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Legge Bossi-Fini, la bocciatura dell’Ue

Autore: . Data: venerdì, 29 aprile 2011Commenti (0)

La Corte di giustizia europea ha rispedito al mittente la norma che prevede il reato di clandestinità, e dunque l’arresto per gli immigrati irregolari, perché sarebbe in contrasto con la direttiva europea sui rimpatri.

“La direttiva sul rimpatrio dei migranti irregolari – si legge su una nota diffusa dalla stessa Corte di Strasburgo – osta ad una normativa nazionale che punisce con la reclusione il cittadino di un Paese terzo in soggiorno irregolare che non si sia conformato ad un ordine di lasciare il territorio nazionale”.

La contestazione riguarda specificamente quanto prevede la legge italiana in merito alle pene da 1 a 5 anni per lo straniero irregolare che resti in Italia nonostante un provvedimento di espulsione e un ordine di allontanamento del questore.

Prescrizione normativa in contrasto con la direttiva europea numero 15 del 2008, in vigore dal 24 dicembre 2010 e non ancora recepita in Italia, la quale prevede che lo straniero “non può essere privato della propria libertà personale” e che si “dovrebbe preferire il rimpatrio volontario a quello forzato, con la concessione di un termine per la partenza”.

La sentenza della Corte di giustizia specifica che “una sanzione penale quale quella prevista dalla legislazione italiana può compromettere la realizzazione dell’obiettivo di instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali”. Il giudice nazionale, incaricato di applicare le disposizioni del diritto dell’Unione e di assicurarne la piena efficacia, secondo i giudici europei, “dovrà quindi disapplicare ogni disposizione nazionale contraria al risultato della direttiva (segnatamente, la disposizione che prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni) e tenere conto del principio dell’applicazione retroattiva della pena più mite, il quale fa parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri”.

Il pronunciamento europeo non è astratto, ma si riferisce in particolare al caso di El Dridi, identificato come casus belli, “cittadino di un Paese terzo entrato illegalmente in Italia. Nei suoi confronti è stato emanato, nel 2004, un decreto di espulsione, sul cui fondamento è stato spiccato, nel 2010, un ordine di lasciare il territorio nazionale entro cinque giorni. Quest’ultimo provvedimento era motivato dalla mancanza di documenti di identificazione, dall’indisponibilità di un mezzo di trasporto nonché dall’impossibilità – per mancanza di posti – di ospitarlo in un centro di permanenza temporanea. Non essendosi conformato a tale ordine, il sig. El Dridi è stato condannato dal Tribunale di Trento ad un anno di reclusione”.

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