Adulti, bambini e disagio sociale: una voce dal Tribunale dei minori
Giulio Ligozzi, psicologo e psicoterapeuta, è un giudice onorario presso il Tribunale dei minori di Roma. Con lui abbiamo discusso delle gravi questioni trattate quotidianamente là dove lavora, delle quale si discute in altri ambiti, spesso scandalisticamente.
Da quanto tempo lavora al Tribunale dei minori?
Sono nove anni, ed è l’ultima settimana. Si può lavorare per tre anni consecutivi e la carica può essere rinnovata al massimo altre due volte, per un massimo di 3 cicli complessivi di 3 anni ed è quello che fatto io. Sono uno psicologo e uno psicoterapeuta e i miei colleghi o hanno la mia qualifica, o sono educatori e devono esercitare in Roma. In precedenza si fa una domanda di iscrizione alla lista dei giudici onorari.
Quando ha deciso di intraprendere questo percorso lavorativo?
Mi ha spinto un collega che mi parlava spesso di quanto fosse interessante lavorare presso il Tribunale dei Minori. In quell’epoca, avevo già esercitato la mia attività di consulente come esperto di giustizia presso il Regina Coeli, carcere di Roma, proprio nel primo braccio.
Che cosa è un esperto giudiziario?
Il mio compito consisteva nel valutare “i nuovi arrivi”, cioè i nuovi ingressi dei detenuti relativamente al rischio di auto ed eterolesionismo, ossia la possibilità per gli stessi di compiere suicidio o aggredire i loro compagni di cella o agenti di polizia penitenziaria.
Può esplicitare meglio?
Un omicida è spesso a rischio suicidio, perché il fatto di aver compiuto un atto violento e l’essere stato catturato e punito crea un vero è proprio trauma, al quale l’omicida reagirà rivolgendo contro se stesso il disagio che prova, il senso di colpa e la violenza che ne deriva.
Come vive il suo lavoro?
Ho sempre lavorato al primo Collegio Civile, chiedendomi ogni volta che entravo nel Tribunale questa domanda: “Cosa potrò fare oggi per lavorare nel modo più equilibrato possibile?”. Questo è il compito di un giudice e a maggior ragione per un giudice onorario che si occupa di minori e del loro nucleo familiare.
Cosa direbbe a chi vuole iniziare a fare il giudice onorario?
E’ un lavoro che richiede un impegno e una serietà di elevata qualità.
Che cosa ha imparato?
Ho imparato a rispettare le situazioni, anche le più drammatiche. Ad esempio nel caso che si debba rispettare l’attuazione del decreto di allontanamento del minore dal genitore, è particolarmente importante rispettare lo stesso genitore e, contemporaneamente, sempre pensare al benessere del bambino. Dal punto di vista umano è stato importante per me, oltre le mie qualifiche e le attività lavorative già compiute, l’essere padre e avere il senso della famiglia.
Ritiene che il Tribunale rivesta un ruolo positivo in queste vicende così delicate?
Il Tribunale è importante, in quanto fa il possibile per aiutare a risolvere le situazioni. E’ il Tribunale che dispone e decide se ci sia bisogno del servizio sociale. E’ compito del servizio sociale seguire attentamente il caso assegnato: ci sono figure professionali competenti in materia di diritto di famiglia e materia minorile.
Dalla mia esperienza evinco che si ha un risvolto positivo nella risoluzione della situazione difficile del caso del minore quando il tribunale e gli operatori sociali lavorano in sinergia. All’atto pratico si è rilevato molto utile convocare, tutti insieme, il nucleo familiare, gli assistenti sociali e gli psicologi dai servizi sociali affinché collaborino effettivamente. C’è il rischio a volte di una delega di responsabilità.
In molti casi, proprio così facendo, ho osservato che le relazioni familiari sono migliorate e il decreto viene revocato, ad esempio la sospensione della potestà genitoriale, dell’allontanamento del minore, recuperando il rapporto tra i genitori e i figli. A volte sono criticati, proprio per la loro lunghezza, i tempi del tribunale, ma purtroppo non si può ottenere un cambiamento in tempi brevi.
Cito ad esempio il caso di un genitore alcolista: anche se il provvedimento di allontanargli il figlio è duro, esso può facilitare la consapevolezza della gravità del proprio stato di alcolismo. Questo è il primo passo fondamentale per iniziare un percorso di recupero dell’adulto, un vero e proprio incentivo.
In sostanza allontanate il figlio dal genitore finché non smette di bere?
Sì.
Come affrontate i casi proveniente dalle comunità romanì? E’ vero che sono più difficili?
Ci sono delle diversità socioculturali tali per le quali il minore viene visto come un mezzo di sostentamento, cioè “lavora”. Viene precocemente “adultizzato” ed addestrato all’accattonaggio. Insomma il bambino romanì non ha infanzia.
Come venite a conoscenza dei casi?
In vari modi: sono gli stessi cittadini a compiere la segnalazione di un caso al Tribunale, le scuole, o gli operatori del Nucleo assistenza emarginazione dei vigili urbani. La migliore forma di prevenzione è l’obbligo scolastico: i bambini devono essere scolarizzati per avere un futuro.
Si ricorda di qualche bambino che l’ha colpita?
Sì, una bambina di sei anni, minuta, mora, spaventata, iscritta in prima elementare dai volontari che avevano chiesto ed ottenuto che andasse a scuola. La bambina iniziò a frequentare, mentre risiedeva in una baracca in un campo abusivo. Un giorno a scuola, aprendo lo zaino, le uscì fuoriuscì un topo morto.
E cosa è successo?
E’ stata segnalata al Tribunale di minori che l’ha collocata in una casa famiglia. La bambina è stata scolarizzata e ha imparato meglio l’italiano. I genitori, non avendo commesso reato, la possono visitare e ciò li rassicura.
Giulia Salfi


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