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Hamas e un omicidio misterioso: polemiche sul caso-Arrigoni

Autore: . Data: mercoledì, 20 aprile 2011Commenti (0)

Come era purtroppo prevedibile, sul corpo di Vittorio Arrigoni – il militante filopalestinese ucciso a Gaza alcuni giorni fa in circostanze tuttora misteriose – si continua a giocare una partita senza esclusione di colpi, condita con retropensieri, strumentalizzazioni e ideologismi del tutto mal riposti.

InviatoSpeciale ha già espresso con la necessaria chiarezza la sua posizione (rimandiamo i lettori all’articolo visibile qui) su una vicenda dai contorni così torbidi da dover indurre chiunque alla massima attenzione, ripudiando possibilmente la dicotomia ‘amici-nemici’ tanto in voga in svariati ambienti superficialmente politicizzati e non proprio sereni nell’espressione dei giudizi.

Senonché il clima che si respira in merito alla terribile vicenda è tutt’altro che improntato alla cautela. E ne è la prova la vicenda che ha riguardato in questi giorni Roberto Malini, vicepresidente dell’associazione EveryOne, impegnata sul tema dei diritti umani e civili.

L’antefatto consiste nel breve articolo che Malini ha firmato per ‘Repubblica’ il 17 aprile, nel quale – citando imprecisate fonti locali – ha ritenuto come del tutto probabile il coinvolgimento di Hamas nell’omicidio di Vittorio Arrigoni. I due guerriglieri inizialmente ricercati, secondo le stesse fonti, farebbero parte dell’organizzazione armata palestinese benché il movimento islamico avesse cercato di attribuire il crimine ad una “cellula impazzita” e a due esponenti salafiti palestinesi (prontamente condannati a morte dalla stessa Hamas).

“Purtroppo, al di là della propaganda – ha denunciato Malini – a Gaza City circolano armi, droghe pesanti e tanto denaro, proveniente anche dai traffici di esseri umani. Abu Khaled, il trafficante che detiene i prigionieri eritrei a Rafah, è un militante di Hamas ed è un notabile nei Territori, tanto che controlla una rete di tunnel e rilascia interviste sui quotidiani britannici, a nome del Movimento di resistenza islamico”.

Secondo la tesi del dirigente di EveryOne, Arrigoni “viveva da tre anni a contatto con questi individui e sapeva tante cose; sicuramente rappresentava un pericolo per qualcuno ed era testimone scomodo di affari loschi, rapimenti, omicidi, torture, stupri, estorsioni. Noi di EveryOne Group vogliamo la verità e ci stiamo opponendo all’impiccagione subitanea dei presunti assassini, dei quali deve essere dimostrata la colpevolezza e devono essere chiariti i moventi”.

La successiva proposta avanzata da Malini, nel tentativo di comprendere a pieno lo svolgimento dei fatti, è la creazione di una commissione di inchiesta partecipata da Italia, Nazioni Unite e Autorità palestinese.

Ha lasciato perplessi, con tutta franchezza, la sicumera con cui il dirigente dell’associazione ha ‘sentenziato’ la colpevolezza di Hamas, tanto più che le fonti appaiono del tutto aleatorie e che spetterebbe alla commissione di inchiesta (dallo stesso Malini suggerita) fare piena luce sui fatti. Peraltro le novità di ieri addensano ulteriori nubi sull’accaduto e potrebbero contemporaneamente conferire ulteriore credibilità alle illazioni formulate in quell’articolo: nel corso di un blitz condotto da Hamas contro gli ultimi tre salafiti ricercati in seguito all’omicidio, un uomo è rimasto ucciso e si tratterebbe del giordano Abu Abdel Rahman Bereitz, a quanto pare suicidatosi per evitare la cattura. Si è appreso inoltre di un secondo morto, mentre il terzo ricercato sarebbe stato catturato vivo e identificato come Mohammad Salfiti. Insomma, si percepisce una certa ‘fretta’ nel voler chiudere il caso nel peggiore dei modi, come ipotizzato da InviatoSpeciale fin dall’inizio.

Fatto sta che l’intervento a mezzo stampa dell’operatore umanitario è stato ritenuto di per sé provocatorio da alcuni settori ‘no global’, a giudicare dalla sequela di attacchi via web piovuti sull’autore nei giorni scorsi. Riferisce la stessa EveryOne, in una nota, che “spulciando con pazienza certosina le molte pagine in rete che riguardano Malini, i suoi detrattori non hanno trovato nulla di più efficace che attaccarlo per il suo vecchio lavoro di pubblicitario, la sua presenza sui media, il suo lavoro di sceneggiatore per il cinema e la pubblicazione di articoli e studi dedicati a discipline di confine come l’ufologia o scienze come l’archeologia. Hanno sbandierato inoltre un messaggio di auguri che Roberto Malini scrisse nell’imminenza della nascita della piccola Martina, l’ultima figlia di Gianfranco Fini”.

Malini ha alle spalle alcune ricerche sulla Shoah e con EveryOne si è occupato spesso degli sgomberi delle popolazioni romanì dagli accampamenti abusivi. Va aggiunto che l’associazione viene accusata, su alcuni blog, di sovraesposizione mediatica cui non corrisponderebbe adeguata presenza sul campo. Comunque sia, Malini “è stato attaccato anche sul piano personale – ha spiegato ancora l’associazione – e un frequentatore del forum ‘Comedionchisciotte’ gli ha rivolto, senza ricevere moderazione, un’espressione antisemita: ‘Attenzione, è refrattario alle etichette, sulla canottiera le stacca sempre. Forse la stella gli dà fastidio’”.

Ha rincarato la dose, ieri, l’interessato: “Non è la prima volta che i noglobal italiani mi attaccano per le mie origini ebraiche e per il mio lavoro sull’Olocausto: nel sito ‘Indymedia’ sono stato oggetto negli anni scorsi di gravi insulti per le mie ricerche dedicate ad Anna Frank, ritenute da alcuni componenti del movimento di critica globale come un’invenzione degli ebrei. Il negazionismo e ideologie antisemite, che purtroppo sono assai diffuse nei Territori, da anni hanno contagiato certi ambienti vicini alle ideologie anarchiche, soprattutto in Italia. Così mi càpita di ricevere insulti e minacce sia da parte di neonazisti che da parte di noglobal”.

Vittorio Arrigoni “era di un altro stampo – obietta l’esponente di EveryOne – e non a caso si è avvicinato al nostro lavoro umanitario per salvare i prigionieri nel Sinai e denunciare le relazioni fra resistenti islamici e trafficanti. Ovviamente, mi sento orgoglioso delle mie origini ebraiche e ritengo la Stella di Davide, che gli aguzzini cucirono sugli abiti degli ebrei destinati alle deportazioni e alle camere a gas, un simbolo fondamentale per impegnarsi a tutela dei diritti umani nel mondo e ‘per non dimenticare’”.

Deliri antisemiti a parte, non estranei a settori dell’estrema sinistra italiana (come correttamente osservato dallo stesso Malini), l’autore dell’articolo contestato non è arretrato di un passo, riprendendo ieri la parola: “Vittorio Arrigoni, poco prima di morire – sostiene – si è avvicinato alla tragedia dei prigionieri del Sinai ed è venuto a conoscenza dei legami fra Hamas, gli altri gruppi armati di resistenza islamica e il traffico di esseri umani, organi, armi e droghe pesanti. Essendo un attivista nonviolento, è indubbio che ne sia rimasto turbato e conoscendo bene chi si muoveva fra Gaza City e il Sinai egiziano, attraverso la rete di tunnel gestiti da Hamas e dai trafficanti, è verosimile che abbia voluto conoscere la verità”.

Sarebbe così entrato in contatto, secondo Malini, con “il capo-trafficante Abu Khaled, che detiene, uccide, sevizia, tortura e stupra gruppi di migranti subsahariani, e si è dichiarato pubblicamente – anche dalla pagine di quotidiani occidentali – quale predone e quale resistente di Hamas”.

A Gaza City, dove Arrigoni è stato rapito, Abu Khaled sarebbe considerato “una specie di eroe, ma traffici e tunnel sono gestiti da tanti personaggi come Khaled: il fondamentalismo non consente a nessuno di indagare sulle proprie attività. Indagare significa diventare spie e per chi è sospettato di spionaggio il destino è segnato. Considerate queste inquietanti dinamiche, è assolutamente logico pensare che Vittorio Arrigoni possa essersi avvicinato a verità scomode e pericolose”.

Paolo Repetto

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