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Roma città chiusa

Autore: . Data: giovedì, 30 giugno 2011Commenti (0)

Alberto Bonanni è stato picchiato senza pietà nella notte del 25 giugno in pieno centro. Ma non si tratta di un caso isolato. La capitale è ormai un luogo invivibile.

Nella sera tra sabato e domenica scorso il ragazzo aggredito aveva appena finito di suonare in un locale del quartiere Monti. Alberto era un musicista e con alcuni amici stava chiacchierando per strada quando un abitante della zona dalla finestra della propria casa ha cominciato a protestare.

La pratica della protesta è ormai una costante a Roma. Si protesta per il caldo, per la polvere, per il colore del cielo, per qualunque cosa. Il ‘protestatore’ cerca qualcuno verso il quale indirizzare la propria ira e comincia ad urlare, ad inveire, a minacciare.

Accade ovunque: al supermercato, sui mezzi (come a Roma si chiamano autobus e tram), nella metro, persino in qualche ascensore. I motivi scatenanti sono spesso inesistenti, quel che conta è prendersela con un altro. E se poi ci scappa un pugno, una coltellata o persino il morto poco importa. Non c’è neppure differenza tra se sessi: uomini e donne sono alla pari.

Al quartiere Monti, sabato scorso, un gruppetto di ‘protestatori’ quando ha sentito le prima urla ha pensato bene di darsi da fare: ha afferrato il povero giovane e lo ha ‘fatto nero’, come si usa dire da quelle parti.

Ma la scia di aggressioni, di picchiaggi, di violenze piccole e grandi ormai è infinita. Automobilisti aggrediti per nulla, passanti speronati sulle strisce, stranieri picchiati per sport, donne infastidite per ‘scherzo’, anziani offesi a volontà. E handicappati umiliati, omosessuali discriminati, poveri insultati, malati abbandonati sui marciapiedi. Sono il vivere quotidiano di una città che sta morendo.

Roma non esiste più,  la città meravigliosa da sempre è sparita. Quella del sarcasmo, delle trattorie a poche lire e delle ‘cofane’ di bucatini all’amatriciana, delle lunghe passeggiate notturne ed indimenticabili per scenari mozzafiato, tra i fori e sul Tevere, per l’isola Tiberina ed il ghetto. La città dei filetti di baccalà, dei fiori di zucca, dei carciofi e dei poeti squattrinati, dei cinematografari a spasso e delle puttane terribilmente sovrappeso di Tor di Quinto. E delle commesse eleganti, degli specialisti della lancia termica, degli impiegati affannati, dei cravattari, dei tassinari, dei borgatari dai soprannomi incredibili.

E neppure esiste più la città della speculazione del dopoguerra, dei quartieri orribili, dei palazzoni senza carattere, del cemento senz’anima e senza alberi, ma dove c’era sempre un bar degli amici, un biliardo, una bettola coi tavolini abusivi sul marciapiede ed un litro di bianco dei Castelli con contorno di carbonara abbondante che non si negava a nessuno.

Una capitale scomparsa in pochi anni, divorata dal caos e dall’incuria, dalla sporcizia, dalla burocrazia ossessiva, dalle strisce blu, dalla Ztl e dalle multe, dai branchi selvaggi di scooteroni, dalle macchine blu ministeriali con sirena e scorta, dal razzismo, dalla miseria, dalla disoccupazione.

E soprattutto dall’invadenza dei partiti che tutto ‘magnano’ senza ritegno. Da tempo è il prolificare delle mezze figure. Dagli autisti dei parlamentari ai consiglieri comunali, dai consiglieri di circoscrizione ai cugini dei portieri di altri consiglieri, quelli provinciali e regionali. E poi la pletora di senatori, onorevoli, sindacalisti, consulenti, collaboratori, portaborse, lobbisti veri e finti.

Un figlio disoccupato ed il sogno di un posto all’Atac, all’Acea, alla multiservizi, in qualche altro luogo misterioso. Il nipote della sora Maria, che ha fatto il militare col fratello del vigile notturno impegnato nel controllo del portone di quello che, “dice”, conosce la moglie del sindaco trasformato in un procacciatore di lavoro e miracoli. Ed i quartieri della cintura abbandonati a se stessi, i migranti che lottano per sopravvivere e gli italiani che li escludono. Ed alcuni cinesi di piazza Vittorio in Mercedes ed il poveraccio di Trento, ex malato di mente e senza casa famiglia, occupatissimo a parlar da solo con una panchina del giardino. Le mense dei disgraziati dove ormai si trovano anziani insegnanti o ex postini oppressi da affitti vampireschi, bollette cannibaliche, tariffe ingestibili.

Oggi, dopo il pestaggio selvaggio di Alberto Bonanni, alcuni se la prendono con Alemanno, protagonista di una campagna elettorale tutta centrata sulla sicurezza e contro ‘zingari’ e ‘stranieri’ e per l’ordine. Ma è una ingiustizia.

Perchè l’esponente del centro destra e la sua scombiccherata amministrazione hanno solo aggravato una situazione già difficile. Prima di lui altri guai aveva fatto Veltroni, mago della demagogia e principe del nulla, altro sindaco distratto per almeno tre dei quattro anni del suo secondo mandato.

Non è questione di destra o sinistra, di questo o di quello. E’ un problema che ormai riguarda tutti e per primi i romani. Ma i cittadini della città più famosa del mondo neppure se ne accorgono, afferrati da un mal di vivere che non offre scampo e neppure opportunità. E non ci sono più Sordi o Sonego, De Sica o Rossellini, Gassman o Monicelli (e tanti altri) a farli pensare.

Roberto Barbera

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