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Roma, la vita di un romanì in un ‘campo attrezzato’

Autore: . Data: mercoledì, 9 febbraio 2011Commenti (0)

La tragedia di Sebastian, Patrizia, Fernando e Raul, i quattro bambini rom morti domenica sera in un campo di via Appia, ha improvvisamente fatto tornare in auge la tematica delle popolazioni romanì, in Italia profondamente discriminate ed erroneamente definite ‘nomadi’.

In questi giorni si sono sentite le opinioni più bizzarre: Alemanno ha minacciato l’affidamento dei minori qualora i loro familiari non dovessero condurre una vita dignitosa, poi ha deciso di sgomberare i campi abusivi e, in attesa della costruzione di altri dieci campi autorizzati, di trasferire migliaia di sfollati in tendopoli messe a disposizione dalla Croce Rossa.

L’opposizione, dal canto suo, non ha mostrato particolare lucidità. L’ex sindaco Veltroni ha accusato il suo successore dichiarando che “Alemanno dovrebbe trasferire i rom nei campi attrezzati del Comune”. Proprio quello che l’attuale primo cittadino sta facendo, da un anno a questa parte.

I campi attrezzati dunque, sia da destra che da sinistra, vengono considerati una vera benedizione, la soluzione di ogni problema, un luogo dignitoso e sicuro dove poter vivere. Non tutti però la pensano così. Ad esempio Giuseppe Salkanovic, abitante del campo attrezzato di via di Salone, alla periferia nord est di Roma, che abbiamo intervistato.

Quanti anni hai e da quanti anni vivi nei campi rom?
Ho 32 anni. Sono nato a Sassuolo e fino a 11 anni ho vissuto in baracche simili a quelle incendiate domenica. Poi mi sono trasferito al Casilino 900 di Roma, sempre in baracca, ed ho vissuto lì fino allo sgombero del febbraio 2010. Da quel momento vivo a Salone.

Che lavoro fai?
Come la maggior parte dei rom mi arrangio. Raccolgo ferro vicino ai cassonetti della spazzatura e poi lo vendo agli “sfasci”. Nelle giornate buone tiro fuori 70-80 euro, ma non sempre va così bene. Con quello che guadagno non posso permettermi di pagare l’affitto…

Sei stato sgomberato dal Casilino 900 un anno fa. Cosa vi avevano promesso le istituzioni?
Lo sgombero fu molto pacifico proprio perché ci promisero case e lavoro. Ma oggi possiamo dire di essere stati ingannati, perché viviamo in un container minuscoli, di lavoro non c’è traccia e addirittura Alemanno ha sostenuto di voler ricorrere alle tendopoli. Eppure io ho un foglio nel quale sindaco, prefetto e assessore alle politiche sociali si impegnavano a rispettare i patti. Un foglio firmato da loro.

Come è la vostra vita nel campo autorizzato di Salone?
Tremenda. Siamo 1.200 persone, il sovraffollamento è alle stelle. Viviamo in container di 15 metri quadri in 7-8 persone, non ci sono letti, non c’è spazio né intimità. E i container sono attaccati gli uni agli altri. Posso dire che al Casilino 900, nonostante tutto, stavamo molto meglio di qui. Inoltre il campo sorge fuori dal raccordo anulare, in aperta campagna. Come possiamo integrarci con i cittadini italiani se viviamo nascosti agli occhi di tutti? Io non ho paura a dire che il campo attrezzato di Salone è un vero lager. Ci sono telecamere ovunque e vigilanza armata.

La tragedia dei quattro bambini ha sconvolto tutti. Voi avete paura? Vi sentite sicuri vivendo in un campo autorizzato dal Comune?
Assolutamente no. Vuoi sapere di che materiale sono fatti i container? Di legno, polistirolo e lamiere. Materiale altamente infiammabile, nonostante ora i dirigenti comunali dicano che sono sicuri. Io ne ho visto bruciare uno qualche mese fa e… sembrava un fiammifero.

Ci sono idranti, strade di accesso per i mezzi di soccorso, vie di fuga?
No. Gli idranti sono inesistenti. Anzi, ad agosto ci hanno anche tolto l’acqua dalle case perché ci accusavano di farci giocare i nostri bambini. L’hanno riallacciata solo dopo le nostre proteste. Di vie di fuga non c’è traccia, anzi la recinzione del campo ci costringe in una prigione a cielo aperto. E siamo così ammassati che  neppure i mezzi di soccorso potrebbero districarsi tra le viuzze del campo. Insomma, se dovesse incendiarsi un container saremmo chiusi in trappola…

Davide Falcioni

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