cronaca

I fatti senza distorsioni, opinioni o interpretazioni. Spesso la realtà è differente da come viene raccontata dai media.

esteri

Il mondo è un illustre sconosciuto e il Sud del pianeta è quasi del tutto ignorato. E molte cose sono diverse da come appaiono.

politica

In Italia ormai il Palazzo e la società civile sono pianeti separati. Si deve cercare di restituire ai cittadini trasparenza.

tu inviato

Gli articoli scritti dai cittadini e pubblicati dal nostro giornale. La libera informazione è libertà di espressione.

vivere

Diritti civili, convivenza pacifica, cultura, arte, spettacolo, salute, ambiente, sport, tecnologie, cucina: sono il cuore del millennio.

Home » esteri, tu inviato
Regola la dimensione del carattere: A A

Ombre su Muhammad Yunus, l’inventore del ‘microcredito’

Autore: . Data: lunedì, 21 febbraio 2011Commenti (0)

Da quando fu assegnato per la prima volta, nel 1901, il Premio Nobel per la Pace ha abbinato il suo nome a quello di grandi personalità, personaggi che hanno fatto la storia del secolo appena trascorso e che stanno scrivendo quella dell’attuale. Da Martin Luter King a Madre Teresa di Calcutta, dall’ex cancelliere tedesco Willy Brandt a Nelson Mandela, passando per il fondatore di Solidarnosc Lech Walesa, fino ad organismi internazionali come l’Unicef, Medici senza Frontiere, la Croce Rossa, arrivando all’ultimo nome, quello del dissidente cinese Liu Xiaobo.

Allo stesso modo, però, il prestigiosissimo premio è andato, nell’arco della sua storia, a impreziosire la bacheca di personaggi non propriamente pacifici: basti pensare che fu assegnato, oltre un secolo fa, a Ted Roosevelt, uno dei presidenti americani più interventisti della storia; e poi a Henry Kissinger che, dopo aver insanguinato il Vietnam per un lustro e mandato a morire centinaia di migliaia di soldati americani, aveva firmato gli accordi di pace di Parigi nel 1973. E, ancora, il trio Rabin, Peres e Arafat, anch’essi protagonisti di decenni di sangue in Medio Oriente, prima di decidersi a firmare una pace, rotta pochissimo tempo dopo.

Tra queste due categorie opposte, s’inserisce poi quella dei Nobel discussi, come quello ad Al Gore e a Obama negli ultimi anni, tanto per intenderci. Tra questi v’è probabilmente Muhammad Yunus, l’economista bengalese che negli anni Ottanta rivoluzionò il mercato del credito con l’obiettivo di combattere la povertà nel suo Paese e nel mondo.

Yunus fondò la Grameen Bank, un istituto bancario (divenuto un impero che abbraccia diversi tipi di business, tra i più forti del centro Asia) che concedeva microprestiti alle fasce di popolazione più diseredate del Bangladesh (e, poi, di tutta l’Asia e oltre) per consentire loro di portare avanti piccoli commerci che li risollevassero dalla povertà. In Bangladesh oltre il 40% della popolazione non è in grado di far fronte ai propri bisogni primari di sussistenza; e come se non bastasse la posizione geografica dello Stato impone loro continui disastri ambientali.

Fu da uno di questi che Yunus trasse l’ispirazione, da professore di economia dell’Università di Chittagong, per aiutare le persone dei villaggi distrutti dall’ennesima inondazione a ricostruirsi una vita lanciando piccoli business, finanziati dalla Grameen Bank, la quale richiedeva tassi d’interesse più bassi delle normali banche, concedeva prestiti per somme anche minime e, soprattutto, andava contro il principio più importante su cui si basa il credito, la garanzia di restituzione: la banca, infatti, offriva prestiti a chiunque, anche nullatenenti.

La storia ci ha insegnato che Yunus aveva ragione: concedere piccoli prestiti a chi non dà garanzie, mostrando fiducia e volontà di puntare su chi nessuno punterebbe mai, ha dato vita a moltissime storie di affrancamento dalla povertà e, più di tutto, ha riscontrato tassi di restituzione così alti (il 98%) che nessuna banca può permettersi neanche di sognare: “in Bangladesh, dove non funziona nulla – aveva affermato Yunus – il microcredito funziona come un orologio svizzero”.

Ad oggi, oltre 100 milioni di persone, nel mondo, secondo quanto sostiene il suo guru, fa uso del microcredito per combattere la miseria, ma la Grameen è stata più volte additata da intellettuali e organizzazioni umanitarie come un business dai contorni non troppo chiari.

Secondo molti, infatti, il sistema che questa utilizza finisce per divenire una sorta di cappio al collo per i poveri, che a volte (per mancanza di know how, soprattutto) non riescono a utilizzare i soldi ricevuti nella maniera giusta e finiscono per non poter pagare, vedendosi confiscare case e ogni genere di bene, e in alcuni casi finendo in carcere, in mancanza di beni da sequestrare.

L’acquisizione del know how come strumento d’emancipazione era stato, sin dagli inizi, uno dei principali obiettivi – di matrice sociale, quindi, non solo finanziaria – della politica di Yunus: il prestito avrebbe, infatti, contribuito ad accrescere la cultura, portando all’autosufficienza economica, che avrebbe rafforzato le comunità locali, le famiglie.

Non è un caso, poi, che le prime beneficiarie di questo sistema furono donne: erano loro, garanti della famiglia, che avrebbero potuto risollevare le comunità agricole e portarle a livelli di sussistenza dignitosi. A trent’anni circa da questa rivoluzione del basso del mondo della finanza, però, la situazione di chi ha beneficiato del microcredito, dei villaggi del Bangladesh e degli altri Paesi poveri che lo hanno lanciato, non è mutata granché. Lo ha mostrato un reportage di una televisione norvegese che, alcuni anni fa, si pose la domanda se davvero il microcredito avesse costituito una panacea per le piccole economie locali di queste regioni, oppure le avesse strangolate.

“Jobra abbiamo incontrato la figlia della prima che ottenne un microcredito, Sufiya Begun. – diceva la giornalista scandinava – Siamo poi stati nell’Hillary Village, dove la ex first lady americana dichiarò appoggio a Yunus e alla sua Banca. E abbiamo visto solo povera agente che dal microcredito non ha guadagnato nulla, se non altri debiti”.

Non è tutto, il reportage giornalistico indagava anche su un presunto sdoppiamento della contabilità della banca di Yunus. Questi, di fatto, ha finito per creare un sistema di credito alternativo, più vantaggioso, ma che in sostanza funziona come quello tradizionale e che, come quest’ultimo, spesso crea una spirale di debito da cui le genti povere del Bangladesh faticano a uscire.

Non è tutto oro quello che luccica? Forse no, fatto sta che, al di là della diffusione capillare in alcune regioni e del carattere fortemente morale della sua creatura, Yunus ed il microcredito non hanno risollevato le sorti dell’economia di alcun Paese. Pochi giorni fa, la premier bengalese Sheikh Hasina aveva puntato il dito contro il suo celebre connazionale e Premio Nobel, sostenendo di voler portare “sotto stretta sorveglianza” la sua banca. Aveva, poi, parlato di “trucchi” che l’impero Grameen userebbe per non pagare le tasse.

La premier ha, poi, nominato un’apposita commissione d’inchiesta per indagare i conti della banca, ma ci vorranno tre mesi prima che questa dia un responso. “Quando il tempo arriva – ha, nel frattempo, dichiarato alla Reuters l’interessato - ogni transizione richiede un clima amichevole e il supporto sia dentro che fuori dai consigli di amministrazione della banca, per assicurarci di poter continuare a restare fedeli alla nostra missione per i poveri”.

Al di là degli illeciti, che sono tutti da verificare, però il dubbio sulla reale funzione emancipatrice del sistema del microcredito resta. D’accordo che funzioni, visti i dati sulla restituzione dei prestiti, ma di certo s’inserisce in quel sistema creato dalle banche, sul quale si basa l’intero pianeta. Certo, lo fa in maniera più soft e, probabilmente, più morale, ma il concetto non si discosta di molto da quello che sorregge il mondo da secoli, per cui le banche creano debito e i cittadini passano le loro vite a combattere per estinguerlo.

Giuseppe Colucci

Stampa articolo (o crea PDF)
Fai una donazione a InviatoSpeciale
Condividi o invia per e-mail


Informativa

Lascia un commento

Usa il modulo sottostante per commentare. Se sei già registrato, effettua il log-in. Puoi anche abbonarti ai commenti di questo articolo via RSS.

Tag HTML consentiti:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

InviatoSpeciale è un quotidiano on line di Informazione, Politica e Cultura, pubblicato dall'Associazione Onlus The GlobalvillageVoice,
registrato al Tribunale di Bari, numero 1273, del 24 aprile 2008