Giappone e lo tsunami: un Paese in ginocchio
A 11 giorni dal terribile terremoto che ha sconvolto il Giappone, ieri mattina da Hachinohe, cittadina che vantava il terzo porto peschereccio del Paese, solo undici imbarcazioni sono salpate: le uniche che l’11 marzo si trovavano sufficientemente a largo da non essere state spazzate via dallo tsunami, come invece è accaduto alle altre 400 barche ormeggiate.
Ma quello della pesca è solo uno dei settori maggiormente colpiti dai drammatici effetti del maremoto. Gli effetti sull’economia sono stati devastanti: l’ultimo rapporto della Banca Mondiale sull’Asia Orientale e Pacifico stima i danni in 235 miliardi di dollari (165 miliardi di euro), pari al 4 per cento del Prodotto Interno Lordo giapponese.
Le conseguenze della catastrofe, secondo Vikram Nehru, responsabile della Banca mondiale per l’Asia, potrebbero avere un fortissimo impatto su tutto il continente: “E’ troppo presto – ha dichiarato – per stimare i costi relativi all’intera area. Nel futuro immediato, l’impatto maggiore si avrà sul commercio e la finanza”.
Intanto nella centrale nucleare di Fukushima la situazione rimane instabile e assai preoccupante: i tecnici hanno riallacciato i cavi dell’elettricità nei reattori 1, 5 e 6 e ritengono di poter riavviare i sistemi di raffreddamento al più presto. Resta tuttavia l’allarme per il reattore 2, da cui continua a fuoriuscire vapore non generato dalla vasca del combustibile e per il 3 dove, a causa di un aumento della pressione e della fuoriuscita di un fumo grigio di origine ancora poco chiara, il personale è stato evacuato. Il livello di radioattività rimane costante, e molto alto, tanto che l’Organizzazione mondiale della sanità ha definito “grave” la contaminazione del cibo.
Nel frattempo si è appreso che Tepco (Tokyo Electric Power, la più grande compagnia energetica del Giappone), in un rapporto del 28 febbraio all’Agenzia per la sicurezza nucleare, aveva confidato di aver omesso alcune verifiche alla centrale nucleare di Fukushima.
Davide Falcioni


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