Spagna, storia di un giornalista italiano. Alla ricerca di lavoro
“Spagna e crisi economica. Storia di un giornalista alla ricerca di un lavoro nella provincia spagnola” è un reportage, anche se non rientra nei canoni esatti del reportage. E’ una storia, un’esperienza di vita come tante altre, che si spera possa servire come vademecum per chi voglia intraprendere un’esperienza di vita all’estero.
Da oggi e per alcuni giorni InviatoSpeciale racconterà l’esperienza di Giuseppe Colucci (giornalista freelance ventiseienne e collaboratore di questo giornale) a Soria, piccola provincia nel nord della Spagna, a poco meno di due ore da Madrid: lo scorso anno Colucci ha vissuto per cinque mesi in quella città iberica.
Arrivato in Spagna con tanto entusiasmo, alla ricerca di un lavoro nel mondo dell’informazione, il giovane si è confrontato con una realtà in forte crisi economica, con un livello di disoccupazione altissimo e con poche prospettive per l’immediato futuro. Ma si è rimboccato le maniche, cercando comunque di trarre il massimo da quest’esperienza.
Il reportage (che pubblicheremo a puntate) è stato scritto nelle ultime settimane di permanenza a Soria e comprende, oltre al racconto della ricerca di un impiego, anche interviste a immigrati e cittadini del luogo che si confrontano ogni giorno con la realtà della crisi; compaiono così molti dati riguardanti l’economia spagnola in generale e quella soriana in particolare; vi sono informazioni legate ai settori più in crisi e a quei pochi che, invece, contrastano meglio la situazione economica attuale; ci sono, soprattutto, testimonianze. Di persone che hanno avuto fortuna e di chi ne ha avuta meno. Il viaggio, comunque, inizia dalla cronaca dell’arrivo del giovane giornalista a Soria.
Una laurea specialistica appena conseguita; una situazione lavorativa in cui disoccupazione e precariato sono le prime due parole che uno studente impara dopo aver concluso l’università; la volontà, dirompente, di un’esperienza di vita all’estero.
Inizia così il mio viaggio verso la Spagna, la macchina piena zeppa, il traghetto, tante ore di viaggio e un’infinità di sigarette, con un pensiero fisso ad aleggiarmi nella mente: quando uno finisce gli studi deve rimboccarsi le maniche per crearsi ciò che sarà da grande; è quello che voglio?
Il viaggio inizia così, la destinazione non è Madrid e neanche Barcellona, le due metropoli di un Paese che, sentendo le notizie rimbalzate su giornali e notiziari italiani, si è inginocchiato davanti ai colpi di una crisi economica esplosiva. Il mio navigatore mi guida tra gli altopiani della Castiglia e Leon, alla ricerca di una piccola realtà di provincia, perché a volte – oltre alla ragione – bisogna seguire anche il cuore.
Il tempo di stazionamento è indefinito, dipenderà dall’evolversi degli avvenimenti. Il sogno, invece, è quello di proseguire sul sentiero che ho iniziato a tracciare quattro anni fa, quando ho iniziato la mia prima collaborazione con una testata giornalistica.
E’ settembre, fuori soffia una brezza non troppo piacevole. Sono arrivato a Soria, oltre mille metri sopra il livello del mare, in una delle province più fredde di tutta la Spagna. Madrid è a poco più di due ore, guidando verso sud, lungo una superstrada un po’ sconnessa e per lunghi tratti a una sola corsia.
Soria è vicina a diverse città importanti della penisola, come Saragozza, Burgos, i capoluoghi baschi. Il problema è che, per raggiungerle, ci vuole parecchio tempo, perché si devono attraversare villaggi minuscoli, salire, scendere, andar piano: l’autostrada non c’è e per Soria questo è un punto dolente. Spesso, con cadenza quasi settimanale (quando il clima lo permette), per le strade di questa cittadina si incontrano cortei di protesta, e altrettanto spesso, nella piazzetta principale, ci sono banchi, sit in, che raccolgono fondi per finanziare le forme di dissenso contro lo smacco di un governo che prima promette e poi dimentica. E non troppo tardi arriverà l’inverno, che qui è inclemente, e sarà quasi impossibile muoversi dalla città.
E’ il mio primo giorno qui, entro in un giornalaio e chiedo un quotidiano, o qualcosa su cui sia possibile leggere degli annunci per cercare lavoro. Il commesso mi guarda con un sorriso smorzato, amaro ma caloroso, e mi dice: “Caro mio, hai sbagliato Paese!”.
Si chiama Nicolas, è un ragazzo argentino sui trent’anni, disposto subito ad entrare in confidenza. Mi dice che è arrivato a Soria – “Perché proprio Soria?”, gli chiedo – tramite le classiche catene migratorie che da un secolo e mezzo portano noi sull’altra sponda dell’Atlantico e loro qui, con lo stesso obiettivo: cercare uno standard di vita più dignitoso.
Sua sorella e suo cognato vivevano già qui, arrivatici per caso, dopo essere sbarcati a Madrid, aver lavorato lì, “poi le coincidenze, sai”. Lui è arrivato dopo, poi è arrivata anche sua moglie. Lavora lì, in questo negozio di giornali, che è di proprietà della Repsol, una compagnia petrolifera locale, con interessi in tutto il mondo. Ha un contratto di quattro mesi e una garanzia: “Alla fine di ottobre ‘se acaba’, finisce, e non me lo rinnoveranno. Assumeranno un altro, con lo stesso contratto e, alla fine dei quattro mesi, faranno fuori anche lui”. Perché? Per pagare meno di liquidazione quando lo mandano via. E per far sì che i suoi diritti siano praticamente nulli. Funziona così, tanto un disperato alla ricerca d’impiego disposto ad accettare qualsiasi tipo di contratto lo si trova sempre.
Nonostante gli avvertimenti di Nicolas, però, apro un giornale – lui mi lascia sfogliare tutti quelli che voglio, senza comprarli – e vado alla pagina degli annunci. Soria è una realtà piccola, ma pur sempre un capoluogo, che coagula forza lavoro proveniente da tutta la provincia. Ma niente, gli annunci di lavoro sono quattro o cinque, molti di più sono invece quelli di chi il lavoro lo cerca, per lo più da parte di signore sudamericane, che si offrono come badanti per gente anziana.
Già, perché Soria, sarà l’aria buona, sarà la vita tranquilla, ma ha un esercito di ultracentenari e uno dei tassi di longevità più alti del Paese. Oltre questo, però, lavoro poco, praticamente nulla, persino in uno dei settori tradizionalmente forieri di opportunità per chi non ha un lavoro fisso o vuole arrotondare: la ristorazione.
In Spagna, infatti, secondo i dati estratti dall’Annuario Economico 2010 de “La Caixa”, la Cassa di Risparmio di Barcellona, c’è un bar o un ristorante (in stragrande maggioranza bar) ogni 151 abitanti: il che vuol dire, dopo la piccola Cipro, la percentuale di bar più alta di tutta Europa e, probabilmente, di tutto il mondo.
Mica uno scherzo: gli spagnoli nei bar ci passano la giornata, ci fanno tutto. Colazione alla mattina, spuntino prima di pranzare, di cenare, una birra dopo lavoro, un bicchiere di vino quando si esce la sera, spesso ci ballano di notte: i bar, qui in Spagna, sono aperti, a volte, per sedici o diciotto ore al giorno. Per questo ce ne sono tanti ed è uno degli ultimi settori a risentire della crisi economica.
Ma se la gente non guadagna, perde il lavoro, arranca per arrivare alla fine del mese, le spese per un bene superfluo com’è una birra o una tapa al bar diminuiscono, crollano.
E’ quanto sta accadendo, e molti bar chiudono per questo. Il dato dell’Annuario di quest’anno, riferito al 2009 parla – in tutta la Spagna – di 314mila esercizi di bar e ristorazione a fronte di una popolazione di 47, 6 milioni di abitanti. Se confrontati con quelli del 2007, riferiti al 2006, però, vediamo che anche il settore dell’hosteleria sta risentendo della crisi come tutti gli altri.
Tre, quattro anni fa, quando la Spagna era alla fine del suo boom economico, il tenore di vita era più alto e ben si conciliava con il proverbiale piacere di vivere della gente spagnola. Le strade, i bar, i ristoranti, i cinema erano pieni, anche a Soria. Gli esercizi commerciali d’hosteleria erano, in tutto il Paese, 344mila, trentamila in più che oggi; a fronte di una popolazione con oltre un milione di residenti in meno.
La media era di un bar ogni 134 abitanti, quote che in Castiglia e Leon schizzavano addirittura a uno ogni centotré cittadini, uno ogni centodue qui a Soria, dove durante il gelido inverno la gente, invece che chiudersi in casa, passava le sue giornate nei locali. Ce n’erano 914 in tutta questa piccola provincia, 171 in più rispetto a oggi. E sono passati solo tre anni. Del resto, il motivo è comprensibile.
Entro in un bar e inizio a parlare con Santos, un cameriere che ci lavora da oltre trent’anni. Mi dice che qui, la sera, a parte qualche anziana signora che gioca a carte o poche anime di passaggio, non si vede l’ombra di un cliente. “Se passavi da qui cinque, sei, dieci anni fa, riuscivi a malapena a entrare. C’era gente che beveva, mangiava, avevamo tavolate, pur non essendo un ristorante, di dieci, quindici persone. Il mio turno finisce a mezzanotte e mezza ma, spesso, restavo qui anche fino alle tre di notte”.
“Guarda adesso,” continua, con un’espressione che tradisce una certa malinconia, “adesso non c’è più nessuno in giro, e non solo qui. Dai uno sguardo sulla strada, al bar dell’hotel che abbiamo di fronte, niente, nessuno. La gente non ha soldi, preferisce starsene a casa”. Santos continua a pulire il bancone, la macchina del caffè, mentre parla con me. In pochi minuti avrà terminato, poi un’oretta con le braccia conserte, con lo sguardo perso ad aspettare un cliente, che a volte arriva, a volte no. E alle undici e mezza, un’ora prima dell’orario canonico, spegnerà le luci – come sempre, oramai – metterà l’allarme e se ne andrà…
Testo e foto di Giuseppe Colucci
1. continua


Ehi ciao! Buona fortuna con il tuo viaggio, e spero di poter continuare a leggere il tuo report!
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