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Tunisia, Egitto: il fallimento di un modello (e dell’Europa)

Autore: . Data: martedì, 1 febbraio 2011Commenti (0)

La “Rivoluzione dei gelsomini” in un mese ha portato al crollo del regime di Ben Ali, in Tunisia. Da Paese considerato stabile e avviato verso un progresso economico senza eguali nella regione, la Tunisia è divenuta il simbolo del fallimento di un modello di sviluppo basato su un regime oppressivo, autoritario e corrotto. Ma anche della miopia delle politiche dell’Unione europea verso i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, dove, tra aumenti incontrollati dei prezzi dei beni di prima necessità, disoccupazione di massa e regimi autoritari, la protesta dilaga.

Il patto implicito tra il regime (in atto dal 1987) e la popolazione (limitati diritti politici in cambio di un sistema economico in grado di distribuire benefici alla popolazione) ha iniziato a incrinarsi quando, a causa della crisi globale e della corruzione, il regime tunisino non è più stato in grado di adempiere a un minimo di redistribuzione. Nonostante un tasso di crescita del 3,7% nel 2010 e una previsione del 5,4% per il 2011, la disoccupazione è in aumento dal 18,2% nel 2007 al 21,9% nel 2009, e molto accentuata tra i laureati (dal 20% al 55% in meno di dieci anni), mentre la creazione di lavoro è calata nel periodo da 80.000 a 57.000 nuovi posti annui. Gli investimenti si sono quasi esclusivamente concentrati nelle zone costiere: non a caso le proteste hanno avuto inizio a Sidi Bouzid, nel centro del Paese.

L’eccessiva dipendenza dal solo mercato europeo, entrato in crisi, e le restrittive politiche migratorie comunitarie hanno eliminato le valvole di sfogo del mercato del lavoro tunisino. Il cuore della protesta, tuttavia, è di natura politica: la gente si è scagliata contro l’assenza delle libertà fondamentali e contro un sistema corrotto e oppressivo.

L’assenza di partiti di opposizione e di spazi di partecipazione hanno innescato una rivolta che, oltre a cambiare il volto della Tunisia, potrebbe innescare un effetto domino. In discussione è anche la tenuta dei sistemi autoritari di altri Paesi della regione. Coem sta dimostrando il caso dell’Egitto, da decenni sotto una cappa di corruzione e repressione che soffoca i suoi cittadini.

Anche in Egitto la corruzione è alle stelle, ogni istanza di opposizione non riesce a trovare un minimo spazio legale, il divario tra ricchi e poveri cresce e la disoccupazione colpisce soprattutto i giovani, larga fetta della società. Gli egiziani esprimono richieste radicali, che superano le proposte avanzate da El Baradei, candidatosi a rappresentare “il cambiamento”: non vogliono solo un nuovo parlamento, le loro rivendicazioni riguardano il “pane e il burro da portare a casa tutti i giorni”.

Il regime, fortemente sostenuto dagli Stati Uniti, continua a giocare la carta dell’Islam politico, dicendo ai suoi alleati che l’unica forza in grado di andare al potere a conclusione della rivolta sarebbero gli Ikhwan – i Fratelli Musulmani.

Importante sarà anche l’atteggiamento dell’amministrazione Usa, che, se sembra aver digerito gli eventi tunisini, considera l’Egitto un paese strategico per i suoi interessi nella regione. I Paesi europei, dal canto loro, hanno reagito agli eventi con un misto di sorpresa e imbarazzo. Francia e Italia hanno da sempre sostenuto con un certo entusiasmo il “modello” Tunisia, visto come una garanzia contro l’islamismo, l’instabilità regionale e a controllo dei flussi migratori.

Ma, in Tunisia come in Egitto, come negli altri Paesi dell’area, le politiche per il mantenimento della stabilità attraverso regimi autoritari hanno creato le condizioni stesse dell’instabilità, sommandosi al giustificato rancore delle masse arabe verso l’Occidente per le “ambiguità” nello storico conflitto Israelo-Palestinese.

Leopoldo Tartaglia

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