Pisapia e la Milano colorata di arancione speranza
Con la speranza propria di molti uomini della Resistenza, il neo presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia (avvocato e milanese doc) ha incantato ieri sera piazza Duomo, gremita di giovani esultanti per la vittoria di Giuliano Pisapia, ricostruendo il filo rosso (o forse arancione) tra gli ultimi eventi fino al risultato elettorale di ieri dopo il ballottaggio: “Avevamo capito che il vento stava cambiando – ha spiegato dal palco – già dopo la manifestazione delle donne del 13 febbraio, e poi al 25 aprile nonostante la pioggia, e ancora allo sciopero generale della Cgil il 6 maggio… oggi raccogliamo i frutti di quel percorso”.
In realtà l’analisi del partigiano-giurista (nonché presidente della commissione Lavoro del Senato nei primi anni 90) sembra venata di ottimismo, ascoltata col senno di poi. Perchè la vittoria di Giuliano Pisapia nella roccaforte del berlusconismo pareva comunque improbabile nonostante l’oggettiva debolezza dell’avversaria, una Letizia Moratti che era riuscita a dilapidare la dote ‘naturale’ di cui dispongono i sindaci uscenti al momento di correre per il secondo mandato. Le polemiche attorno al suo nome e alla presunta inadeguatezza del suo governo locale avevano infatti minato all’origine l’efficacia della ricandidatura; senonché, alla luce della sconfitta alle primarie del candidato piddino ‘moderato’ Stefano Boeri a vantaggio dell’avvocato ‘marchiato’ Rifondazione, il Pdl decise di presentare ugualmente l’ex ministra, immaginando una campagna elettorale livorosa e anticomunista, come da copione recitato negli ultimi quindici anni.
La straordinaria novità politica di questi giorni risiede proprio nella risposta dell’elettorato ‘nordista’ a quel richiamo tipicamente berlusconiano: un sonoro sberleffo, con la precisa volontà di premiare gli avversari respingendo al mittente le ‘sirene’ che hanno influenzato il decorso della politica italiana tra un processo ed una legge ad personam.
Interessante, a questo riguardo, l’analisi proposta ieri sera da Paolo Limonta e don Virginio Colmegna (intervenuti all’Infedele di Gad Lerner), il primo maestro elementare a capo dei comitati pro Pisapia (e con una storia di sinistra movimentista alle spalle), il secondo responsabile della Casa della carità della diocesi milanese. Entrambi, dalle rispettive sponde, hanno evidenziato la spinta ‘dal basso’ operata dall’associazionismo milanese laico e cattolico, vero motore del ‘cambiamento’. Come se un desiderio di partecipazione covato sotto la cenere per oltre un decennio fosse esploso in questa campagna elettorale colorata di arancione.
Dunque, per quanto contraddittorio possa sembrare, il volontariato sociale (testimoniato ad esempio dalle maestre, dagli scout e dalla comunità religiosa dei padri somaschi assieme intervenuti ripetutamente contro gli sgomberi delle comunità romanì pretesi dalla giunta uscente) si è saldato con il disimpegno proprio del cittadino esasperato dall’inconcludenza e dall’utilizzo privato della cosa pubblica: se il disagio figlio della disillusione ha penalizzato fortemente i candidati berlusconiani (e non soltanto a Milano), il rinnovato protagonismo di molti giovani impegnati socialmente e devastati dalla precarietà strutturale che attanaglia le loro vite ha fatto il resto.
Così, alla fine, la festa liberatoria ha colorato piazza Duomo e la sorridente marea arancione ha ridisegnato una città che pareva condannata alla sindrome della ‘Milano da bere’, nonostante i calici siano vuoti da tempo immemore.
Paolo Repetto


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