Ombre integraliste dietro l’incendio arabo
I media occidentali raccontano la situazione omettendo il problema principale: la crisi finanziaria mondiale è il detonatore che ha fatto esplodere la protesta. Ed ora i rischi di una estensione dell’integralismo sono enormi.
Tunisia, Egitto, Algeria e poi Yemen, Bahrein e Libia. Si muove qualcosa in Marocco e potrebbe entrare nel club anche la Siria. La Giordania è in bilico. Un effetto a catena che però nulla ha a che fare con l’idea di democrazia che hanno i cittadini europei o occidentali.
Alla base del problema c’è la conseguenza della crisi finanziaria mondiale, mentre il background emotivo che spinge centinaia di migliaia di cittadini a contestare i propri governi non contiene alcuna simpatia per l’Occidente, ma anzi rivendica un ‘orgoglio arabo’ che potrebbe facilmente irrobustire le file già serrate delle diverse organizzazioni più o meno clandestine vicine all’integralismo islamico e represse per decenni dai leader deposti o contestati.
In questi ultimi anni, dopo il cedimento delle economie dei Paesi ricchi, tre cose sono diventate determinanti: l’energia, il cibo e l’acqua. Insomma le basi per la sopravvivenza. i Paesi arabi investiti dalle rivolte popolari sono costretti ad importare più della metà dei prodotti alimentari che consumano, a fronte di una crescita significativa del prezzo dei cereali. L’acqua, già poca, coi cambiamenti climatici è diventata preziosa più del petrolio, e questo sta mettendo in ginocchio l’agricoltura. Ed anche la produzione di greggio produce problemi. Prima di tutto perchè i redditi indotti dalla vendita del brent sono concentrati in ben ristrette e potentissime oligarchie colluse con i poteri forti occidentali e poi perchè l’aumento della domanda internazionale è bilanciata dalla diminuzione della materia prima. Così i prezzi interni della benzina crescono anche se di poco, ma soprattutto l’elettricità sta diventando una vera e propria macchina mangiasoldi.
I governi oggi sotto attacco sono corrotti e comunque non hanno mai operato per una redistribuzione delle ricchezze. La disoccupazione è endemica e la povertà cresce. Si pensi che la ricchissima (di petrolio) Libia ha 6 milioni e mezzo di abitanti e che due terzi di loro vive con meno di 2 dollari al giorno.
In questo scenario la crisi finanziaria si è innestata nella precedente strategia ‘antiterrorismo’ che ha generato l’invasione dell’Iraq e forme di discriminazione dei fedeli musulmani in parte dell’Europa e negli Usa. Si tratta di elementi che non favoriscono affatto la cosiddetta ‘esportazione’ della democrazia, modello per altro difficilmente applicabile in sistemi sociali molto complessi come quelli arabi, nei quali sono molto importanti le componenti claniche, le definizioni di appartenenza religiosa, le origini territoriali.
Il regime del colonnello Gheddafi, apparentemente in serie difficoltà , con molte probabilità reprimerà con durezza le proteste, con conseguenze ancora ignote. In Tunisia il dopo Ben Ali sta aprendo la strada al fondamentalismo. Nei giorni scorsi decine di integralisti sono scesi in piazza per chiedere la chiusura dei bordelli. ‘No ai luoghi di prostituzione in un paese musulmano’ scandivano davanti al ministero dell’interno ed un gruppo di manifestanti ha anche tentato di dare fuoco ad una strada nel centro di Tunisi dove lavorano le prostitute e sono stati dispersi dalle forze dell’ordine, che hanno usato anche elicotteri. Sabato a Manouba, vicino alla capitale, è stato trovato sgozzato nella scuola dei Salesiani in cui lavorava, padre Marek Rybinski, un missionario polacco. Ed ancora di più deve far riflettere l’organizzazione di un corteo che chiedeva “una Tunisia laica”, a segnalare che il problema esiste e non è per nulla di facile soluzione.
In Egitto, nonostante i proclami dei militari, la Costituzione è stata sospesa, il Parlamento sciolto e l’unica organizzazione che gli osservatori più attenti considerano come potenziale partito in grado di ottenere un risultato di rilievo in caso di elezioni sono i Fratelli Musulmani. Poco prima della ‘rivoluzione’ che ha portato Mubarak alle dimissioni chiedevano un referendum per decidere il destino dell’accordo di pace firmato con Israele nel 1979. Il loro portavoce Assam el-Erian aveva dichiarato: “Israele non ha nulla da temere se non i suoi stessi crimini”, aggiungendo che il suo movimento è “non violento”. Ma i sentimenti anti Tel Aviv ed anti Usa nella classi popolari del Paese sono forti ed appare evidente come un obiettivo politico di quel tipo sia collegato ad una strategia che mira a cambiare radicalmente i rapporti di forza in Medio Oriente.
In Tunisia ed Egitto, dove il processo di sostituzione dei presidenti è già avvenuto, si stanno già mostrando con chiarezza caratteri di forte impronta nazionalista ed i nuovi occupanti delle stanze dei bottoni dovranno in tempi rapidissimi offrire soluzioni per contrastare la disoccupazione e la povertà . Difficilmente i risultati saranno visibili in tempi brevi e questo potrebbe favorire il radicalizzarsi di posizioni fino ad ora moderate, allargando il consenso di chi vuole schierarsi in modo più radicale contro l’Occidente affamatore. Ovvero con le forze integraliste.
Insomma, i giochi nel mondo arabo sono aperti e le ‘anime belle’ dell’Occidente dimenticano di considerare le conseguenze di decenni di post colonialismo, nei quali i governi corrotti oggi messi sotto accusa hanno ‘collaborato’ con i Paesi europei e gli Usa e trascurato le condizioni miserabili di vita dei propri popoli. Questo peserà profondamente nel futuro prossimo ed è per questo che se l’Unione europea e Washington non apriranno subito ampie linee di credito per aiutare quei Paesi l’espandersi di nazionalismi ed integralismi sarà inevitabile. E le ricadute sugli equilibri mondiali potrebbero essere drammatiche.


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