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Libia, i vescovi europei contro la guerra

Autore: . Data: lunedì, 4 aprile 2011Commenti (0)

“Le armi cedano lo spazio alla ragione e al dialogo”. Con questa ‘preghiera’ i vescovi europei si sono pronunciati in merito al prosieguo dei raid alleati sulla Libia, come si apprende dalla nota diffusa ieri dalla presidenza del Consiglio delle Conferenze episcopali europee. La dichiarazione sollecita “la salvaguardia dell’ordine legale e il rispetto della dignità di tutte le persone”.

La presa di posizione dei porporati fa seguito a quella dei vescovi della Conferenza episcopale delle Regioni del Nord dell’Africa (Cerna), che comprende Marocco, Algeria, Tunisia e Libia, che hanno diffuso il 28 marzo un comunicato attraverso il quale si sono chiaramente espressi contro la guerra in Libia (sulla scia del vescovo di Tripoli, monsignor Martinelli, che aveva denunciato la “violenza” delle bombe subito dopo la prima notte di raid) e chiesto una soluzione diplomatica al conflitto.

Attraverso l’agenzia Fides, i vescovi avevano esplicitato che “la guerra non risolve niente e, quando scoppia, è altrettanto incontrollabile quanto l’esplosione di un reattore nucleare. Inoltre, che lo vogliamo o no, la guerra nel Vicino Oriente, ed ora nel Maghreb, sarà sempre interpretata come ‘una crociata’. E questo avrà conseguenze inevitabili sulle relazioni conviviali che cristiani e musulmani hanno intrecciato e continuano a intrecciare nel quotidiano”, avevano sottolineato.

I vescovi avevano inoltre affermato che i Paesi in cui svolgono la loro missione affrontano processi di evoluzione storica, e “chiedono di trovare una soluzione degna e giusta per tutti, unendosi all’appello lanciato da Papa Benedetto XVI domenica 27 marzo”.

Riconoscendo che negli eventi recenti che hanno avuto luogo nei Paesi del Maghreb c’è “una rivendicazione legittima di libertà, di giustizia e di dignità, in particolare da parte delle giovani generazioni, che si traduce nella volontà di essere riconosciuti cittadini responsabili, aventi la possibilità di trovare un lavoro che permetta loro di vivere decentemente, escludendo ogni forma di corruzione e di clientelismo”.

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