Beato Wojtyla, Romero può aspettare
Abbracci, lacrime e caos per la beatificazione di Karol Wojtyla, ieri mattina in piazza San Pietro a Roma: le stime del Vaticano riferiscono della presenza di circa un milione di persone. Mentre ‘Noi siamo chiesa’ invoca la canonizzazione dal ‘basso’ dell’arcivescovo salvadoregno trucidato nel 1980.
Non appena Benedetto XVI ha proclamato beato Giovanni Paolo II, è stato scoperto l’arazzo con l’effige del precedente pontefice, che campeggia sulla loggia delle benedizioni della basilica di San Pietro. Attorno, lunga tutta la colonna del Bernini, alcune fra le più belle foto del pontificato, fra cui spiccava quella dell’attentato compiuto 30 anni fa in questa stessa piazza.
“Sei anni fa, al suo funerale – ha spiegato Ratzinger – noi sentivamo aleggiare il profumo della sua santità . Per questo ho voluto, nel doveroso rispetto della normativa della Chiesa, che la beatificazione procedesse con discreta celerità . Ed ecco che il giorno atteso è arrivato, è arrivato presto, perché così è piaciuto al Signore: Giovanni Paolo II è beato!”.
Papa Wojtyla, ha aggiunto il suo successore, ha restituito al cristianesimo “quella speranza che era stata ceduta in qualche modo al marxismo e all’ideologia del progresso”. E alla fine dell’omelia ha aggiunto a braccio, con gli occhi al cielo e rivolgendosi al suo predecessore: “Santo Padre ci benedica”.
Molti dei pellegrini giunti a Roma non sono riusciti ad accedere in piazza, a causa dell’elevatissimo afflusso. I varchi di ingresso erano stati aperti addirittura alle due di notte e non sono mancati i malori, dovuti anche alla prima ondata di caldo.
Sul palco della autorità , presenti in prima fila il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e il capo del governo, Silvio Berlusconi, che ha passato in rassegna tutte le poltroncine per stringere la mano e salutare ad uno ad uno gli invitati: ottantotto le delegazioni straniere presenti.
Le celebrazioni avevano preso inizio sabato, quando dalle 20 alle 22.30 al Circo Massimo si è tenuta una veglia di preghiera per ricordare la vita del pontefice, termineranno oggi con la messa di ringraziamento celebrata dal cardinal Bertone. Come già ricordato, anche da InviatoSpeciale (nell’articolo leggibile qui), quella del pontefice polacco è stata la causa di beatificazione più veloce della storia della Chiesa, essendo giunta a compimento soltanto sei anni e un mese dopo la sua morte e il ‘beato Giovanni Paolo II’ si celebrerà ogni anno il 22 ottobre, data di inizio del pontificato di Wojtyla il cui culto liturgico verrà iscritto nei calendari della diocesi di Roma e in quelle della Polonia in attesa che diventi santo e dunque si passi al culto universale.
Va infine ricordato che la beatificazione ha suscitato anche critiche, benchè platealmente oscurate dall’evento mediatico-religioso. Da segnalare una lettera, diffusa dall’associazione di cattolici di base ‘Noi siamo chiesa’ alla vigilia della beatificazione, che invocava forse provocatoriamente (e comunque inascoltata) maggiore attenzione per un’altra causa di beatificazione (che procede invece assai a rilento) e che riguarda il compianto monsignor Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, ammazzato dagli squadroni della morte nel marzo 1980.
La missiva invitava tutti i credenti a celebrare ‘dal basso’ “la santificazione del martire san Oscar Romero il prossimo primo maggio. Essa è stata decisa dai popoli poveri dell’America latina e dai seguaci di Gesù nel mondo intero. Questa celebrazione deve incoraggiarci a capire più a fondo lo spirito del Vangelo; nello stesso tempo le chiese dei paesi del primo mondo sono spinte a riconsiderare il loro modo di pensare e di agire”.
Romero era in origine un vescovo conservatore, eletto dalla locale conferenza episcopale (assai divisa al suo interno) proprio perchè raffinato e discreto studioso e apparentemente lontano da qualunque velleità pastorale. Venne nominato arcivescovo di San Salvador nel 1977: “E’ in quel periodo – ricorda la lettera di ‘Noi siamo chiesa’ – che la persecuzione sanguinosa dei cristiani si scatenò nel Salvador e Romero dovette reagire in un certo modo. Le bare dei catechisti ammazzati, dei chierichetti e dei preti, e le lacrime versate sopra di essi, lo sconvolsero profondamente. Così, Oscar Romero si dimostrò sempre più, nella sua azione pastorale, un vescovo intrepido e intervenne in favore degli ultimi e di quelli che venivano torturati e perseguitati. Da quel momento si mise contro il regime politico del suo paese, contro il consigliere per la sicurezza del Presidente degli Stati Uniti e i potenti cardinali della curia romana”.
Nella primavera del 1979, il vescovo Romero non riuscì a farsi ascoltare da papa Giovanni Paolo II e lo affermò pubblicamente, dopo un’infruttuosa e drammatica visita in Vaticano. Wojtyla “non riusciva a capire il suo impegno e rifiutava di sostenere le sue attività . Romero espresse la sua grande delusione dicendo: ‘Non penso di tornare a Roma una seconda volta… il Papa non mi capisce’.
Giovanni Paolo II, ricordano i cattolici di base riuniti nell’associazione, “non si mostrò interessato né alla foto di un prete indiano che era stato ucciso da poco, né ai documenti che dimostravano la persecuzione dei cristiani da parte delle milizie delle classi dominanti. Invece il papa gli consigliò di trovare un accordo col governo del Salvador. San Romero d’America sapeva bene di essere in grande pericolo. Ma nessuno lo fermava nel denunciare le ingiustizie, nello scomunicare gli uomini politici del regime e di seguire Gesù di Nazareth, il cui insegnamento è quello di resistere alla violenza ma con metodi non violenti. Egli non chiudeva gli occhi davanti agli assassinii innumerevoli commessi per eliminare i cristiani. Un giorno, durante un’omelia, disse: ‘La vendetta è una scelta che noi rifiutiamo completamente. Preghiamo come Gesù: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno’.
San Oscar Romero, come lo definiscono ‘Noi siamo chiesa’ e moltissimi cattolici latinoamericani, “non esitò a difendere la dignità di ogni uomo con un coraggio fermissimo. Ai sicari a pagamento e ai soldati semplici reclutati dalla giunta militare egli indirizzò queste parole: ‘Colui che tortura un altro è un assassino… nessuno ha il diritto di aggredire un altro uomo, perché l’uomo è l’immagine di Dio’…”.
Un giorno prima del suo assassinio, invitò pubblicamente i soldati a rifiutarsi di obbedire agli ordini: “In nome di Dio e in nome di questo popolo sofferente – tuonò Romero – io vi imploro, io vi do questo ordine: Smettete di opprimere gli uomini!”. L’indomani un colpo di fucile sparato di un sicario lo freddò mentre celebrava la messa e morì sull’altare.
Ecco perché, si legge ancora nella lettera aperta, “la beatificazione di San Oscar Romero fatta dal popolo non è un atto arrogante. Sappiamo bene che è solo Dio che legge nel cuore dell’uomo, tanto che noi possiamo capire solo raramente le cose con i suoi occhi. Ma questa ‘beatificazione’, senza grandi spese da parte delle autorità ecclesiastiche per procedure costose, invia a tutti una buona notizia che vuole essere lo specchio dello Spirito di Dio: la vita del nostro fratello San Oscar Romero ci indica come avere coraggio come lui, se ci impegnamo a seguire il Vangelo di Gesù”.
L’ultima considerazione deghli estensori della missiva è ‘politica’ e riguarda le contraddizioni in seno al Vaticano: “Il ‘santo subito’ ritmato dalla folla nel giorno dei funerali è solo la facciata. La realtà è un lungo processo, culminato proprio con il pontificato di Giovanni Paolo II, che ridimensiona lo spirito del Concilio Vaticano II e fa indietreggiare la Chiesa. Un pontificato che, al di là delle celebrazioni apologetiche dei media, si caratterizza per la repressione della teologia della liberazione e i controversi rapporti con dittatori, in primis Pinochet; per il sostegno ai Legionari di Cristo e all’Opus Dei, le anime più reazionarie della Chiesa; per la copertura dello scandalo degli abusi sui minori, che esploderà solo con papa Benedetto XVI”.
E ancora, “il mancato controllo su manovre torbide in campo finanziario dell’Istituto Opere di Religione (lo Ior, la banca vaticana, ndr) e la riaffermata indisponibilità ad aprire un serio e reale dibattito sulla condizione della donna nella Chiesa”. Papa Wojtyla è stato interprete anche di altri aspetti, come ha ricordato proprio un teologo della liberazione, frei Betto, le cui condivisibili opinioni sulla complessità del precedente pontificato abbiamo ricordato su InviatoSpeciale (sempre qui). Senonchè le stesse contraddizioni avrebbero potuto certamente indurre le gerarchie ecclesiastiche a maggior cautela.
Paolo Repetto


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