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la Libia tra Gheddafi e l’appetito dell’Occidente

Autore: . Data: mercoledì, 2 marzo 2011Commenti (1)

L’influenza dei media trasforma i cittadini in supporter e li induce a dimenticare il rispetto delle regole. La ‘sovranità limitata’ è diventata prassi abituale. Chavez per contenere le spinte di Washington all’interventismo propone una commissione internazionale di pace.

Il principio dell’autodereminazione stabilische che le vicende interne di uno stato sovrano debbano essere affidate ai cittadini di quello stesso Paese e non possano in nessun modo prevedere l’intervento esterno di altri governi. Non rispettare questo principio vuol dire stabilire che il più forte, chiunque esso sia e dovunque esso sia, possa decidere della sorte di altre nazioni o di interi continenti, scegliendo chi debba prevalere e chi no in caso di conflitti interni, controversie o elezioni dai risultati sgraditi.

Le grandi potenze, ritenendo di essere portatrici di civiltà, valori irrinunciabili e democrazia non hanno alcuna remora, invece, nell’intervenire a proprio piacimento, arrivando a stravolgere persino la funzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, diventato il notaio di decisioni prese altrove. Oggi in ogni luogo del pianeta si moltiplicano le ‘missioni di pace’. Tuttavia, è sempre più è chiaro che si tratta di guerre mascherate che nulla hanno a che vedere con la libertà dei popoli costretti subirle. Una disinformazione sempre più aggressiva, infine, permette di mimetizzare ed oscurare i veri motivi degli interventi, ovvero inconfessabili interessi economici, politici, militari.

Da anni gli Stati Uniti insistono nel credere di essere “Cops of the World”, “Gendarmi del mondo”, come li definì un americano stesso, il cantautore pacifista Phil Ochs nel lontano 1966. In passato, quando esisteva l’Unione sovietica i ‘prepotenti’ erano in due, ma con il crollo dell’Urss gli Usa oggi suppongono di aver mano libera. Obama di fatto non ha cambiato nulla della sostanza della politica estera di Bush e le macellerie mediorientali, afghane ed irachene continuano ad essere in attività permamente.

Guerra di Corea, Vietnam, colpi di stato in Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, invasione di Grenada, Panama, Ungheria, Cecoslovacchia, Somalia, Iraq, Afghanistan, ed alti cento episodi di questo genere sono stati i capitoli di una inteminabile catena di tragedie, con centinaia di migliaia di morti, feriti e prigionieri politici. Tutto in nome della libertà dei ‘forti’, mai in nome della libertà dei popoli.

A Tripoli come in molti altri Paesi non c’è libertà. Eppure fa impressione vedere gli stessi politici italiani che solo due mesi fa omaggiavano ‘l’alleato Gheddafi’, guardia di frontiera a difesa del suolo italiano dall’assalto degli ‘stranieri’, invocare la sua caduta. Ed i reporter dei Tg o dei quotidiani, che per anni hanno fatto a spintoni per poter intervistare il Rais, adesso sono impegnatissimi nel descriverne la crudeltà. Non c’è testata italiana che stia cercando di evitare la propaganda. Senza distinzione di parte politica. Ed il ministro degli Esteri, Franco Frattini, è passato dal fronte di chi con Berlusconi accoglieva Gheddafi con tutti gli onori alla prima linea del fronte filo americano, sempre più pronto a menare le mani. Per motivi semplici: una ‘missione umanitaria urgente’ vorrebbe dire l’utilizzazione delle basi militari italiane, con relative laute entrate di dollari freschi ed un posto in prima fila nella spartizione delle risorse petrolifere libiche una volta deposto il dittatore e formato il ‘nuovo governo’. Ovviamente gradito ai ‘soccorritori’.

La demagogia dei fautori delle ‘guerre per la pace’ non ha limiti. Se è noto il pensiero di Maroni sulle deportazioni di migranti messe in atto sino a 20 giorni fa in accordo con il ‘nuovo nemico pubblico numero uno’ e l’amicizia di Berlusconi con lui, forse qualcuno ha dimenticato le aperture del neocandidato sindaco del Pd a Torino, che ebbe la sfrontatezza di dichiarare: “Fino ad oggi tutte le politiche hanno consentito porte facilmente aperte e pochi diritti. Ribaltiamo il punto: porte meno facilmente aperte ma tutti i diritti garantiti a chi è regolare e non infrange le leggi”. Con buona pace dei lager allestiti in Libia per i profughi.

Eppure, per quel principio di autodeterminazione dei popoli, debbono essere i libici e solo i libici a decidere del proprio destino. Anche perchè se l’assoluto non rispetto per i diritti umani del Colonnello è noto, nulla si sa dei suoi attuali ‘nemici’, ovvero del fronte degli insorti. Se fronte degli insorti esiste.

Chi nega quel principio, ovvero Washington ed i suoi alleati, viola norme e trattati internazionali e straccia ancora una volta le regole che dovrebbero governale gli assetti tra gli Stati.

Fin dall’inizio della crisi libica le pressioni dei media sono apparse tanto eccessive quanto sospette. Con la stessa tecnica utilizzata in molti altri casi si sono descritti eccidi, massacri, migliaia di morti. Eppure i reporter che girano oggi per Bengasi o per le altre zone ‘liberate’ non hanno ancora trovato alcuna traccia di stermini di massa. E nessuno ha filmato i quartieri distutti dai bombardamenti dell’aviazione governativa. Le fosse comuni spacciate per vere si sono dimostrate bufale, così come la morte del Rais, la fuga di sua figlia a Malta, l’assedio della capitale, ecc. E nessuno ancora conosce i nomi o le proposte politiche dei leader della rivolta, come non si capisce chi coordini le operazioni militari contro il governo centrale, visto che se Gheddafi schiera il suo esercito qualcuno lo deve contrastare per vincere. Chi è?

In questo clima di confusione si sono mostrate per la prima volta attivissime nel campo dei disinformatori Al Jazeera ed Al Arabya, che hanno preso il posto di Fox tv, l’emittente ultra bellicista di proprieta di Rupert Murdoch, tra le protagoniste della campagna sulle inesistenti ‘armi di distruzione di massa’ di Saddam Hussein e che Obama, prima di diventare presidente, definì “un partito, non una televisione”.

Tra tanti dubbi una cosa è certa: navi americane incrociano nel golfo delle Sirte e i pozzi di petrolio e gli oleodotti hanno cambiato ‘gestore’, anche se nessuno sa chi siano i nuovi manovratori dei rubinetti.

Ma non solo. Evidentemente non tutti i clan libici sono così convinti nel voler appoggiare i rivoltosi di Bengasi, altrimenti la partita si sarebbe già chiusa da tempo.

Intanto, ignorato da media eccitatissimi dall’ipotesi di una guerra, e dai governi ‘interventisti’, il presidente venezuelano Chavez, altro grande produttore di petrolio in conflitto con le major americane ed internazionali, ha proposto “una commissione internazionale, per risolvere la crisi politica in Libia”, ricevendo il consenso di altri Paesi del Sudamerica.

Lo scontro non sulla democrazia, ma per il controllo dell’oro nero libico si sta quindi estendendo e probabimente sta condizionando anche la discussione interna di quel Paese, perchè non tutti i clan sembrano disposti a barattare l’indipendenza della Libia. Solo così si può spiegare lo stato di empasse di queste ore.

La soluzione è nelle mani dei dollari, con buona pace dei libertari.

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