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‘Basta ingiustizie’. I precari in piazza il 9 aprile

Autore: . Data: venerdì, 25 marzo 2011Commenti (0)

Uno spaccato della ‘generazione precaria’: ricercatori scientifici, giornalisti, stagisti del mondo dello spettacolo, scrittori, un archeologo, un portuale. Assieme hanno sottoscritto un testo che rappresenta un duro atto d’accusa contro il paese che li ospita (e che non sembra concedere loro speranze) e che ‘lancia’ una manifestazione per il 9 aprile.

“Non c’è più tempo per l’attesa. E’ il tempo per la nostra generazione di prendere spazi e alzare la voce. Per dire che questo paese non ci somiglia, ma non abbiamo alcuna intenzione di abbandonarlo. Soprattutto nelle mani di chi lo umilia quotidianamente. Siamo la grande risorsa di questo paese. Eppure questo paese ci tiene ai margini. Senza di noi decine di migliaia di imprese ed enti pubblici, università e studi professionali non saprebbero più a chi chiedere braccia e cervello e su chi scaricare i costi della crisi. Così il nostro paese ci spreme e ci spreca allo stesso tempo”.

E’ l’angoscia, è il dolore di “una generazione precaria: senza lavoro, sottopagati o costretti al lavoro invisibile e gratuito, condannati a una lunghissima dipendenza dai genitori. La precarietà per noi si fa vita, assenza quotidiana di diritti: dal diritto allo studio al diritto alla casa, dal reddito alla salute, alla possibilità di realizzare la propria felicità affettiva. Soprattutto per le giovani donne, su cui pesa il ricatto di una contrapposizione tra lavoro e vita”.

I giovani si dicono “non più disposti a vivere in un paese così profondamente ingiusto. Lo spettacolo delle nostre vite inutilmente faticose, delle aspettative tradite, delle fughe all’estero per cercare opportunità e garanzie che in Italia non esistono, non è più tollerabile. Come non sono più tollerabili i privilegi e le disuguaglianze che rendono impossibile la liberazione delle tante potenzialità represse. Non è più tempo solo di resistere, ma di passare all’azione, un’azione comune, perché ormai si è infranta l’illusione della salvezza individuale. Per raccontare chi siamo e non essere raccontati, per vivere e non sopravvivere, per stare insieme e non da soli. Vogliamo tutto un altro paese. Non più schiavo di rendite, raccomandazioni e clientele”.

I precari pretendono “un paese che permetta a tutti di studiare, di lavorare, di inventare. Che investa sulla ricerca, che valorizzi i nostri talenti e la nostra motivazione, che sostenga economicamente chi perde il lavoro, chi lo cerca e chi non lo trova, chi vuole scommettere su idee nuove e ambiziose, chi vuole formarsi in autonomia. Vogliamo un paese che entri davvero in Europa. Siamo stanchi di questa vita insostenibile, ma scegliamo di restare”.

L’appello è rivolto ai cittadini tutti, affinché scendano in piazza il 9 aprile con i precari. E’ rivolto dunque “a chi ha lavori precari o sottopagati, a chi non riesce a pagare l’affitto, a chi è stanco di chiedere soldi ai genitori, a chi chiede un mutuo e non glielo danno, a chi il lavoro non lo trova e a chi passa da uno stage all’altro, alle studentesse e agli studenti che hanno scosso l’Italia, a chi studia e a chi non lo può fare, a tutti coloro che la precarietà non la vivono in prima persona e a quelli che la ‘pagano’ ai loro figli”.

Con i firmatari dell’appello ha solidarizzato il Nidil-Cgil, la categoria delle “nuove identità di lavoro”, annunciando l’adesione alla mobilitazione: “L’appello – si legge in una nota – lanciato da singoli appartenenti a realtà del mondo giovanile e del lavoro frammentato, riguarda le decine di migliaia di lavoratori che sono oggi intrappolati nella precarietà di un mercato del lavoro ingiusto e con diritti e tutele a geometria variabile”.

L’iniziativa del 9 aprile, prosegue la nota, “è un utile tassello di un lavoro complesso che Nidil da anni porta avanti: dare forza alla contrattazione per rimuovere le situazioni di abuso; sostenere proposte di tutela universale, avviare nei fatti il superamento di una legislazione che, in particolare il governo attuale, ha promosso incentivando così l’utilizzo di contratti atipici e precari, con effetti di dumping economico e sociale”.

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