Le mimose appassite del giorno dopo
9 marzo. L’ipocrisia è finita. Al dodicesimo rintocco, i buoni propositi da suffragetta incallita si sono dissolti e la carrozza è tornata ad essere zucca. Delle riflessioni moralizzanti e degli appelli accorati non resta che un’eco lontana.
Coccarde rosa, profumo di mimose, scatole di cioccolatini. Questi i simboli di una giornata all’insegna di riflessioni e discorsi bipartisan sul valore della donna, un valore troppo spesso dato per scontato, storicamente osteggiato, ingiustamente misconosciuto.
Dal loro pulpito i politici hanno ammaliato le platee a suon di belle parole, di sermoni impregnati di pari opportunità, di uguaglianza di genere.
Nella giornata internazionale della donna, Napolitano ha invitato a dire basta all’ “immagine consumistica che la riduce da soggetto a oggetto”, sottolineando come sia ancora lontana dalla parità sostanziale, specie nell’accesso al mercato del lavoro.
Il ministro Carfagna ha dichiarato che la società italiana è ormai matura per superare il divario di genere e ha prospettato una legge, già in discussione in parlamento, che obblighi società pubbliche o quotate in borsa ad una adeguata rappresentanza femminile nei consigli di amministrazione.
Dal palco allestito in una piazza a due passi da palazzo Chigi, Bersani ha raccolto firme per chiedere le dimissioni del Presidente del Consiglio. Queste le mimose che il Pd ha voluto consegnare all’Italia.
Che venga dall’alto o dal basso, da destra o da sinistra, il discorso non cambia, o cambia molto poco: persistono le differenze di trattamento, occorrono soluzioni concrete, ma si aspetta che arrivi l’8 marzo per prenderne coscienza.
Burqa, molestie e infibulazione tornano improvvisamente nell’agenda dei media, generando riflessioni che sembrano tirate fuori dal cappello a cilindro e che son pronte a dissolversi altrettanto magicamente nel giro di 24 ore, sprofondando nell’ennesimo oblio.
La festa è finita, si mettano da parte fiori e smancerie e venga un nuovo giorno, un giorno qualsiasi. Nel giorno qualsiasi, la donna italiana si scontra coi soliti, vecchi fantasmi, sospesa fra il “deterrente” della gravidanza e la lunghezza della gonna.
E mentre l’Eurostat dice che l’Italia insieme a Malta è il Paese dell’Unione europea in cui per le donne fra i 25 e i 54 anni con figli è più difficile lavorare, il governo pensa che la gradevolezza estetica sia requisito irrinunciabile di rappresentanza politica, che basti una legge sullo stalking per mettersi a posto la coscienza, contando sull’inerzia di un’opposizione che strumentalizza la festa dell’8 marzo per la propria rancorosa battaglia denigratoria.
Il tema delle pari opportunità e dell’inserimento della donna nel mondo del lavoro deve essere affrontato senza che a dirlo sia il calendario, senza che piovano auguri da tutte le parti.
Qualcosa deve cambiare, qualcosa che non siano le rendite dei fiorai. Ma forse non oggi perché è il 9 marzo…ed è un giorno qualsiasi.
Flavia Garofalo


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