La restaurazione egiziana
L’informazione occidentale non vede i pericoli della svolta del Cairo. I militari hanno sciolto il Parlamento, sospeso la Costituzione e assunto il potere assoluto. Il Paese adesso è nelle loro mani.
Ieri con una “dichiarazione costituzionale” in nove punti il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha reso noto di essere il solo centro decisionale dell’Egitto, di aver sciolto il Parlamento, sospeso la Costituzione e di considerare Ahmed Shafiq capo del governo.
Il documento recita: “Il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha deciso di: 1) Sospendere la Costituzione 2) Gestire provvisoriamente il Paese per 6 mesi o fino alla fine delle elezioni legislative e presidenziali 3) Il presidente del Consiglio Supremo assumerà la rappresentanza del Paese all’interno e all’estero 4) Sciogliere l’Assemblea del Popolo ed il Consiglio Consultivo 5) Il Consiglio Supremo ha l’autorità di pubblicare leggi per decreto 6) Formare una commissione per le modifiche di alcuni articoli della Costituzione e per fissare le regole del referendum che dovrà approvarle 7) Il primo ministro Ahmed Shafiq assume la direzione del Consiglio dei Ministri fino alla formazione di un nuovo gabinetto
Garantire lo svolgimento di elezioni legislative e presidenziali 9) L’Egitto si impegna a mettere in applicazione i Trattati e gli accordi regionali e internazionali”.
A poche ore dalla deposizione di Mubarak la nuova leadership cairota ha mostrato una fisionomia che non ha nulla a che fare con le supposte conquiste democratiche propagandate da forse troppo precipitosi reporter occidentali. Con una giustificazione del tutto demagogica, poi, il Consiglio ha affermato di aver sospeso la Costituzione per annullare lo stato di emergenza e le leggi collegate entrate in vigore dopo l’assassinio del presidente Anwar el Sadat nell’ottobre 1981. I provvedimenti in questione prevedevano la possibilità di arrestare persone senza notificare loro i capi d’accusa, consentire la nomina di difensori e permettevano di tenere segreta la detenzione. Non si comprende perchè l’intera Carta sia stata congelata e non solo le norme repressive e comunque non è certo che l’apparato ‘segreto di repressione’ sarà smantellato.
I nuovi ‘gestori’ dello Stato sono guidati dal ministro della Difesa e contemporaneamente comandante in capo dell’esercito, Hussein Tantawi. Dal colpo di stato guidato da Muhammad Neguib e da Nasser il 23 luglio 1952, e che ha portato alla fondazione della Repubblica, i militari sono i padroni del Paese. Ufficiale dell’esercito è stato il fondatore dell’Egitto moderno, Gamāl Abd al-Nāser, il suo successore Anwar al-Sadat ed anche Hosni Mubarak è un generale dell’aviazione. Ed ora nella stanza dei bottoni siedono ancora loro, i generali, che hanno subito invitato le “persone nobili che hanno condannato la corruzione e chiedono le riforme”, “a tornare a una vita normale”. Insomma, a smettere rapidamente di manifestare. Le forze armate, poi, hanno deciso di valutare in seguito quale ruolo avrà il vicepresidente Omar Suleiman.
I volti del nuovo potere sono tutti militari di carriera. Tantawi non è solo il capo delle forze armate, ma anche ministro della Difesa e soprattutto della Produzione militare. Il vicepresidente Suleiman, del quale al momento non si capisce il ruolo, è stato capo dei servizi segreti. Addestrato in Unione sovietica e Francia è poi diventato uno dei più fidati uomini della Cia in Medio Oriente. Durante l’amministrazione Bush ha partecipato con un ruolo di grande rilievo alla pianificazione della rete dedicata agli arresti illegali organizzata da Washington (che faceva largo uso della tortura ed arrivava alla ‘terminazione’ dei detenuti) al di fuori del territorio americano per eliminare i sospettati di terrorismo evitando le dover sottostare alle leggi federali. Nelle carceri segrete egiziane furono rinchiuse senza processo persone catturate in tutto il mondo. Anche l’Italia ha avuto a che fare con il capo di quella organizzazione illegale in occasione del rapimento Abu Omar. Il primo ministro Ahmed Shafik è un ex militare e pilota di caccia ed è stato attaché militare (servizi segreti) dell’ambasciata egiziana a Roma negli anni Ottanta.
Negli ultimi tempi si erano notate alcune inquietudini nell’esercito. Mubarak, anziano e malato, aveva individuato nel figlio Gamal il suo possibile successore. Il neppure cinquantenne rampollo presidenziale, con doppio passaporto egiziano ed inglese, è un uomo di affari con un buon curriculum. Allievo dell’università americana del Cairo, funzionario della Bank of America in Egitto ed a Londra, ha fondato poi la Medinvest Associates Ltd una azienda che si occupa di investimenti e finanze. Segretario generale del Partito nazionale democratico, quello al potere, ha fatto parte della delegazione guidata dal padre che nel settembre dello scorso anno ha invano cercato di riavviare a Washington i negoziati di pace tra Israele e Autorità Nazionale Palestinese. Una sua investitura per la prima volta nella storia dell’Egitto ‘moderno’ avrebbe tagliato fuori i militari dalla stanza dei bottoni.
L’esercito, descritto come uno dei più forti dell’area, è in realtà un colossale centro di potere. Composto da oltre 400mila uomini con un addestramento discutibile, ma ben armato (anche se assolutamente non ‘competitivi’ in rapporto a quello di Israele) è soprattutto una famelica macchina mangia soldi. Le amministrazioni Usa hanno versato nelle casse egiziane circa 1,3 miliardi di dollari l’anno per tenere in piedi le forze armate, ma solo una parte di quel denaro era destinata alle truppe.
In Egitto la corruzione è un male endemico e per Washington l’alleato principale nell’area è Israele. L’Egitto, importante per il ruolo politico internazionale e per la presenza del Canale, dopo essere stato ‘strappato’ all’influenza di Mosca ai tempi dell’Urss, ha ricevuto montagne di dollari che sono serviti soprattutto per ‘fidelizzare’ un ampio apparato, che in cambio di generose mance (bashish) assicurava fedeltà alla Casa Bianca.
Se il ‘dittatore’ Mubarak era il croupier, intorno al tavolo sedevano molti altri giocatori. I generali, appunto, gli apparati di polizia, gli uomini del partito, i grand commis dello Stato e gli uomini di affari cresciuti all’ombra del regime. Una oligarchia estesa e onnipotente.
Tuttavia, le conseguenze del conflitto arabo-palestinese, l’invasione dell’Iraq, le crescenti discriminazioni nei confronti degli arabi in Occidente, la crisi finanziaria mondiale e hanno rafforzato nel popolo tendenze integraliste rimaste in parte sottotraccia perchè fortemente contrastate dal governo.
La ‘rivolta’ che sembra aver colto tutti di sorpresa a questo punto assume contorni più chiari. In attesa delle elezioni nelle quali avrebbe potuto sorgere la nuova stella di Gamal Mubarak molti interessi contrapposti hanno portato ad una situazione di disequilibrio. Gli americani che hanno nelle forze armate il loro principale punto di riferimento hanno rapidamente abbandonato il fedele Mubarak in crisi e subito sostenuto Suleiman ed i generali. I Fratelli musulmani, il partito islamista considerato molto forte ma sottoposto da decenni ad una feroce repressione da parte del governo, hanno scelto una linea attendista ben sapendo che il problema centrale non era l’ex presidente, ma l’oligarchia che lo sosteneva e le altre forze di opposizione, molto poco organizzate, hanno cavalcato la protesta popolare sperando di conquistare spazio politico.
Mentre la contestazione divampava a piazza Tahrir, ad Alessandria ed in altre città del Paese, nelle segrete stanze del potere si lavorava perchè tutto cambiasse senza che nulla cambiasse. Washington sa benissimo che senza il supporto dei militari perderebbe il controllo non dell’Egitto ed i dollari sono uno straordinario veicolo di convincimento. Intanto nell’Intero Medio Oriente le forze nazionaliste arabe e quelle islamiste hanno probabilmente scommesso sul tempo.
Oggi il Consiglio Supremo delle Forze Armate sta disperatamente cercando si salvare l’oligarchia di cui l’esercito è una architrave, ma nel popolo i sentimenti di rivalsa sono certamente molto profondi e prima o poi si arriverà a decidere la data di elezioni.
Sarà a quel punto che si comincerà a capire come sarà il futuro egiziano. I candidati a raccogliere il consenso popolare sono i movimenti nazionalisti e quelli islamisti. Perchè si possa profilare un loro successo sarà necessario ‘sostituire’ il flusso enorme di denaro che arriva da Washington per sostenere i padroni in carica con altri soldi, perchè altrimenti l’economia del Paese, già depressa, arriverebbe al collasso.
I prossimi giorni, ma soprattutto i prossimi mesi, saranno per il groviglio di spie in attività al Cairo motivo di superlavoro. Si giocherà una partita che non riguarderà solo l’Egitto, ma l’intera compagine araba dei Paesi ‘amici’ di Washington, i cosiddetti ‘moderati’.
Nella lontana Cina e nel vicino Iran il rimescolamento di carte sarà seguito con molta attenzione, nella speranza di poter conquistare un angolo strategico del mondo. Gli unici esclusi dal ‘game’ rimarranno i cittadini egiziani, che dopo aver sperato in un miglioramento delle proprie condizioni di vita dovranno probabilmente adattarsi al nuovo padrone di turno, chiunque esso sia.


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