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La crisi e il mezzogiorno alla deriva

Autore: . Data: giovedì, 19 maggio 2011Commenti (0)

Non c’è Governo che si sia succeduto nella Repubblica italiana che non abbia messo all’apice dei propri intendimenti lo sviluppo del mezzogiorno. Tutti, via via hanno sempre sostenuto l’urgenza di precisi interventi volti alla realizzazione di infrastrutture, per aumentare l’occupazione, incentivi a sostegno alle attività produttive, contrasto alla criminalità organizzata, al fine di rimuovere tutti gli ostacoli. Oltre le parole, i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Se teniamo in debito conto tutte le risorse, che nel tempo sono state destinate al Sud, dalla Cassa del mezzogiorno ai fondi comunitari, potremmo affermare che il divario tra il mezzogiorno e il resto del Paese non è diminuito. Oggi, parlare solo della necessità di un processo di convergenza, con i rischi che incombono con la riforma del federalismo fiscale, non affrontando correttamente le tante questioni aperte, pone il serio rischio di far aumentare la separatezza, confermando un obiettivo di fondo sempre uguale: quello di ‘non liberare dal bisogno’ il mezzogiorno.

Nello specifico poi della regione Sicilia, va tenuto conto anche dell’arretratezza legata alla ‘felice intuizione’ dell’autonomia siciliana, tante volte una vera occasione sprecata e fonte di doppi danni se riferita al ritardo registrato nel recepire quanto legiferato per il resto del Paese e al fallimento quando la legislazione è stata indirizzata non ai bisogni reali ma verso un’economia precostituita ad hoc, ingenerando spesso essa stessa una legalità debole e una distorsione del mercato.

Una legalità debole che induce ad andare altrove anche chi potrebbe e vorrebbe fare impresa al sud; una legalità debole che influenza la convivenza civile, determinata anche dalle carenti prestazioni della pubblica amministrazione sia in termini di controllo del rispetto di obblighi previdenziali di sicurezza, fiscali, che di repressione dell’illegalità diffusa nell’edilizia, ambiente etc.

Tuttavia, non si può far prevalere un atteggiamento vittimistico, a cui spesso nella storia del mezzogiorno nei 150 anni dall’unità d’Italia ci si è abbandonati fornendo anche una risposta per i tanti fallimenti del passato, laddove si è rimasti in attesa di soluzioni messianiche.

Al contrario, interrogarsi sul permanere delle carenze, sulle numerose disfunzioni dell’organizzazione sociale, sulle responsabilità delle scelte infelici operate nel tempo, deve servire per contrastare efficacemente la pervasività del clima d’impotenza e pretendere di scegliere con consapevolezza le priorità gli interventi che non possono essere generalizzati. Una profonda conoscenza della realtà e dei bisogni, appunto, è necessaria per far prevalere gli interessi veri con la realizzazione di opere pubbliche necessarie e non d’insostenibilità sociale economica ed ambientale con enorme spreco di risorse pubbliche come quella del Ponte sullo stretto.

Inoltre, come correttamente indicato dagli orientamenti comunitari, è sul territorio che bisogna intervenire, dove si scaricano i costi delle nuove povertà, del lavoro salariato dei pensionati con redditi al limite della sopravvivenza, dell’esclusione del mondo del lavoro delle fasce più deboli: giovani, donne, immigrati.

Le città sono il centro dei percorsi di sviluppo. Si tratta di attuare una ricetta semplicissima: dare risposte ai bisogni delle persone con una riqualificazione delle politiche urbane volte a favorire occupazione e crescita insieme agli obiettivi sociali ed ambientali. Così facendo è possibile alimentare il rilancio delle economie delle regioni, del sistema-paese.

Ad oggi, a distanza di due anni dal decollo della programmazione 2007/2013, mentre ancora ci s’interroga sui ritardi e sugli  sprechi di ‘Agenda 2000′, accanto alle delusioni di ieri, la governance delle scelte, ampliata oltremodo per interessi di parte e con l’obiettivo di depotenziare le parti sociali, rischia di  non  ‘fare sistema’, scegliendo le effettive priorità ed evitando doppioni e sprechi. Per non perdere questo treno dobbiamo contaminare con la nostra denuncia e la nostra elaborazione tutti i luoghi di lavoro: sono necessari momenti di confronto sul territorio per  promuovere l’esercizio di una cittadinanza attiva. Una vera sfida da vincere affinché possa prevalere l’interesse della crescita complessiva di tutti.

Elvira Morana
Segretaria Cgil Sicilia

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