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In Libano, dove la pace è un enigma

Autore: . Data: martedì, 1 marzo 2011Commenti (0)

Per una volta Beirut, e il Libano, non sono nell’occhio del ciclone. L’incendio divampa tutto attorno, dall’Egitto alla Libia, dalla Tunisia all’Algeria ma il Paese dei cedri sembra, per ora, immune dal contagio. I libanesi si gustano questa calma. Commentano le crisi degli altri, i morti degli altri, le distruzioni degli altri, di quel mondo arabo, un po’ Maghreb un po’ Medio Oriente, un po’ Asia un po’ Africa che li circonda.

Perfino il tassista che mi porta verso l’albergo domanda a me, che vengo dall’Europa, che penso delle vicende che hanno coinvolto prima Mubarak poi Gheddafi. E’  preparato, segue Al Jazeera, la Cnn e anche qualche tv europea grazie alle paraboliche che sono una parte ormai integrante del panorama libanese. Ne sa probabilmente di più sulla Tunisia, lo Yemen e il Bahrein che sui fatti di casa sua.

Infatti il Paese dei cedri è oggi un enigma. Prima di partire per l’ennesima volta per Beirut molti conoscenti si sono raccomandati che facessi attenzione, altri mi hanno chiesto: ma che succede da quelle parti? Scoppierà anche il Libano? Domande più che legittime. Il Libano è da sempre il termometro che misura la febbre del Medio Oriente, tanto se non più della questione israelo-palestinese. Perché questa striscia di terra compresa fra Siria, Giordania e Israele comprende, amplifica e drammatizza l’amarcord mediorientale.

Mezze verità e mezze bugie, meglio non tutto vero, non tutto falso quello che si dice da queste parti. Bisogna saperle interpretare, così come va interpretata la frase, detta con orgoglio, dal mio tassista “Noi, in Libano, siamo una democrazia”. Vero. Il Libano non ha dittatori, non ha rais, non è un regime. Falso perché la democrazia partecipativa e decisionale, nel paese, è nelle mani delle famiglie, dei potentati locali, dei signori della guerra. Per anni questo schema è sembrato una storia infinita: ritorsioni familiari, scontri mascherati da rivalità religiose, auto bombe. Poi è arrivato il ciclone Hezbollah: rivoluzionate le alleanze, saltati gli schemi, trasversalità delle coalizioni.

E oggi, dopo l’abbraccio fra Hariri figlio e BasharAssad, sospettato di essere il mandante dell’assassinio di suo padre, ancora di più le vere menzogne e le false verità governano il Libano.

Ma il mio tassista non ne vuol parlare, anzi vorrebbe rimuovere il fatto che fra poco il tribunale internazionale potrebbe emettere la sentenza sull’omicidio Hariri e cacciare il paese in nuovi torbidi. Si gode il momento di grazia, nonostante un ciclone d’acqua che si abbatte sull’auto appena lasciamo la superstrada dell’aeroporto e entriamo in Hamra, la Buenos Aires di Beirut.

Ho prenotato questa volta al Mayflower Hotel. L’avevo lasciato per un convento francescano a Gemmayez, quartiere della movida ma anche della fede cristiana. La lista dei clienti dell’albergo era diventata le pagine gialle dei trafficanti d’armi. Vi ritorno perché i frati fanno ormai il tutto esaurito nelle loro stanze spartane ma cablate, sistemate in lunghi corridoi dove su un lato si snodano immense librerie piene di testi antichi e sacri.

Il Mayflower, invece, ha sempre questa sua corte di ospiti un po’ strani, un po’ sospetti. Col suo bar ove si trova birra gelata e donnine generosamente care. Tutto il quartiere, quartiere dello shopping, ha la caratteristica ormai di luogo di locali notturni, ristoranti, pub alla moda e costosi, con wireles, musica diffusa, cucina di tutti i tipi. L’intrico di viette dall’Hamra al mare, delle strade che costeggiano l’Università americana hanno questa caratteristica: un Libano moderno, laico, dinamico. Perfino sulla corniche, la Promenade des Anglais di Beirut le cose cambiano: basta gruppi di amici che fumano il narghilè o famiglie intente a farsi il barbecue sugli scoli: sono arrivati i rapper, gli skateboardisti, le ragazzine con l’ombelico di fuori. I venditori di pannocchie hanno lasciato il posto ai furgoni degli hot dog e delle patatine fritte.

A tutti i miei interlocutori, di destra o di sinistra, preme sottolineare questo aspetto del Libano, moderno, occidentale, un’occasione ove investire. Tutti parlano delle vicende politiche interne col distacco del politologo: la coalizione 8 marzo, governata da Hezbollah, più filo siriana ma attenta a non essere troppo schiacciata sul potente protettore di Damasco; la coalizione del 14 marzo, più composita e filo occidentale; il generale Aoun trasversale agli schieramenti; l’infinito scontro fra sciiti e sunniti.

Più chiaro nei suoi giudizi Richard, esponente di un gruppo in difesa dei diritti umani:
“Ciò che succede nel medio oriente e nel Maghreb non è una rivoluzione politica. E’ un’onda morale che travolge satrapi e corrotti. In questo la politica c’entra poco, o per lo meno c’entra come dignità delle persone, voglia di riscatto, di democrazia. Non ci sono partiti in queste rivolte, solo la gente comune che dice basta. Anche i fondamentalisti sono rimasti spiazzati, chiusi nelle loro rigide formulette dell’integralismo fanatico. E questo è un bene, ma non sarà sempre così. La gente non potrà rimanere sempre in strada, versare il proprio sangue. Ci vorranno delle forze politiche capaci di assecondare questo anelito del mondo arabo, e ci vorrà un occidente che, invece di terrorizzarsi per l’arrivo di profughi o di evocare le paure del fondamentalismo, sappia aprirsi a queste nuove richieste”.

Le ultime parole di Richard rimangono sospese nell’aria tiepida della notte beiruttina, fra il ruggito di una macchina decapotabile, lo scalpiccio di due ragazze in chador, tacchi alti e jeans attillati, le urla dei camerieri che servono hamburger, ketchup e patatine nei fast food della zona.

Testo e foto di Luigi Lusenti

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