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Il mondo è un illustre sconosciuto e il Sud del pianeta è quasi del tutto ignorato. E molte cose sono diverse da come appaiono.

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In Italia ormai il Palazzo e la società civile sono pianeti separati. Si deve cercare di restituire ai cittadini trasparenza.

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La sinistra e la ragione: si impedisca qualsiasi azione ‘umanitaria’ in Libia

Autore: . Data: venerdì, 25 febbraio 2011Commenti (0)

Se per l’Italia il movimento progressista appare confuso, senza idee e talvolta omologato al berlusconismo, per quanto riguarda la politica internazionale le cose stanno ancora peggio. Tra dogmatismo e fesserie la ‘ragione’ sembra smarrita.

Il ‘primo comandamento’ che un tempo indicava alla sinistra la strada da prendere per rivendicare l’emancipazione dei più deboli era quello dell’empatia e dell’ascolto. Capire prima di tutto le condizioni di vita, le sofferenze, i dubbi e le paure di chi ogni giorno viveva del solo e striminzito salario, quando ne aveva uno, e non immaginava neppure di poter avere dei diritti e delle chance.

Il movimento democratico, grazie a quella straordinaria capacità, ha fatto una lunga strada, conquistato posizioni, costruito una propria cultura capace di interpretare le cose del mondo senza subire le suggestioni e gli inganni dei ‘padroni del vapore’. D’altra parte il trucco di ‘conoscere per sapere’ è antico. Ci ha pensato Lutero, che proprio per affermare i principi teologici del protestantesimo tradusse con altri la Bibbia in tedesco, per offrire ai fedeli una conoscenza diretta del testo sacro, fino ad allora incomprensibile al popolo perchè redatto in latino. E lo stesso fecero le decine di enciclopedisti francesi riuniti intorno a Diderot e d’Alembert, che nel  XVIII secolo realizzarono l’Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers, ovvero ‘l’opera riassuntiva del sapere umano’, indispensabile per rendere gli esseri umani liberi perchè in possesso della conoscenza e quindi illuminati dalla ragione e dalla razionalità. Ed anche il dirigente comunista e grande ‘pensatore’ del ’900, Antonio Gramsci, affermava che la conoscenza della storia e della politica non dovesse partire da una ‘filosofia’, ma dall’esperienza, ovvero dal sapere le cose, in modo da poter progredire verso la costruzione della nuova scienza.

La crisi di molti regimi autocratici del Medio Oriente e del Nord Africa di questi giorni ha origini complesse e profonde, determinate in gran parte dalla politica coloniale dell’Occidente, dal cosiddetto e recente ‘scontro di civiltà’, dalla strategia del saccheggio di quei territori e di quelle genti messa in atto da alcune potenze europee (tra le quali l’Italia) nei secoli scorsi ed anche in questo nuovo millennio e dalla inconciliabilità tra il modello democratico pensato nel Nord del mondo e le strutture sociali e culturali che organizzano gran parte del Sud del pianeta.

Il problema dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo, che in realtà servono solo a far sviluppare le economie forti, tra le quali ci sono anche le new entry Cina e forse India (dove però i ‘comuni cittadini’ rimangono ancora a livelli di povertà preoccupante e non godono di alcun diritto politico e civile), non è quello di conquistare la ‘democrazia’, ma di elaborare una strada autonoma verso la ‘libertà’. Perchè la democrazia, appunto, è un mezzo e non un fine, un sistema organizzativo e non un obiettivo finale. E’ stata la Rivoluzione francese a riassumere il traguardo verso il quale i progressisti di tutto il pianeta dovevano orientare la propria ricerca: Liberté, Égalité, Fraternité, ovvero Libertà, Eguaglianza, Fratellanza. Traguardo raggiungibile attraverso la conoscenza critica della realtà e non a partire da ‘filosofie assolute’ attraverso le quali affermare ‘soluzioni perfette’.

Il dogmatismo, che ha permeato nella stessa misura il cosiddetto ‘socialismo realizzato’ ed il ‘capitalismo’, è duro a morire. In questa notte tragica che sta avvolgendo la Terra, le forze progressiste faticano a comprendere ed a far comprendere quanto lo sviluppo indiscriminato, liberale e liberista, sia come una dose di cianuro mortale, che uccide i ricchi ed i poveri contemporaneamente, perchè dissipa in modo ineguale le risorse, porta a mutamenti climatici imprevedibili, allarga la distanza tra le aree del mondo sviluppate e quelle non sviluppate, usate solo per per consentire il dominio globale del Nord ed il mantenimento dei suoi livelli di consumo ipertrofici.

Nello specifico del mondo arabo i sentimenti anti occidentali sono fortissimi. La migrazione quasi obbligata e la necessità di abbandonare la propria terra e le proprie origini per sopravvivere non aiuta per nulla lo sviluppo della Fraternità, ma anzi accentua il senso di rivalsa di popoli nei confronti di altri popoli. Perchè certifica l’ineluttabilità di uno ‘statu quo’ nel quale i ricchi sono ricchi ed i poveri sono poveri e rimangono tali perchè così deve essere per decisione dei ricchi stessi.

Il profitto non è un ‘peccato’, il riconoscimento dell’intelligenza e della capacità ad intraprendere non è ‘una colpa’, ma l’operare in modo esplicito o sottotraccia per prendersi tutta la polpa e lasciare l’osso ai ‘disgraziati’ è un crimine che non può essere più tollerato. Perchè sta generando conflitti terribili e potenzialmente senza via d’uscita.

In queste ore da Tripoli a Bengasi si sta consumando una guerra civile che non riguarda solo la Libia. Gli altri popoli arabi stanno a guardare e sanno bene come il petrolio ed il gas siano il vero motivo della contesa. Europa e Stati Uniti debbono garantirsi le riserve, pena il collasso delle loro economie. Le amministrazioni americane da anni lavorano per difendere i propri flussi e l’Europa non è da meno. Guerre, ‘missioni umanitarie’ inventate di sana pianta, operazioni segrete, organizzazione di colpi di stato sono all’ordine del giorno: tutto pur di difendere i giacimenti. E la Cina, appena entrata nel club dei potenti, ha subito accettato il gioco, diventando in pochi anni uno dei protagonisti della partita.

A poche ore dal probabile collasso della Grande Repubblica (Jamāhīriyya) Araba di Libia Popolare e Socialista, ovvero del regime di Gheddafi, i ‘democratici’ italiani, nutriti con informazioni spesso ingannevoli, affermano cose del tutto improbabili. Sul giornale vicino al Pd, ‘L’Unità’, Loretta Napoleoni è arrivata a scrivere: “Dal Marocco allo Yemen, dalla Giordania all’Iran al posto degli esaltati religiosi che sognano di rivivere le battaglie di Maometto c’è un esercito di giovani che indossa jeans e scarpe da ginnastica, vive su Facebook, My space, YouTube e Twitter e al posto della sciabola usa il telefonino. Il 60 per cento della popolazione nord africana e medio orientale ha meno di 30 anni, una percentuale che oscilla tra il 15 ed il 30 per cento è disoccupata! Si tratta di valori in assoluto massimi al mondo”.

Nonostante i suoi titoli accademici Napoleoni equivoca sul Sud del mondo. A cominciare dai cosiddetti ‘tassi di disoccupazione’, che solo qualche ‘spirito fantasioso’ può aver avuto idea di calcolare. Come infatti ‘scoprire’ quanti ‘masai’ sono occupati tra Kenya e Tanzania, quanti ‘mong-yao’ lo sono in Laos, quanti ‘dongria’ dell’Orissa in India? E dove sono e soprattutto quanti sono gli internauti che in jeans e t-shirt, secondo la commentatrice dell’Unità, vivono al Cairo? E la redattrice forse dovrebbe tener conto del nazionalismo arabo e della complicata relazione tra questo e la religione islamica.

In un bellissimo racconto di viaggio, il reporter-scrittore Massimo Fini ha raccontato così la ‘sua’ capitale egiziana: “Il Cairo, febbraio. Il cane color sabbia, scheletrico, le rosse orbite infossate, aveva azzannato la vittima al collo, aprendogli un largo taglio boccheggiante, come d’una branchia di pesce, e se lo stava trascinando al riparo d’un sarcofago per banchettare in pace. Lì per lì pensai che il nero fagotto agonizzante che gli pendeva dalle fauci fosse un gatto o un coniglio, ma avvicinandomi mi avvidi che era un altro cane, più piccolo. La mia presenza disturbò l’assassino che lasciò la presa e si mise ad ululare lamentosamente. Fu allora che le bambine raccolte intorno alla donna con la gellabeya nera, accucciata per terra, fin lì indifferenti alla scena, mi scorsero e mi si fecero incontro, esitanti. Una, più audace delle altre, fece altri due passi in avanti, fin quasi a toccarmi, stese la mano e gridò qualcosa. Fu come un segnale, da dietro le decine di sarcofaghi, sormontati alle estremità da due alte lastre di pietra (gli spiriti che, nella religione musulmana, hanno il compito di scortare in cielo il defunto), spuntarono frotte di altre bambine e si vennero ad unire alle prime. Ero a Bab el Ghaifa, la città dei morti (il cimitero dei mammalucchi, tuttora operante, che si stende per chilometri su una leggera collina sabbiosa ad est del Cairo) dove si sono rifugiati i vivi che non hanno casa”.

Nel suo anelito di ‘cambiamento’ Napoleoni ha scritto ancora: “Ecco il vero pericolo: l’esplosione demografica. Secondo una studio della Population Action International, una società di ricerca statunitense, l’80 per cento dei conflitti mondiali verificatesi tra il 1970 ed il 2000 sono avvenuti in nazioni dove il 60 per cento della popolazione era sotto i 30 anni”.

Anche questo dato è ingannevole e tutto centrato sulla ‘filosofia’ occidentale di analisi. Le risorse del Sud del mondo sono immense. Diamanti, oro, petrolio, materie prime e terra per l’agricoltura. Salvo che i danni indotti dall’industrializzazione forzata imposta dal Nord, la deforestazione, il riscaldamento del pianeta dovuto all’inquinamento stanno compromettendo l’ambiente ed uno degli elementi fondamentali per la vita, l’acqua, è diventato un bene importante quanto il petrolio, A Sud le ricadute di questi mutamenti si stanno trasformando in carestie, desertificazione ed ulteriore miseria, mentre l’urbanizzazione forzata sta demolendo culture antichissime e sagge.

Non è la sovrappopolazione, allora, il detonatore della bomba, ma il ‘codice sviluppo’ che l’Occidente ritiene debba essere applicato tout court al Sud. Salvo, ovviamente, continuare a rubare a mani basse le risorse.

Ha concluso il suo articolo la collaboratrice de ‘L’Unità’: “Troppo presi dalla vittoria della Guerra Fredda prima e dalla manipolazione della minaccia del terrorismo dopo, i nostri politici hanno messo la testa nella sabbia. Se i trilioni spesi per vincere una guerra inutile contro un terrorismo inesistente fossero finiti in progetti di sviluppo per assorbire questi giovani, se invece di concentrarci sul dittatore Saddam avessimo smesso di appoggiare tutti gli altri forse oggi l’asfalto delle piazze delle capitali arabe non sarebbe sporco del sangue di questi ragazzi. Riflettiamo su questi punti quando nei prossimi mesi pagheremo prezzi sempre più alti per benzina e alimenti. Forse, anche per noi, è giunta l’ora di dire basta”.

Un frullato misto di libertarismo e confusione che ancora una volta non centra l’obiettivo. La fine della cosiddetta Guerra Fredda ha prodotto un altro pluripolarismo, questa volta non centrato sulla minaccia nucleare, ma sulla potenza economica. Cina, Usa  e Russia (poco visibile, ma sempre più potente), questa volta senza neppure un ‘accordo di Yalta’, hanno disegnato sul globo nuove invisibili frontiere e si combattono in modo ancor più violento di prima per il dominio. L’Europa si barcamena, tentando di sopravvivere alla sua spaventosa defaillance culturale, e solo francesi e tedeschi (inseguiti dai britannici in declino) possono supporre di avere ancora qualche spazio, ma solo in funzione di gregari.

Il cosiddetto ‘terrorismo’ esiste ed altro non è che una delle forme moderne della guerra dei poveri nel mondo globalizzato. Non a caso è stato utilizzato dai fondatori di Israele e poi utilizzato anche dai palestinesi. Gli ebrei perseguitati dal nazismo per arrivare alla fondazione di Israele applicarono una strategia del terrore che Robert Scheer, un giornalista americano ed editorialista del San Francisco Chronicle, insegnante di comunicazione nell’Università del sud California e considerato negli Usa un ebreo liberal ha raccontato su ‘The Nation’: “Prima che Begin fosse considerato rispettabile, quando nel 1948 visitò gli Stati Uniti, un gruppo di intellettuali ebrei famosi, fra i quali Albert Einstein, Sidney Hook e Hannah Arendt, scrisse una lettera al ‘New York Times’ per avvertire che Begin era un ex capo di “Irgun Zvai Leumi, organizzazione terroristica, di destra e sciovinista della Palestina”. Il reporter spiegava poi che la lettera spingeva gli ebrei a isolare Begin, argomentando: “E’ inaccettabile che chi si è opposto al fascismo ovunque nel mondo, se informato correttamente su qual’è l’esatta collocazione di Beghin e sulle sue prospettive, possa sottoscrivere e sostenere il suo movimento”.

E prima di diventare il ‘padre della Palestina’, Yasser Arafat ha ideato e ordinato azioni ‘terroristiche’ contro obiettivi israeliani al di fuori del territorio di Israele colpendo in modo indiscriminato civili pur di attirare l’attenzione del mondo sulla questione palestinese.

L’integralismo islamico, o meglio ‘il terrorismo inesistente’ di Napoleoni, invece esiste ed è la bizzarra conseguenza dell’intervento americano in Afghanistan durante l’invasione sovietica di quel Paese. Fu allora che armi, milioni di dollari e combattenti reclutati in giro per il mondo furono spediti ai mujaheddin afgani utilizzando denaro proveniente dal traffico di oppio.

Michel Chossudovsky, uno stimato economista canadese e professore emerito all’Università di Ottawa, ha scritto che nel 1979 “la più grande operazione occulta nella storia della Cia fu lanciata come risposta all’invasione sovietica dell’Afghanistan”, avvenuta a sostegno del governo filo-comunista di Babrak Kamal. “Con l’attivo incoraggiamento della Cia e dell’Isi (Inter Services Intelligence) del Pakistan che cercava di trasformare la jihad afghana in una guerra globale pagata da tutti gli stati mussulmani contro l’Unione Sovietica, circa 35,000 radicali mussulmani provenienti da 40 paesi islamici raggiunsero i combattenti dell’Afghanistan tra il 1982 e il 1992. Decine di migliaia, inoltre, andarono a studiare nelle madrasa Pakistane. Infine più di 100,000 radicali mussulmani stranieri furono direttamente influenzati dalla jihad afghana”. Tra loro c’era Osama bin Laden.

Il professore ha spiegato che la Cia, usando l’Isi pakistano, addestrava i mujahidin non solo sul piano militare, ma curava l’insegnamento del Corano: “I temi predominanti erano che l’Islam fosse una ideologia socio-politica completa – ha scritto Chossudovsky – che il sacro Corano era stato violato dalle atee truppe sovietiche e che il popolo islamico dell’Afghanistan avrebbe riottenuta l’indipendenza rovesciando il regime di sinistra appoggiato da Mosca”.

Ha ragione Napoleoni nel sostenere che il denaro speso dagli Usa e dall’Occidente fino ad oggi avrebbe potuto essere impegnato in altro modo, per esempio per lo sviluppo del Sud. Ma ha dimenticato il perchè sia stato speso in quel modo, il perchè da quelle parti si muoia di fame e perchè oggi l’orgoglio nazionale spesso corre il rischio di trasformarsi in integralismo.

Fino a quando la ‘sinistra’ non tornerà a recuperare la propria capacità di osservazione ed analisi e non saprà evitare i conformismi riformisti per tornare a progettare le riforme, fatti ed avvenimenti rimarranno patrimonio di chi raccontando le fiabe continua a fare affari.

Gli interventi militari umanitari o le ‘no fly zone’ in Libia o altrove sarebbe meglio lasciarli a chi ha insanguinato per decenni il Sud del mondo. Oggi sarebbe più intelligente impegnarsi a spiegare ai cittadini italiani cosa vuol dire avere una visione chiara dei problemi per affrontare domani (il più vicino possibile) un programma politico in grado di ridefinire equilibri che portino non la democrazia, ma la libertà nel mondo.

Il tiranno Gheddafi non sta combattendo contro gli angeli della libertà e questo deve essere compreso subito, prima che una nuova avventura militare spacciata per aiuto umanitario tocchi il suolo libico. Perchè a quel punto il mondo arabo avrà l’ennesima prova del cinismo bugiardo dell’Occidente ed una frattura forse insanabile dividerà due mondi per gli anni a venire.

Roberto Bàrbera

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