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Anche in Cina prove di protesta

Autore: . Data: mercoledì, 2 marzo 2011Commenti (0)

Provate a cercare in rete, da un IP cinese, la parola “gelsomino” o “jasmine”. Non la troverete: la Cina ha paura. La Cina e i suoi mille problemi non c’entrano nulla con ciò che sta accadendo in Nord Africa; l’unico, piccolo, punto in comune tra due civiltà così differenti per storia e cultura, è che l’ex Impero di Mezzo e gli stati panarabi condividono governi autoritari che violano, chi più chi meno, i principi della libertà d’espressione e i diritti inalienabili dei propri cittadini. Mentre, però, gli strumenti di repressione e censura dei Paesi nordafricani (e mediorientali) sono spesso rudimentali, quelli cinesi sono delle macchine perfette che non si lasciano sfuggire nulla.

In Cina da oltre due decenni c’è un forte – ma nascosto – fronte antigovernativo che combatte, utilizzando i canali della rete e della clandestinità, per rovesciare pacificamente il regime post-comunista che governa il Paese. I fronti, in realtà, sono molteplici e sono spesso composti da intellettuali e comuni cittadini stanchi di vivere come nel romanzo ’1984′ di George Orwell.

Gli echi delle proteste degli ultimi due mesi in Nord Africa, però, hanno toccato anche le coste cinesi e hanno risvegliato entusiasmi e ardori sopiti. E’ così che domenica 20 febbraio, al termine di un passaparola in rete partito non si sa bene da dove, è stata organizzata la prima “domenica dei gelsomini”, una giornata di protesta – ma pacifica, non rivoluzionaria come quella tunisina, egiziana o libica, perché i cinesi dopo sessant’anni di pseudo-socialismo sono talmente narcotizzati da non poter lontanamente immaginare una protesta armata – contro il regime.

L’organizzazione, come si diceva, è partita da internet, ma nessuno ne ha rivendicato la paternità. A Pechino, Shangai (ma anche ad Hong Kong) e in un’altra dozzina di città cinesi, sono stati organizzati cortei di protesta, con cittadini che simbolicamente recavano con sé un fiore di gelsomino, per testimoniare la vicinanza ai fratelli arabi impegnati nelle loro lotte di sangue. La definizione “protesta dei gelsomini”, infatti, nasce in Tunisia, il primo Paese ad accendere la miccia della rivolta.

Il governo cinese, però, è preparato, e la censura precisa e affidabile. Sui media internazionali la notizia è rimbalzata infinitamente meno rispetto ai bagni di sangue delle rive del Mediterraneo, ed è comprensibile: nessun morto, in Cina, nessuna guerriglia, solo prevenzione. E, poi, altre due ragioni: la lontananza geografica rende, ovviamente, i problemi meno urgenti e allarmanti; e la Cina gode, da parte dei governi occidentali, di una reverenza – che sistematicamente si trasforma in asservimento quando questa fa la voce grossa di fronte alle critiche sulla sua gestione politica interna – che rende praticamente sordi e ciechi tutti i governi. Il mostro cinese, infatti, ha interessi dappertutto e controlla il capitale azionario di stato di mezza Europa.

Ecco perché, come accaduto pochi mesi fa con il caso di Liu Xiaobo, insignito del Premio Nobel, questa, con l’Italia in testa, lancia il sasso e nasconde la mano: bacchetta le leggi antidemocratiche del Paese quando viene diffusa una notizia con forte eco internazionale (che, poi, nel giro di pochi giorni viene accantonata) e poi accoglie le sue delegazioni con tappeti rossi e plausi per l’operato del governo, che si impegna e si sforza per garantire un miglioramento delle condizioni sociali e un aumento del margine di indipendenza per la stampa e di libertà d’espressione per i cittadini. Il solito giochetto.

In Cina, intanto, la tanto temuta (le autorità di Pechino non lo dicono ma se la fanno sotto alla minima avvisaglia di protesta) “domenica dei gelsomini” del 20 febbraio è stata, in realtà, poco più che una pacifica parata di poche centinaia (a Pechino, come a Shangai) di manifestanti, con gelsomini in mano, che si mescolavano alla folla domenicale per le strade del centro delle affollate metropoli. Questo nella cornice di uno spiegamento di forze non indifferente da parte delle autorità statali.

Siccome, però, più che una simbolica e sporadica protesta, nella mente degli ignoti organizzatori c’è la creazione di un vero movimento anti-regime, la medesima rappresentazione è stata prevista anche per la domenica successiva, ossia ieri. La riunione dei manifestanti era stata preceduta da un intervento del premier Wen Jiaobao in una chat aperta con i cittadini, in cui questi si impegnava a intervenire prontamente sui problemi cruciali della popolazione, come inflazione, corruzione e disuguaglianze sociali.

Ieri è andato in scena uno spettacolo simile a quello di sette giorni fa, con centinaia di manifestanti che hanno pacificamente invaso le strade delle maggiori città del Paese, ma con la polizia che, questa volta, è intervenuta in maniera più decisa e spesso violenta, anche per via della presenza più massiccia di organi di stampa internazionali.

C’erano anche i taccuini dell’Ansa, che hanno resocontato gli scontri, mentre la polizia ha pestato un cameraman americano e ha fermato numerosi giornalisti e turisti, che documentavano la protesta e si confondevano con essa.

“Dobbiamo venire qui sempre – ha detto un giovane ai microfoni dell’agenzia di stampa italiana – ogni domenica, perché il governo ha paura di noi. E noi possiamo cambiare le cose”.

Per la prossima domenica, 6 marzo, infatti, è prevista una nuova manifestazione: aggirando la censura governativa, gli anonimi organizzatori hanno rilanciato e dato appuntamento agli insoddisfatti nelle piazze delle maggiori città cinesi. Questa settimana, intanto, in Cina sono previsti due eventi di rilievo: la Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese e l’Assemblea nazionale del Popolo. Il rischio è che l’esecutivo guidato da Wen Jiabao aumenti la stretta e dispieghi ancor più energie per reprimere sul nascere questo fenomeno.

Giuseppe Colucci

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