizzonte comune e condiviso, che possa allargarsi all’intera società verso un nuovo modus vivendi e riplasmare le dinamiche della società contemporanea verso un’equità non più solo auspicata ma fattiva.
Vediamo quindi quali possono essere i punti-cardine che rendono tale un borgo solidale: creare una rete di soggetti, istituzionali e non, per far fronte con tempestività, con interventi coordinati e con una comune strategia, alle situazioni di bisogno primario; sensibilizzare e coinvolgere il territorio rispetto al sociale mostrando anche i benefici che tale iniziativa apporta a livello di benessere sociale collettivo; proseguire nella rilevazione di nuovi bisogni emergenti e nella riflessione sulle possibili risposte, anche innovative o sperimentali, in modo tale che il Borgo possa diventare un ‘laboratorio delle idee’; creare un parco collaboratori interdisciplinare e qualificato che sia capace di affrontare nella pratica le sfide che un simile ambito pone.

Come si può, però, assurgere a modello replicabile e autosussistente? Ecco cos’ha di diverso un borgo solidale. Esso non aspetta che piova la manna dal cielo, cioè fondi che vengono elargiti e il cui buon uso dipende dalla moralità individuale di chi li gestisce. Un borgo solidale si autosostenta, crea, costruisce, elabora e produce un output spendibile. Esso è un po’ la riproposizione delle comunità monastiche medioevali in chiave moderna. Senza contare che, con le drastiche riduzioni di fondi che sempre più vengono applicate, la creazione di una realtà economicamente autonoma si rende non solo necessaria, ma anche vantaggiosa per gli abitanti del territorio in cui una cooperativa del genere si muove. Ed è proprio a questo stadio che potremo definire tale una cooperativa, perché essa opererà ed agirà di concerto con la realtà che la ospita, attivando un indotto che davvero possiamo definire ‘circolo virtuoso’.

Un’altra caratteristica è anche la varia provenienza delle risorse che compongono un fondo integrato: non solo i finanziamenti pubblici quindi, ma l’attivazione di variegate iniziative che consentano immediatezza della disponibilità economica, circolazione e, appunto, autonomia.

Ma come si può creare un indotto di questo tipo, coniugando le istanze del mercato e quelle del sociale? Attraverso le iniziative di raccolta prodotti, il fund raising, le sponsorizzazioni, le attività previste dallo statuto, ma pure attraverso la formazione scolastica e professionale degli utenti, nonché della integrazione di questi nelle realtà territoriali. Un mutuo scambio, insomma, tra cooperativa e territorio, che si muova verso la ricerca, la promozione e l’emancipazione economica.

In questo senso ‘Le Notti dell’Utopia’ organizzate a Bassiano (InviatoSpeciale ne ha già scritto nell’articolo leggibile qui) rappresentano una sintesi progettuale. economia cioè non solamente in senso meramente di cifre e incassi, che pure è necessario, ma puntare ad un modo di fare economia ‘immateriale’: questa è costituita ad esempio dalla promozione culturale, dal baratto (sia pratico che di idee), dal volontariato. E da qui è partita una campagna di informazione e sensibilizzazione sulla costituzione della rete al fine di coinvolgere il più possibile il territorio, soprattutto dal punto di vista commerciale ed imprenditoriale oltre che ‘immateriale’.

Matteo Trombin

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