Italia: le conseguenze dell’arrembaggio degli incapaci
Il Centro studi di Confindustria ha scoperto che siamo in piena catastrofe. Ma ha dimenticato che la responsabilità è dei partiti e degli imprenditori nello stesso tempo. E di chi ha permesso a Berlusconi di affondare il bastimento.
Il rapporto sugli scenari industriali del Centro Studi di Confindustria è impietoso: “La produzione industriale italiana è quasi ferma ai livelli dell’estate 2010’, con un più 0,1 per cento di crescita media mensile da luglio 2010 a marzo 2011″.
Secondo i ricercatori “il Paese rimane ad alta vocazione industriale, ma spicca per la flessione dell’attività registrata nell’ultimo triennio (-17 per cento cumulato), doppia o tripla di quelle delle maggiori concorrenti (peggio ha fatto solo la Spagna)”.
I nostri imprenditori “devono essere tre volte più bravi degli altri”, sostiene Luca Paolazzi, direttore del Centro, per sopravvivere “in un contesto competitivo così carente”.
I motivi di questa debacle sono da addebitarsi al fatto che “l’industria italiana è rimasta schiacciata tra recessione violenta e ripresa lenta”. Mentre “non pare esserci piena coscienza nel Paese del ruolo cruciale giocato dalle attività manifatturiere nel generare reddito e occupazione, nell’essere il principale motore della crescita dell’intera economia”.
Con la crisi in Italia “l’attività industriale è diminuita relativamente di più rispetto a quanto osservato altrove, con l’unica eccezione del Giappone”. Dal picco massimo di aprile 2008 al minimo di marzo 2009 “la caduta è stata del 26,1 per cento”. Poi, “anche durante la ripresa nel corso dell’ultimo biennio si è assistito ad un graduale scollamento della performance italiana rispetto a quella delle altre maggiori economie”. La fase di recupero, secondo il rapporto del Centro, “avviata nel secondo trimestre del 2009 si è intensificata nel primo trimestre del 2010 e ha poi frenato in Italia, evidenziando una graduale divergenza che si è ampliata a partire dall’autunno del 2010″. Intanto, “la Germania ha colmato gran parte della caduta”, aveva perso poco meno dell’Italia (-23,5 per cento) ed a marzo 2011 aveva ridotto la flessione al 4,2, “grazie ad un tasso di crescita medio mensile annualizzato del 12,8 contro il 5,5 dell’Italia”, hanno insistito i ricercatori.
Adesso il nostro Paese, per forza industriale, è sceso “dalla quinta alla settima posizione, superato da India e Corea del Sud, avendo perduto 1,1 punti di quota”, ha informato sempre la ricerca di Confindustria. Che ha aggiunto: con una quota del 3,4 per cento della produzione manifatturiera globale, l’Italia “è ora a solo due incollature sopra il Brasile, che viaggia ad una velocità molto più sostenuta”.
Ma i numeri, già drammatici, non dicono tutto. Da almeno dieci anni il Paese è immobile, incapace di procedere verso una modernizzazione che lo renda capace di reggere la sfida col mondo globalizzato. Mentre i partiti sono diventati una casta che pretende di sovrintendere su tutto la ricerca è quasi del tutto scomparsa dalle università e dal sistema produttivo.
L’Italia, che è stato un leader mondiale nei campi dell’elettronica, della chimica, del metalmeccanico, della ricerca in agricoltura (per citare solo alcuni settori), oggi è in panne. Telecomunicazioni, grande industria alimentare, larga distribuzione, sono in mano ad azionisti stranieri, mentre la qualità del prodotto nazionale è scesa drasticamente.
Industriali e partiti hanno prodotto una ‘classe dirigente’ mediocre, assolutamente imparagonabile con chi nel dopoguerra ha ricostruito un Paese distrutto. Lottizzazione, clientelismo, nepotismo e corruzione hanno devastato il tessuto sociale, imponendo comportamenti e costumi del tutto inadeguati.
Insomma, Confindustria dovrebbe comprendere di rappresentare dei corresponsabili. Ma forse è chiedere troppo.


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