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Rebibbia, carcere femminile: poliziotte penitenziarie in sciopero della fame

Autore: . Data: venerdì, 8 aprile 2011Commenti (0)

Ieri pomeriggio il segretario generale della Uil Pa Penitenziari, Eugenio Sarno, si è recato al carcere femminile di Rebibbia, a Roma, per testimoniare solidarietà e vicinanza al personale di polizia penitenziaria che da qualche giorno ha intrapreso lo sciopero della fame e del sonno, “una dura forma di protesta per sollecitare idonee risposte alla grave situazione determinatasi a causa del depauperamento degli organici da parte dell’Amministrazione penitenziaria”.

Lo si è appreso da una nota diffusa dallo stesso sindacato, che così prosegue:  “La situazione di Rebibbia Femminile ci era già ben nota, tanto da essere stata ripetutamente posta all’attenzione del Dipartimento. Anche dopo la visita dell’8 marzo scorso non avevamo mancato di riferire alle autorità dipartimentali la paralisi operativa e il sovraccarico di lavoro determinato dalla grave carenza organica, che si era determinata dopo i continui saccheggi del personale per dirottarlo dall’operatività della frontiera penitenziaria alle comode poltrone dei palazzi del potere”.

Le circa 100 agenti presenti “non possono garantire i servizi minimi essenziali se non attraverso turnazioni insostenibili. D’altronde sono circa 70 le agenti distaccate in altre sedi, la maggior parte negli uffici del Dap o del Provveditorato Regionale”.

Per quanto ci riguarda – ha continuato Sarno – noi saremo al fianco del personale di Rebibbia pronti ad offrire, qualora richiesto, un contributo per la soluzione mediata della vertenza”.

Perciò il sindacato ha annunciato per lunedì 11, dalle ore 12 alle ore 16, una assemblea generale e straordinaria con tutto il personale: “Occorrono risposte ed attenzione, non solo parole e promesse. Siamo seriamente preoccupati – ha concluso il sindacalista – per la tenuta psico fisica dei manifestanti. Lo sciopero della fame e lo sciopero del sonno sono forme di proteste estreme, benché pacifiche. Proprio  la determinazione e la durezza della protesta  dovrebbero portare il ministro Alfano ad interrogare la propria coscienza se non sia il caso di un suo diretto, quanto risolutivo, intervento”.

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