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Gli imbecilli della Val di Susa

Autore: . Data: martedì, 28 giugno 2011Commenti (0)

I contestatori dell’alta velocità attaccati ieri dalla polizia sono in gran parte esponenti di micro organizzazioni ‘antagoniste’, frange del tutto estranee ai movimenti democratici ed ambientalisti. E responsabili di una battaglia sciocca e medioevale.

Marco Imarisio ha scritto sul ‘Corriere della Sera’: “Molti No Tav indossano i caschi. Via dell’Avanà, la strada principale, è diventata un percorso a ostacoli con barricate di massi, pali di legno e acciaio, filo spinato. Dietro, a ogni barricata, decine di persone. Quasi tutti militanti dei centri sociali del Nord, che da ieri notte sono giunti al presidio. Sul piazzale non ci sono più abitanti della Valsusa”.

Bisogna partire da questa notizia per capire la giornata di ieri, che ha visto le forze di polizia imporre l’apertura dei cantieri per la realizzazione della parte italiana della linea ad alta velocità che dovrebbe collegare Torino a Lione, in Francia.

La battaglia è stata ingaggiata per non perdere i 671 milioni di contributi europei necessari a completare l’opera e che sarebbero stati cancellati in gran parte se entro il 30 giugno i lavori non partiranno.

L’inviato del quotidiano milanese ha aggiunto: “Ma sono attori non protagonisti. All’alba, o quando sarà il momento, toccherà alle truppe di complemento. Ai torinesi, come li chiamano qui. Militanti dei centri sociali, di estrazione autonoma o anarchica, saldati per una volta nella protesta dura contro l’Alta velocità. “Siamo come due treni che corrono in direzioni opposte sullo stesso binario” sospirano rassegnati gli ispettori che dovranno guidare le pattuglie. Lassù nella ‘repubblica’ di Chiomonte lo scontro fisico non è una eventualità. È una speranza”.

E Imarisio ha insistito citando Lele Rizzo, portavoce del centro sociale Askatasuna: “Sarà una battaglia. E potremo anche perderla, non è questa la cosa importante. Quel che conta è riattivare la mobilitazione permanente della Valle di Susa, anche dopo la notte degli scontri, che potrà fare la storia”.

“Alberto Perino, bancario di Condove in pensione, militante No Tav da vent’anni, gli ultimi cinque dei quali trascorsi in un crescendo di estremizzazione. Mentre molti paesi della valle mediavano con l’Osservatorio nato proprio per fare questo, lui predicava in senso contrario”, ha riportato il ‘Corriere’, e ha detto da parte sua: “Arriveranno con i manganelli e ci picchieranno, come sempre. Il nostro sacrificio aprirà la strada alla lotta No Tav delle nuove generazioni”.

Intanto un gruppo di esponenti della società civile ha diffuso l’appello ‘Fermatevi!’.

Paolo Beni, Marcello Cini, Luigi Ciotti, Beppe Giulietti, Maurizio Landini, Alberto Lucarelli, Ugo Mattei, Luca Mercalli, Giovanni Palombarini, Valentino Parlato, Livio Pepino, Carlo Petrini, Rita Sanlorenzo, Giuseppe Sergi, Alex Zanotelli hanno sostenuto: “I referendum del 12 e 13 giugno hanno cambiato lo scenario politico ponendo al centro dell’attenzione pubblica i beni comuni e il bene comune. Di fronte a noi – ai milioni di donne e uomini che hanno contribuito al successo referendario – sta ora l’obiettivo di costruire una agenda politica in grado di mettere in campo un nuovo progetto di società, di sviluppo e di partecipazione democratica. Di questa prospettiva c’è oggi un banco di prova non eludibile: lo scontro tra istituzioni e popolazione locale sull’inizio dei lavori di costruzione, in Val Susa, di un cunicolo esplorativo in funzione preparatoria del tunnel di 54 km per la progettata linea ferroviaria ad alta capacità Torino-Lione. Per superare la situazione di stallo determinata da tale scontro si prospetta un intervento di polizia (o addirittura militare) che rimuova le resistenze in atto. Sarebbe una soluzione sbagliata e controproducente. Ci possono essere opinioni diverse sulla necessità di potenziare il trasporto ferroviario nell’area e sulle relative modalità ma una cosa è certa. La costruzione della linea ad alta capacità Torino-Lione (e delle opere ad essa funzionali) non è una questione (solo) locale e l’opposizione delle popolazioni interessate non è un semplice problema di ordine pubblico. Si tratta, al contrario, di questioni fondamentali che riguardano il nostro modello di sviluppo e la partecipazione democratica ai processi decisionali”.

Gli estensori del documento hanno concluso: “Per questo, unendoci ai diversi appelli che si moltiplicano nel Paese, chiediamo alla politica e alle istituzioni un gesto di razionalità: si sospenda l’inizio dei lavori e si apra un ampio confronto nazionale (sino ad oggi eluso) su opportunità, praticabilità e costi dell’opera e sulle eventuali alternative. In un momento di grave crisi economica e di rinnovata attenzione ai beni comuni riesaminare senza preconcetti decisioni assunte venti anni fa è segno non di debolezza ma di responsabilità e di intelligenza politica”.

C’è stato un tempo in cui parte della sinistra italiana riteneva ‘nocivi’ i forni a microonde, ‘immorali’ i telefonini e ‘strumenti del capitalismo’ i computer. La questione dell’alta velocità in Val di Susa si discute da anni, ma senza mai arrivare ad una conclusione.

Gli aspetti primari della questione, ovvero la salvaguardia della salute dei cittadini di quell’area del Paese, la protezione dell’ambiente ed il rischio di speculazioni dei soliti noti, non sono complessi da decifrare. Così come è relativamente facile decidere se l’opera in questione produrrà danni o no, genererà vantaggi o no.

Tuttavia, nel nostro Paese l’invadenza della ‘politica’ (leggi interessi di alcuni gruppi organizzati) nelle cose della vita innesta processi sempre più immobilizzanti. E nulla, di fronte allo scontro finale tra gang contrapposte, porta a soluzioni ragionevoli.

Nel caso della Val di Susa il ‘militarismo’ del centro destra e di alcuni ‘militanti No Tav’ ha generato gli scontri. Infatti agli inviti alla ‘resistenza’ fatti per ‘impedire i lavori’ si sono affiancati gli applausi dei celtico-padani della Lega, non di rado sostenitori di atteggiamenti razzisti e xenofobi, a sostegno del ministro degli Interni Maroni: “Abbiamo visto come si può far rispettare la legge con la giusta fermezza”. “Un plauso – ha aggiunto il capogruppo del carroccio nel Consiglio regionale del Piemonte, Mario Carossa – va alle forze dell’ordine che hanno saputo, con un’azione tempestiva e ben coordinata, infrangere il presidio di chi invece cercava solo lo scontro e magari sperava anche di essere malmenato per diventare un martire e poter finire sulle prime pagine dei giornali”.

Secondo alcune ipotesi il cantiere del quale si impone l’apertura non sarebbe indispensabile per la realizzazione dell’opera, ma la sua attività sarebbe utile per il solo ottenimento dei fondi europei.

Ma la battaglia tra ‘antagonisti’ e polizia ha avuto il merito nascondere la questione. Ed anche di più: è tutto trasparente nella realizzazione della Tav in Val di Susa?

Come in passato è avvenuto per decine di opere pubbliche la ‘lotta epica’ non ha chiarisce i termini ‘tecnici’ delle faccende e fa prevalere gli ideologismi medioevali ai dati concreti ed incontrovertibili.

La questione della Val di Susa descrive bene la palude italiana: un luogo nel quale non si riesce a costruire, ma dove neppure si è in grado di demolire. Mentre, è bene ricordarlo, il Paese si avvia verso una manovra finanziaria che minerà probabilmente per molti anni le radici democratiche e le poche tutele sociali ancora in piedi.

Anche tra i Caterpillar dell’alta velocità si annida la crisi della Repubblica e la separazione sempre più profonda tra le aspettative dei cittadini e le azioni sconsiderate di partiti e movimenti. Un bel guaio da risolvere.

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