Il populismo del ceto politico e la democrazia a rischio
“Oggi è politicamente corretto il dileggio, l’aggressione verbale, la volgarità, la scurrilità”, annota sapientemente il giurista Gustavo Zagrebelsky nel pampleth “Sulla lingua del tempo presente”, pubblicato recentemente dalla casa editrice Einaudi.
Le invettive del Presidente del Consiglio contro gli insegnanti, i magistrati, la Costituzione e le dichiarazioni altisonanti di Bossi contro i “clandestini”, sono il compendio di quanto ci viene propinato quotidianamente dal ceto politico di governo.
Un ceto politico che certamente è stato eletto, rispecchiando però la mutazione antropologica che ha investito il nostro Paese dagli anni ’80, e che incontra nel dettato costituzionale un argine resistente, almeno per ora.
Da più parti si parla comunque di ‘dittatura della maggioranza’, come malsana espressione della cultura aziendalista che ha nel Pdl e nella Lega nord i suoi interpreti dichiarati. Secondo questa tesi gli interpreti di quel pensiero avrebbero bisogno di una magistratura assoggettata al potere dell’esecutivo per non avere intralci di sorta con la giustizia, lasciando proseguire indisturbato quell’affarismo che ha incrementato a dismisura la corruzione, come ci ha segnalato recentemente la Corte dei conti nella consueta relazione annuale.
Qui si insinua il populismo su scala europea ed internazionale, che alimenta le politiche volte a carpire il consenso proprio attraverso la propaganda razzista e sicuritaria: populismo portatore di una pedagogia negativa, poiché “tratta i cittadini comuni, non esperti di cose politiche – ha osservato Zagrebelsky – non come persone consapevoli ma sudditi, anzi come plebe”.
In questo quadro poco incoraggiante per le sorti della democrazia, purtroppo le forze di opposizione in Parlamento si dimostrano inadeguate rispetto alla durezza del conflitto in corso, poiché non avendo al centro dei loro programmi la difesa e la valorizzazione del lavoro – la vicenda Fiat è paradossalmente emblematica in questo senso -, e scontando un grave ritardo storico-politico nei confronti della tematica innovativa dei beni comuni, si limitano ad una difesa solo formale, ma insufficiente, della democrazia.
La quale necessiterebbe invece di essere innervata socialmente, di qui l’importanza delle iniziative ‘dal basso’, come ad esempio lo sciopero generale proclamato dalla Cgil per il 6 maggio, pena il progressivo svuotamento della democrazia stessa, per mano di quegli stessi populisti e della parte più retriva del sistema delle imprese.
Gian Marco Martignoni


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