Amnesty, l’Eni e il diritto alla salute. Violato
Si è svolto nel pomeriggio di ieri, in occasione dell’assemblea dei soci, il sit-in di Amnesty International davanti alla sede dell’Eni di Roma per chiedere alla principale società energetica italiana di bonificare le aree inquinate dall’estrazione di petrolio nel Delta del Niger, in Nigeria.
Attivisti dell’organizzazione per i diritti umani, insieme a quelli della Campagna per la riforma della Banca mondiale (Crbm), muniti di spazzoloni e depliant hanno tentato di coinvolgere nella loro battaglia gli azionisti della società petrolifera che opera in Nigeria attraverso la consociata Nigerian Agip Oil Company (Naoc).
Oltre il 60 per cento della popolazione che vive nel delta dipende esclusivamente dall’agricoltura per il proprio sostentamento. Per questo i pozzi e le attività estrattive con il loro carico di scorie mettono a repentaglio la vita di migliaia di persone aggredendo l’acqua e contaminando ambiente, prodotti della terra ed animali.
“L’inquinamento ambientale – hanno dichiarato i dirigenti di Amnesty International – è causa di violazioni del diritto alla salute e a un ambiente sano. Le persone colpite sono centinaia di migliaia, in particolare le più povere e coloro che dipendono dai mezzi di sussistenza tradizionali, come pesca e agricoltura”.
La compagnia italiana nega qualsiasi responsabilità nel degrado dell’area del delta e scrive della propria attività: “Ogni azione è caratterizzata dal forte impegno per lo sviluppo sostenibile: valorizzare le persone, contribuire allo sviluppo e al benessere delle comunità nelle quali opera, rispettare l’ambiente, investire nell’innovazione tecnica , perseguire l’efficienza energetica e mitigare i rischi del cambiamento climatico”.
Nell’area è aperto il conflitto tra governo centrale e compagnie petrolifere ed organizzazioni guerrigliere dai contorni spesso poco chiari. Nel più grande bacino estrattivo africano con l’Eni italiana operano Shell, Total, Chevron e Exxon Mobil e si allargano le mire cinesi.
Nonostante l’enorme redditività prodotta dal petrolio, il Paese africano rimane ostaggio della corruzione e di condizioni di vendita dell’oro nero tutte a vantaggio delle società straniere.
Davide Falcioni


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